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vitale salvo bestIntervista a Salvo Vitale
da lasiritide.it
Come ogni anno, il 21 marzo si celebrerà la Giornata del ricordo e dell’impegno delle Vittime innocenti di tutte le mafie. Nella settimana che precede questo appuntamento lasiritide.it, con il contributo di molti dei giornalisti che vi collaborano attivamente, ha incontrato, anche se da lontano, Salvo Vitale, amico fraterno di Peppino Impastato, barbaramente ucciso dalla mafia nel 1978. Oggi Salvo è un docente e il ricordo e l’esempio di Peppino sono vivi più che mai in lui non soltanto attraverso le sue parole ma, soprattutto, attraverso una quotidianità tesa sempre a perpetrarne i valori. La giustizia italiana ci ha messo 24 anni a percorrere i 100 passi che da casa Impastato erano necessari per raggiungere quella di Tano Badalamenti. Ma gli anni e i gesti di Peppino e dei suoi amici vivono anche attraverso la nostra Memoria. Certo, non è mai abbastanza. Con Salvo abbiamo parlato di Peppino, di mamma Felicia, delle mafie di ieri e di oggi e del contributo reale che ognuno di noi, indipendentemente dal ruolo che ricopre, è chiamato a dare nel nome della giustizia sociale e della legalità.

Al momento di lasciare la sua famiglia, Peppino Impastato era cosciente che si avviasse verso un sicuro martirio? Il suo sacrificio, oggi, ha cambiato, seppure in minima parte, la mentalità dei suoi paesani e fatto breccia in quella della nuova generazione, quella vivente?
Peppino non ha mai lasciato la sua famiglia. C'è stato un momento in cui il padre l'ha buttato fuori di casa, per il resto ha passato gran parte della sua vita con la zia Fara, sorella della madre, che viveva in una casa alla stazione e alla quale faceva compagnia. In ogni caso frequentava la sua casa, andava a trovare spesso la madre e non ebbe mai una rottura totale con il padre. Non credo che Peppino avesse piena coscienza di "avviarsi al martirio".
Per noi quello di lottare per gridare le nostre idee e farle conoscere era la condizione stessa del nostro essere giovani, della voglia di rapporti umani e sociali diversi che volevamo costruire cercando consenso nei vari settori della società di allora, particolarmente nei lavoratori. Oserei dire che era normalità, spazio di convivenza in un mondo di rapporti codificati dalla coabitazione con la democrazia. Sapevamo che in questo non c'era posto per la mafia, ma eravamo convinti che, isolandola, circondandola con un cordone sanitario e ridicolizzandole certi suoi modi di essere, alla fine ce ne saremmo liberati. E invece è successo che, proprio usando questa tattica dell'isolamento nei nostri confronti, ci hanno ritagliato intorno quel cordone sanitario, additandoci come esseri pericolosi, drogati, terroristi, pervertiti e quant'altro fango sia pensabile, sino a toglierci anche l'aria per respirare. La mentalità dei "cinisara" non è cambiata di molto, ove si eccettuino le lente metamorfosi causate dal tempo, dal cambio di modelli di vita e dalla scomparsa di modelli ideologici di riferimento. La breccia che abbiamo iniziato a scavare ancora, dopo 40 anni, non è riuscita ad aprire il buco per andare oltre il muro.

Non è semplice essere una persona libera, oggi come allora. Riuscire a raccontare uno spaccato di una società ‘malata’ porta tante volte a subire atteggiamenti intimidatori che possono cambiare la vita della persone. Cosa è cambiato in 40 anni per chi subisce queste intimidazioni e come è cambiato un eventuale atteggiamento di solidarietà attorno a chi subisce?
Ci sono le intimidazioni evidenti, rappresentate da attentati., atti di violenza, di aggressioni o di danneggiamento, e quelle più sottili fatti di diffamazione, tentativi di discredito, minacce, avvertimenti, consigli che arrivano attraverso presunti amici e che spesso nascondono anche velate minacce per i familiari. Sicuramente la vita cambia, perché impari a stare all'erta, a guardarti attorno, a reagire senza scendere sullo stesso livello di chi minaccia. La solidarietà quasi sempre è pelosa, si limita a formali manifestazioni di vicinanza che durano un giorno e poi ti lasciano solo. E tuttavia non c'è da disperarsi: una volta non c'era neanche questo.

È da poco trascorso l'8 marzo. Nella vita di Peppino Impastato grande importanza ha avuto la figura della madre, Felicia Bartolotta, che dopo la morte di suo figlio tanto si è battuta, pretendendo giustizia e lottando in prima persona per sconfiggere la mafia. Queste donne, eroine del quotidiano, si trovano spesso a dover abbattere muri di omertà. A tal proposito, che cosa può fare ognuno di noi, nella vita di tutti i giorni, per poter abbattere questi muri e diffondere la cultura della legalità?
 E' vero, Felicia è stata una grande donna essenzialmente per tre cose: non si è mai tirata indietro ritirandosi in se stessa, ma ci è stata sempre vicino, ha ostinatamente portato avanti la sua voglia di giustizia e la sua battaglia per la vittoria della legalità, riuscendo alla fine a "vincere" contro gli assassini di suo figlio; ha lasciato aperta la sua casa a chi volesse entrarci e soprattutto alle centinaia di ragazzi che andavano a trovarla e si incantavano nel sentirla parlare. Abbattere l'omertà non è facile, perché si tratta di un elemento culturale che nel tempo è diventato una sorta di modo di essere e di pensare. Quello del farsi i fatti propri, dello starsene in silenzio anche davanti a un'ingiustizia, fingere di non vedere, non impegnarsi, restare indifferenti, accettare e subire. E' quella che per Verga era la teoria dell'ostrica, starsene dentro il proprio guscio, chiudersi, pensare solo a se stessi. Cosa si può fare? Principalmente incontrarsi, riattivare i rapporti di socializzazione, tornare ad essere "compagni", cioè condividere il pane (cum panis), essere cristiani, essere comunisti, essere e avere qualcosa da condividere.

“Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”, il suo grido diventato slogan. Lei è insegnante, quale mezzo migliore delle nuove generazioni per consegnare sogni e ideali: quale la sua idea circa la capacità dei giovani di farsene carico; trova differenze tra i giovani di oggi e quelli di trent'anni addietro?
Dire "le nostre idee", dovrebbe significare prima averle. Dire che queste idee sono uguali o simili a quelle di Peppino, è ancor più impegnativo. Perché Peppino era un comunista, con forti sfumature anarchiche, era uno che credeva nell'uguaglianza sociale ed economica di tutti gli uomini e nella costruzione di un mondo migliore con il contributo di ognuno che in tali cose credeva. La felicità del singolo uomo come condizione della felicità di tutti gli uomini. Di tutto ciò è rimasto ben poco, dopo la spietata campagna di rimozione del pensiero di Marx che è stata fatta nell'ultimo secolo e completata nei nostri giorni. La tendenza a cercare modelli di riferimento o profeti dell'ultima ora è l'aspetto più pericoloso, nel senso che si perde un principio di fondo, ovvero che l'unico punto di riferimento per me sono io stesso, che sono o dovrei essere io a costruire le mie idee e il mio pensiero facendo tesoro delle idee e delle esperienze degli altri, ma facendo in modo che gli altri si incontrino con le mie idee,per costruire insieme un progetto, senza mettersi dentro uno già fatto e impostoci dall'alto.

Il 41 bis sembrava essere la panacea della lotta alle mafie, eppure le spire dei tentacoli della piovra continuano ad avvolgere l'Italia da nord a sud. Cosa non funziona? Le cause sono politiche, culturali, giudiziarie o di altra natura?
E' una domanda troppo complessa. Per prima cosa vorrei segnalarti che il 41 bis, così come originariamente codificato, non è stato mai messo completamente in pratica, eccetto per persone non sempre in grado di poter pagare un buon avvocato o per altre ormai diventate larve umane, come Bernardo Provenzano, che è stato lasciato morire come un cane. Ma si potrebbe dire che se l'è meritato. In ogni caso, per un mafioso in gabbia ce ne sono dieci liberi e non bisogna dimenticare che i tentacoli del mafioso in gabbia si allungano all'esterno attraverso parenti, amici, soci e complici. Il cordone ombelicale che lega la mafia ai politici non è mai stato tagliato, i mafiosi più intelligenti investono attraverso prestanomi e depositano i loro capitali all'estero. Ci sono quelli che stanno dietro il traffico di esseri umani e di organi di esseri umani, cosa di cui nessuno parla. Ci sono tanti imbecilli che, insoddisfatti della propria dimensione ne cercano altre attraverso l'uso di droghe pesanti che, oltre che danneggiare il loro cervello, costituiscono un canale impressionante di accumulo di denaro; c'è uno stato che non vuole depenalizzare l'uso delle droghe leggere e non vuole legalizzare quello delle droghe pesanti, consentendo così di alimentare un mercato nero di spaventose proporzioni. Ci sono altre infinite forme di mercato nero e di economie illegali. C'è il pizzo, che succhia una parte delle risorse dei commercianti. C'è una legge sulle misure di prevenzione che non si preoccupa di assistere le aziende sequestrate e i loro lavoratori, ma produce fallimenti e ulteriore disoccupazione. Mi fermo, anche se potrei continuare all'infinito, nel senso che ci sono una serie di concause tipiche di una società tardo-industriale come la nostra, ormai abbandonata al declino, proprio per la sua incapacità di sapersi auto-organizzare.

Sin dalla mia età di giovane studente ho vissuto e mi sono nutrito di notizie che quotidianamente parlavano di morti di terrorismo e di mafia. Oggi, mentre sembra che il terrorismo in Italia sia stato debellato, non posso affermare lo stesso per la mafia. Forse perché c’è una volontà nascosta che non vuole la sua morte o forse la stessa è più difficile stanarla per essere sradicata in modo definitivo?
Non traccerei una linea di confine così marcata: anche quello mafioso è un terrorismo che ha scarsa considerazione della vita umana. E' vero che dietro non c'è un progetto politico destabilizzante, a parte rari casi, ma intenzione di orientare il potere relazionandolo con i propri interessi, che finiscono poi inevitabilmente con l'incontrarsi e identificarsi. E' un gioco ad ampio raggio che, a secondo del luogo o delle persone coinvolte, viene chiamato mafia, estorsione, ricatto, corruzione, tangente, pizzo, collusione o collaborazione. Non voglio buttarla in politica, ma basti chiedersi a chi ha fatto comodo il Jobs Act, non certo ai lavoratori, o dove vuole andare a parare la prossima legge elettorale con il premio di maggioranza e l'abolizione delle preferenze. Tutto in mano a un premier che, con i dovuti distinguo, non differisce molto dal "capo dei capi". La risposta è chiara. I mafiosi ci sono non perché sono uno stato nello stato, ma perché sono una componente dello stesso stato.

Esiste una ‘antimafia’ negativa o, comunque, poco credibile?
Si, è quella delle parate istituzionali, delle ricorrenze formali, delle commemorazioni sterili, dei morti di mafia indicati come eroi o santini, ma è anche quella di alcuni tribunali che non rendono giustizia agli innocenti, o che sequestrano beni senza accertarne la presunta provenienza mafiosa o meno, quella di alcuni settori dello Stato, che dovrebbero indagare e non indagano, oppure si fermano quando ci sono in mezzo persone che potrebbero danneggiare la propria carriera. C'è anche l'antimafia di chi fa carriera usando l'antimafia come bandiera e l'antimafia di chi, usando i soldi, i contributi, i beni messi a disposizione dalle leggi antimafia, riesce a usare l'antimafia come forma di arricchimento o di sistemazione per sé e per la famiglia. E ancora: c'è l'antimafia dei giornalisti, pronti a scagliarsi contro tutte le forme di antimafia quando scoprono in queste qualcosa di cui parlar male. Per non parlare dell'antimafia "pura", ovvero di quelli che sostengono che si fa antimafia solo lavorando nel sociale, senza aiuti da parte dello stato, senza guadagni, senza niente, solo per missione e buona volontà.

Se un bambino le chiedesse oggi, semplicemente: “cosa posso fare io per sconfiggere tutte le mafie?”, cosa risponderebbe?
Felicia, la madre di Peppino, diceva ai ragazzi: la mafia si sconfigge con la cultura: Studiate". In una canzone che suonavo con il "Collettivo Musicale Peppino Impastato", si cantava: "Contru mafia e putiri c'è sulu rivoluzioni". Il prefetto Mori, nella sua lotta contro la mafia usava, in nome dello stato, metodi molto simili a quelli mafiosi, con buoni risultati, ma venne promosso, anzi rimosso senatore non per questo, ma perché era andato a toccare nomi ed equilibri che si stavano componendo tra fascismo e mafia. Che dire? Uno Stato più forte? Uno Stato di polizia? Non basta e si corre il rischio che, non essendo semplice incastrare i mafiosi, chi dovrebbe sorvegliare e reprimere, usi i poteri per prendersela con i più deboli. Uno governo di magistrati? Non basta, perché la magistratura molte volte è sembrata essere al servizio delle classi dominanti. Più lavoro? Neanche questo basta, perché ci sarebbe chi tenterebbe di imporre il pizzo sul lavoro degli altri. Insomma, non c'è una soluzione a portata di mano e se ci fosse la mafia prenderebbe subito le contromisure per annullarla. Tutto questo non toglie l'importanza del contributo che ognuno di noi è tenuto a dare alla ricerca di questa soluzione.

Gianfranco Aurilio
Nicoletta Fanuele
Marialaura Garripoli
Giovanni Labanca
Giuseppe Panaino
Paolo Sinisgalli
Vincenzo Terracina
Mariapaola Vergallito

Tratto da: lasiritide.it

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