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9Alla Libreria Etruria il libro di Lorenzo Baldo sulla morte del giovane urologo siciliano
di Antimo Verde
E’ il 12 febbraio 2004. Il giovane urologo siciliano Attilio Manca, che lavora all’ospedale di Belcolle, viene ritrovato cadavere nel suo appartamento in via Monteverdi alla Grotticella. Causa del decesso, secondo il referto dell’autopsia, un mix di eroina, alcool e sedativi. Nessun dubbio per la Procura di Viterbo: la morte del giovane medico è stata causata da un’overdose per inoculazione volontaria delle tre sostanze, forse per motivazioni suicide. Sempre secondo la Procura, Manca sarebbe stato un consumatore abituale di sostanze stupefacenti. Caso chiuso e archiviato. Non di questo avviso i genitori e il fratello del medico siciliano, che non hanno mai creduto alla tesi del suicidio e che da anni si battono per avere verità e giustizia, supportati dagli avvocati Fabio Repici e Antonio Ingroia (ex pm della Procura di Palermo).

Tante sono le cose che non tornano nella morte di Manca: da quei buchi trovati sul braccio sinistro in cui si sarebbe iniettato l’eroina (lui che era un mancino puro), al setto nasale deviato, alle labbra gonfie, ai testicoli ricoperti di ecchimosi. E ancora quel viaggio di lavoro in Costa Azzurra di cui sarebbero stati informati soltanto i parenti.

Proprio ieri, mentre poche ore prima era in corso il processo al tribunale di Viterbo contro Monica Mileti, detta Monique, la donna accusata di aver venduto a Manca la dose letale di eroina, con la madre di Attilio Manca, Angela, ascoltata sul banco dei testimoni, alla libreria Etruria è stato presentato il libro ”Suicidate Attilio Manca”, che getta una nuova luce sulla morte del medico siciliano. Nessuna assunzione ”volontaria” di droga e nessun suicidio, ma la mano di Cosa Nostra nella tragica fine del trentaquattrenne di Barcellona Pozzo di Gotto. Il giovane urologo, specializzato nella tecnica laparoscopica, infatti, avrebbe partecipato nel 2003 all’intervento chirurgico alla prostata, al quale era stato sottoposto in una clinica di Marsiglia il boss Bernardo Provenzano. Per questo Cosa Nostra e pezzi di Stato deviato, avrebbero ordinato il suo ”suicidio”, sbarazzandosi in questo modo di un testimone diventato ormai scomodo.


Ospiti dell’incontro, moderato da Simona Zecchi, l’autore del libro (Imprimatur Editore) Lorenzo Baldo, vicedirettore di Antimafiaduemila, insieme ai legali della famiglia Manca, Repici e Ingroia, la parlamentare Giulia Sarti della Commissione Antimafia, e Gianluca Manca, fratello di Attilio.

Duecentosessantaquattro pagine di una storia che parte da Viterbo e ritorna, dodici anni dopo, con la conferenza di ieri e soprattutto con il processo alla Mileti – ”un’ennesima umiliazione” l’ha definita Ingroia riferendosi allo scarso peso dato alla madre di Manca durante l’audizione in tribunale – di nuovo nella Tuscia.

“Dal libro – spiega l’avvocato Repici – si percepisce tutta la forza di questa mamma apparentemente fragile, ma in realtà ferma nel suo grido di dolore e di giustizia. Tuttavia, non si racconta soltanto delle vittime di questa dolorosa vicenda, ma anche della difficile ricerca della verità processuale, in cui Barcellona Pozzo di Gotto riveste un ruolo di primissimo piano, non solo come paese di origine di Manca, ma anche nella sua stessa scomparsa, su cui ha svelato interessanti retroscena il pentito di mafia Carmelo D’Amico, che ha fornito nuove chiavi di lettura sul delitto collegabile alla trattativa Stato-mafia, in cui sarebbero coinvolti personaggi eccellenti barcellonesi”.

Un libro, quello di Lorenzo Baldo, che è stato scritto raccogliendo le testimonianze vivide dei familiari, immergendosi completamente nella vita e nella famiglia Manca, vivendo a stretto contatto con loro e dormendo nella stessa camera di Attilio. “Stare a casa dei Manca – racconta – guardare i suoi libri e le sue fotografie, leggere le sue poesie e ascoltare la sua musica, mi ha fatto fatto capire tutto l’amore per la vita che aveva e il grande vuoto che ha lasciato nelle persone che lo amavano. Ho percepito anche la solitudine e la rabbia dei genitori di questo giovane medico ma anche la voglia di riscatto e di giustizia per la ricerca di una verità di quello che è a tutti gli effetti un omicidio di Stato. Da un lato, ho cercato quindi di trasmettere le sensazioni e le emozioni dei genitori e del fratello, dall’altro di far capire ai lettori che ci sono tanti puzzle scomposti di questa storia che bisogna mettere insieme. Il mio, quindi, vuole essere un contributo alla ricerca della verità sia come giornalista che come cittadino”.

”Attilio amava Viterbo – conclude il fratello, Gianluca – proprio per questo stava pensando di comprare casa per costruire qui il suo futuro. Anche per questo i viterbesi non devono spegnere i riflettori su questa vicenda che non può non riguardare anche loro”.

Tratto da: viterbopost.it

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