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diotallevi ernesto 300altdi Giuseppe Scarpa
Roma. Per la procura Ernesto Diotallevi è tra i più pericolosi e ricchi criminali della mala romana. Ma per i giudici della Corte d’Appello di Roma l’ex uomo della Banda Magliana e referente per anni di Cosa Nostra nella Capitale, ha un ruolo «marginale nel contesto della criminalità». Per questo motivo i magistrati ieri hanno restituito al 73enne gran parte della sua immensa fortuna da 30 milioni di euro che gli era stata confiscata dai pm a febbraio del 2015.
Quote societarie, fondi, conti correnti, auto, quadri d’autore, appartamenti nella Capitale, compresa la prestigiosa casa di Fontana di Trevi, a Olbia e in Corsica che ora ritorneranno nelle mani del “boss”. E a definirsi così era stato proprio Diotallevi: «Chi è il super boss dei boss… quello che conta più di tutti?. “Teoricamente so’ io…», diceva al figlio Leonardo in una conversazione intercettata il 21 dicembre 2012 durante l’inchiesta sul Mondo di mezzo.
Insomma uno che pesa nelle gerarchie della malavita. A pensarla così è anche il procuratore generale Giovanni Salvi che promette battaglia e vuole impugnare il decreto in Cassazione per congelare di nuovo il tesoro di Diotallevi. «La Corte D’Appello - scrive il pg Salvi in una nota inviata ieri alle agenzie di stampa - riconosce la pericolosità derivante da vincoli mafiosi fino al 1982, e per il periodo 2009-2013, per i suoi rapporti con ‘Cosa nostra’ e altre organizzazioni (…) vi è dunque ampio spazio per il ricorso».
Ad oggi però viene accolta la tesi dell’avvocato di Diotallevi (Fabrizio Merluzzi) che rivolgendosi alla Corte d’Appello, per far sbloccare il patrimonio del suo assistito, aveva sostenuto che il tesoro era stato accumulato in anni di onesto lavoro. Argomentazione difficile da immaginare per uno col suo profilo criminale tracciato nell’ordinanza dell’inchiesta sul Mondo di mezzo da parte del procuratore aggiunto Paolo Ielo: «Già conosciuto per la sua attività di usuraio, Ernesto Diotallevi, intorno alla metà degli anni Settanta, veniva introdotto nella Banda della Magliana da Danilo Abbruciati come suo tramite con la mafia siciliana (per via della sua amicizia con Pippo Calò) e verso il mondo economico finanziario, nell’ambito del quale vantava notevoli entrature. Col tempo, poi, andò a costituire l’anima finanziaria del gruppo di “Testaccio-Trastevere”, oltre che a occuparsi di riciclare e investire i capitali della Banda della Magliana».

Tratto da: La Repubblica

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