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corleone web0di Giuseppe Lo Bianco
Per oltre 50 anni tre generazioni di corleonesi si sono inginocchiati davanti quel nome, Michele Navarra, inciso nella targa di metallo fissata con quattro viti su un banco della Chiesa Madre.
Più che un ricordo, era stato per decenni un simbolo di ossequio e di rispetto; per qualche affezionato nostalgico anche di mistica adorazione. Per la storia don Michele fu il capomafia fatto fuori dagli uomini di Liggio che alla fine degli anni ’50 conquistò la successione al vertice eliminando il vecchio boss con oltre 100 proiettili di mitra e 38.
Fino ad un mese fa, quando raccogliendo una segnalazione del Prefetto Antonella De Miro l’arcivescovo di Monreale Michele Pennisi l’ha fatta rimuovere: «Quella targhetta – ha detto il presule che sabato scorso ha invitato a Monreale il pm della Trattativa Nino Di Matteo - era un simbolo di mafia, bisogna rimuovere quei simboli mafiosi che riportano a una religiosità fasulla’’.
E in Sicilia (e a Corleone in particolare) quando si scrive mafia si legge Cosa Nostra.
Ma non in questo caso, secondo il collaboratore di Giustizia Franco Di Carlo, ‘’corleonese’’ da sempre e autore di libri che hanno ricostruito origini ed evoluzione del contesto mafioso fino alle stragi ( e oltre) del ’92-’93: ‘’Che la Chiesa abbia preso questa posizione contro Cosa Nostra è sempre positivo – dice – ma mi piacerebbe chiamare le cose con il proprio nome: Michele Navarra non è mai stato affiliato a Cosa Nostra. Il capo in quel periodo era Nino Governale, inteso ‘funcidda, l’uomo che aveva scatenato la guerra interna alla famiglia di Corleone’’’.
La distinzione non è di poco conto, e la precisazione di Di Carlo serve a tracciare la mappa degli equilibri mafiosi sul territorio, condiviso da Cosa Nostra in quegli anni con i ‘’colletti bianchi’’, che ‘’governavano’’ le aree della provincia in perfetta intesa con i boss, fenomeno mai scomparso che ha ripreso vigore anche oggi attraverso il collante massonico, come ha recentemente accertato la commissione antimafia che a febbraio scorso ha sequestrato gli elenchi di numerose logge in Calabria e in Sicilia.
‘’In quel periodo nei paesi – dice Di Carlo – il sindaco, il parroco, il medico e i capimafia erano ‘tutta una cosa’’’.
E don Michele Navarra, inteso ‘’u Patri Nostro’’, era il medico condotto del paese, dotato di una fortissima influenza criminale e di ottimi rapporti con gli alleati Usa venuti a liberare la Sicilia e con l’amministrazione regionale: dopo la guerra riusci’ a mettere in piedi una società di autolinee utilizzando gli automezzi militari abbandonati dall’Amgot poi ceduta alla Regione che l’ha trasformata nell’attuale Ast. ‘’Governali aveva tentato di uccidere Liggio – racconta Di Carlo – che nell’agguato era rimasto leggermente ferito, da qui la spaccatura dentro la famiglia di Corleone che indusse il segretario della Commissione, Salvatore Greco ‘’Cicchiteddu’’, a spostare il mandamento da Corleone a Prizzi, e ad affidarlo al proprietario terriero Nino Scoma. Nei primi anni ’60 Nino Governale venne attirato in un tranello con la scusa di una pacificazione con i liggiani e di lui non si seppe più nulla".
"Navarra – prosegue Di Carlo – muore nel contesto di una guerra interna a due fazioni di Cosa Nostra per mano dei liggiani per indebolire Governali e sottrargli un importante punto di forza fatto di relazioni con la politica e gli altri colletti bianchi’’.
E conclude: ‘’Se dovessimo togliere tutte le targhe che ricordano i colletti bianchi collusi con Cosa Nostra ci sarebbe davvero molto da fare".

Tratto da: articolotre.com

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