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di Attilio Bolzoni
Più che dare una voce agli ultimi era lui stesso un ultimo fra gli ultimi. La sua parrocchia era una baracca in mezzo alle altre baracche, la sua sofferenza era quella di centinaia di migliaia di sopravvissuti che non avevano più niente. In fondo alla Sicilia non c’erano più paesi, sbriciolati in una notte d’inverno di quasi cinquant’anni fa e quel sacerdote rosminiano - proprio in quel momento - è diventato anche lui un “terremotato” della Valle del Belice. È diventato uno di loro. Senza clamore, senza gesti plateali, con una dignità e con una consapevolezza che hanno solo i grandi uomini.
Sono tante le ragioni per rievocare la figura di don Antonio Riboldi, morto due giorni fa, ma a noi piace ricordarne soprattutto una. O almeno partire proprio da lì. Da lui e da cosa era la chiesa siciliana nell’anno in cui quel prete era sbarcato nell’isola - nel 1958 - dalla sua missione e da ciò che rappresentavano le più alte autorità religiose a Palermo. Due chiese, lontane, profondamente diverse. Una aperta nella Sicilia del feudo profondo e l’altra affogata nella Sicilia del “sacco” edilizio, don Riboldi giù negli sperduti borghi del Belice e il cardinale Ernesto Ruffini nei salotti dell’immobile capitale a difendere i potenti (allora si chiamavano Vito Ciancimino, Salvo Lima, Luigi Gioia) e a negare l’esistenza della mafia. Una al fianco dei contadini che si spezzavano la schiena sopportando i soprusi di campieri e baroni, e l’altra che si strusciava con quella razza di siciliani che ha fatto brutta Palermo.
Ecco perché dobbiamo ringraziare don Antonio Riboldi ancora mezzo secolo dopo. Per quello che nessuno - a quel tempo - anche dentro la Chiesa avrebbe mai osato. Schierarsi dall’altra parte, vivere insieme a chi aveva bisogno e non alla corte del potere.
Di quel terremoto ci ricorderemo di lui come di “Cudduredda”, Lea, Eleonora Di Girolamo, la bambina di sette anni estratta dalle macerie di Gibellina dopo quindici ore e morta misteriosamente tre giorni dopo in un ospedale. Due simboli di dolore di una Sicilia inghiottita prima dalla terra che tremava e poi ferita dagli avvoltoi che si aggiravano su una ricostruzione che non arrivava mai. Con quel sacerdote sempre lì a fronteggiare i prepotenti di turno, i ladri, i mafiosi.
Era prete “antimafia” alla fine degli anni Cinquanta quando ancora la parola “antimafia” non esisteva (il termine sarebbe entrato nel linguaggio comune subito dopo l’istituzione della prima commissione parlamentare contro il crimine organizzato, nel 1963), quando “antimafia” in Sicilia significava semplicemente prendere le parti dei più deboli. E in silenzio, senza esibizioni e passerelle, senza trofei da agitare nelle piazze. Un altro motivo per essergli grati anche oggi.
Un cammino che l’ha portato da una frontiera all’altra del Sud, dalle baracche di Santa Ninfa ad Acerra e poi nel regno di Raffaele Cutolo, in quella stagione buia il più famoso tra i boss. Un’altra lezione che ci ha trasmesso, un altro esempio di passione, di devozione civile. E anche nella sua nuova casa - non più territori di mafia ma territori di camorra - don Riboldi svelerà la sua anima ribelle. “Contro” quella gente anche da vescovo. Con generosità, con una fermezza che lo ha trascinato a volte in un isolamento anche fra i fedeli della sua chiesa, che ha scatenato ostilità e sospetti. Soprattutto quando cercò di “dialogare” a modo suo con i camorristi. Un’altra dimostrazione di coraggio.
L’esistenza di un uomo, di un sacerdote, che ha “parlato” con le azioni e non con le parole. È forse questo il suo insegnamento più grande. Fin dal Belice. Dopo anni e anni che quei siciliani sopravvivevano ancora nelle baracche di amianto, fredde d’inverno e bollenti d’estate, il “prete di strada” disse che lì avevano "rubato anche il cielo". Era un italiano che veniva dal profondo Nord, ma si era trasformato in un italiano del profondo Sud "per amore del suo popolo".

Tratto da: La Repubblica

Foto © Ansa

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