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giordano viadamelio foto antonella morellidi Pippo Giordano
Avevo tanto da dire in via D’Amelio: avevo detto al figlio del magistrato Nino Di Matteo che avrei parlato della condizione abnorme in cui si trova da tempo suo padre. E invece la scaletta degli interventi mi ha lasciato poco spazio. Ed ora dirò quello che avrei voluto dire. Intanto, vorrei rimarcare che per me via D’Amelio rappresenta  il luogo ove versai le poche lacrime che m’erano rimaste nel ’92.
In via D’Amelio c’è il totale fallimento dello Stato. Il luogo per eccellenza ove  la cattiveria umana si è palesata con brutalità inusitata. Persino degli esseri ignobili riuscirono, col furto dell’Agenda rossa, a rubare l’anima e il pensiero del Galantuomo Siciliano Paolo Borsellino.
Le tante parole conseguenti alla strage di via D’Amelio sono, a mio parere, la più grande beffa operata in danno di tutto il Popolo italiano. Il mio pensiero sul depistaggio è noto da tempo. Ed è perfettamente inutile che parte di questo imbelle Stato ancora oggi lo escluda. Hanno voglia di dire che la trattativa “legittima fu!”: un’altra castroneria per dar fiato ai polmoni.
Le parole che non ho detto in via D’Amelio.
Su Nino Di Matteo vedo un remake, vedo un film già visto il cui titolo era Giovanni Falcone. Non capisco come questo Paese possa ripercorrere gli stessi errori, non comprendo l’accanimento e l’astio a carattere industriale riversato su Di Matteo.
Sovente me lo chiedo e riesco a capire il perché. Non ci giro attorno: Di Matteo è riuscito a scoperchiare numerose pentole, per anni saldamente chiuse. L’Italia ha bisogno di altro sangue innocente  per meri calcoli delle  menti raffinatissime? No! Non ve lo consentiremo, sono finiti i tempi degli omicidi facili. Politici che detenete il potere, colleghi di Di Matteo, smettetela e comportatevi da Uomini.
Lasciate che il PM Di Matteo svolga il proprio lavoro con serenità nell’interesse della Giustizia. L’ho scritto tante volte. Il mio desiderio è vedere Nino Di Matteo passeggiare libero e senza scorta per le vie di Palermo. Solo allora mi convincerò che lo Stato ha reciso il cordone ombelicale che lo lega a Cosa nostra. 
Il 41bis. Volevo rispondere al sottosegretario Gennaro Migliore, che ha auspicato un 41bis diversamente umano.
Ci risiamo!
Ogni tanto un paladino delle libertà esce allo scoperto, dimenticandosi che uno dei motivi che diedero luogo alla cosiddetta trattativa Stato-mafia, fu proprio il 41bis messo in discussione da Cosa nostra.
Che del 41bis ne parla un giudice americano dicendo che trattasi di “tortura” (si dimentica di dire che nel suo paese esiste la pena di morte), che lo dica il Parlamento europeo, passi. Ma che un esponente di Governo faccia dichiarazioni in  tal senso, lo trovo insensato.
Il 41bis, sottosegretario, nacque da un’esigenza primaria, ovvero interrompere i collegamenti dei mafiosi detenuti col sodalizio in libertà, potrei raccontarle un episodio eclatante e tanti altri. Siffatto pensiero del sottosegretario, insieme alla pressante richiesta di modificare le norme sulle intercettazioni, mi fa sorgere il sospetto che “la china è passata e che lo juncu si è rialzato”.
Sì, si è rialzato e la pax mafiosa lo dimostra: tutti felici e mafiosi. 
L’ultima cosa che volevo dire in via D’Amelio era denunciare la presenza, nei Tribunali siciliani, di un potente virus che sta facendo numerose vittime.
A dire il vero il citato virus fece la comparsa in Roma, allorquando un Ministro dell’Interno disse di non ricordare chi fosse il magistrato Paolo Borsellino e che non ricordava di averlo mai incontrato.
Infatti tutti gli italiani sapevano che Paolo Borsellino e Giovani Falcone non erano andati in ferie all’Asinara. Ma il ministro Mancino, ahimè, non lo ricordava. Ora, tanti appartenenti  alle  istituzioni, chiamati  a deporre e Palermo e Caltanissetta, si sono gravemente ammalati della virulenza del virus, etichettato dagli esperti “NON RICORDO”.
Dopo la distruzione delle telefonate  tra Napolitano e Mancino e i vari “non ricordo”, non mi stupisco di nulla. Mi rimane l’angoscia, l’amarezza, che lo stesso abbraccio dato il 17 luglio 2016 a Salvatore  Borsellino, lo diedi il 17 luglio 1992 al magistrato Paolo Borsellino, che mi disse: 'Ci vediamo lunedì o martedì'. Invece la domenica...

Tratto da:
articolotre.com

Foto © Antonella Morelli

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