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auto scorta c imagoeconomicadi Enza Galluccio*
È Totò Riina in persona ad averlo definito “il re dei cornuti” durante le intercettazioni nel carcere di Opera, ma il Prefetto di Roma, il Prefetto di Palermo e l’ex ministro dell’interno Minniti hanno fatto finta di non capire il significato di quell’epiteto rivolto ad Antonio Ingroia, evidentemente.
L’ex magistrato che aveva dato inizio alle indagini sulla trattativa Stato-mafia, il cui processo è giunto a sentenza di condanna in primo grado per mafiosi e uomini dello Stato poco più di due mesi fa, attualmente avvocato difensore delle vittime di mafia in importanti processi che vedono molti boss imputati, ha perso il diritto alla protezione sotto scorta perché si ritiene che non esista più una concreta condizione di pericolo per la sua vita.
Dunque, secondo prefetture e ministero nel momento più critico di un processo mafioso, cioè quello della condanna, la persona che non solo ha messo in atto la possibilità di realizzarlo, ma ha anche nel suo bagaglio di conoscenze tutte le informazioni e i collegamenti che hanno fatto sì che le indagini giungessero all’apertura del processo palermitano in cui si è posta l’accusa di ricatto allo Stato secondo la logica del do ut des [trad.: “do perché tu dia”, n.d.a], sarebbe fuori pericolo.
Non sono una novità queste prese di posizione nei confronti di Ingroia, già al tempo del famoso conflitto di attribuzione l’ex pm pagava il prezzo per aver tirato in ballo Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica. Da quel non troppo lontano 2013, per Ingroia c’è sempre stato un susseguirsi di accuse e oscuramenti, oltre che di denigrazioni anche dal mondo della politica.
Fin da quei mesi il magistrato della trattativa aveva affermato, rinunciando al suo ruolo, di aver raggiunto la consapevolezza che in questo Paese non si sarebbe potuto più andare molto oltre in un settore di indagine come il suo, riteneva che non glielo avrebbero permesso e non si riferiva solo al mondo della criminalità organizzata. Oggi possiamo dire che aveva ragione da vendere. Sono stati davvero tanti gli attacchi alla sua persona in questi anni.
Ma andiamo al sodo, cosa intendeva dire Riina con quell’insulto a un uomo che ormai non era neanche più un magistrato? Certamente Totò “u curtu” teneva tanto a ricordargli che non lo aveva affatto dimenticato. Solo Riina sentiva questa necessità di tener viva la memoria e la minaccia? Nessun altro (che forse da tempo prendeva accordi con lo stesso il capo dei capi ) aveva buoni motivi per far giungere intimidazioni più o meno velate? Quanta parte dello Stato di allora e di oggi non ha simpatia per quel tipo d’indagini che, grazie anche a Di Matteo e altri magistrati, sembrano non volersi fermare?
Una cosa è certa, Antonio Ingroia sa molte verità sulle relazioni tra istituzioni (neanche troppo deviate) e mondo criminale semplicemente perché le ha indagate, studiate e contestualizzate in tutta la sua carriera di magistrato come oggi di avvocato e, tutto questo, non piace a molti.

*autrice di testi sulle relazioni tra poteri forti e criminalità organizzata

Foto © Imagoeconomica

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