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via damelio 2 effdi Angela Allegria
“Siamo arrivati in via D’Amelio quando ancora non c’era nessuno, neppure i vigili del fuoco. C’erano fumo, fiamme, palazzine sventrate, persone che correvano, che chiedevano aiuto. Abbiamo trovato il collega, l’unico che si è salvato, con la pistola in mano che ripeteva “I Colleghi tutti morti”. Gli abbiamo tolto la pistola, lo abbiamo caricato su una macchina e portato in ospedale.
Ero stato tante volte in quella strada e quel giorno non avevo capito che era il posto dove viveva la madre di Borsellino.
Quando abbiamo trovato il corpo di Emanuela Loi abbiamo pensavo che era una signora affacciata che con la forza di radiazione era caduta”.
Inizia così il suo racconto Giovanni La Perna, sindacalista Siulp, autore di “A vent’anni dalla Strage…L’odore che non mi lascia”.
Nella sua Modica, cittadina siciliana a bassa densità mafiosa, famosa per il cioccolato e adesso anche per il Commissario Montalbano, la sua voce ripercorre il pomeriggio di quel 19 luglio 1992, quando a soli ventiquattro anni, subito dopo il corso, riceve la sua prima destinazione: Palermo.
“Non si capiva nulla, solo che bisognava dare soccorso. Mi sono trovato con un signore che aveva un ragazzo di circa sette-otto anni in braccio che ci diceva “Datemi aiuto”. L’ho caricato in macchina e l’ho portato all’ospedale accanto la Favorita, villa Sofia, e ho dato l’emergenza.
Sono subito tornato sul posto e ho cominciato a chiedermi cosa stesse succedendo. Sono arrivate tante persone, parecchie personalità che atterravano a poca distanza, in un luogo lì vicino adibito ad autosalone dal quale avevamo fatto rimuovere le auto per permettere l’atterraggio degli elicotteri.
Cercavamo di tenere a bada la folla.
Ricordo un collega che adesso è alla squadra mobile di Palermo che mi diceva: “Giovanni, non ti impressionare, vai avanti!”
Non riuscivo a capire. Poi ad un certo punto cominciati a focalizzare le varie personalità: Ayala, Caponnetto, un grande giudice, un uomo di settant’anni che ho visto appoggiarsi al suo capo scorta e piangere abbondantemente.
Quando ho iniziato a capire chi fossero tali personalità ho pensato subito ad Emanuela”.
Giovanni aveva conosciuto Emanuela Loi appena arrivato a Palermo, il 28 luglio 1991. In un primo momento fu mandato a fare la vigilanza alla fabbrica di Libero Grassi, dopo il suo assassinio, lo mandarono a fare vigilanza presso il reparto speciale dell’Ospedale Civico di Palermo dove erano ricoverati tutti i grossi pregiudicati. Durante una di queste vigilanze conobbe Emanuela Loi: “Entrambi vigilavamo un boss mafioso di cui avevo sentito il nome in televisione. La collega aveva circa un anno e mezzo di servizio, io solo alcuni mesi. Ci vedevamo prima del servizio, scherzavamo sui nostri rispettivi dialetti, sardo e siciliano. Sardi e siciliani ci chiamiamo cugini per via del mare che ci circonda”.
A gennaio del ‘92 Giovanni viene mandato al reparto volanti. Iniziò a fare i vari interventi, fra cui assistenza entrata e assistenza uscita alle varie personalità.
“Quando sapevamo che la personalità, sia che si trattasse di Falcone che di Borsellino, doveva andare in un determinato luogo, ci portavamo sul posto, controllavamo se c’era qualcosa di sospetto, sempre in contatto con la Quarta Savona, la sigla radio delle scorte di Palermo, e, se tutto era apposto, la facevamo entrare. Stessa cosa facevamo in uscita bloccando le macchine per liberare la via. Come riportato nel film “Paolo Borsellino” di Gianluca Maria Tavarelli, che ricostruisce la vicenda in maniera veritiera, con la consulenza dei familiari del giudice Borsellino, sia gli agenti delle scorte che noi delle volanti ci siamo lamentati più volte delle strade posteggiate in via Mariano D’Amelio”.
Normale routine, normale servizio, in una Palermo calma, tranquilla, una città che non doveva destare sospetti, pronta ad eruttare come un vulcano nella notte.
“Il primo campanello d’allarme che allora non è stato capito è stato l’assassinio dell’onorevole Salvo Lima. Quel giorno ero di servizio. Era il 12 marzo 1992 e subito si disse “È stato ucciso un politico, la mafia ha alzato il tiro”, ma nulla di più”.
A partire dalla fine di aprile, primi di maggio, a Palermo non accadeva più nulla, né reati minori, né omicidi eccellenti, una sorta di limbo all’interno del quale tutto rimaneva sospeso all’interno di una bolla silenziosa e quieta.
Solo i poliziotti più anziani raccomandavano alle nuove leve di stare attenti: “Occhio che sta per succedere qualcosa” dicevano a mezzo tono.
Poi il 23 maggio, la strage di Capaci.
“Ricordo che il 23 maggio ero a casa, a Modica, ero alle prese con i preparativi del matrimonio. Quando nel pomeriggio accendo la televisione inizio a vedere cosa era successo. Aspettavo che il telefono di casa squillasse, che qualcuno mi chiamasse perché dovevo rientrare a Palermo, perché erano morti tre miei colleghi che, anche se non eravamo in confidenza, comunque conoscevo. A mensa spesso incontravo Antonio Montinaro e ci salutavamo.
Quando sono rientrato in servizio mi sono recato a Capaci. Ho visto la voragine.
Ho visto la macchina dei colleghi che era saltata totalmente in aria, l’auto del giudice Falcone.
La mafia ha raggiunto comunque il suo obiettivo, ma quella che è saltata in aria è stata la macchina dei colleghi, quella in cui viaggiava il giudice Falcone è andata a sbattere ad una velocità elevata contro il muro di calcestruzzo. Diverse volte avevo fatto da staffetta a Falcone. Con lui si camminava in maniera veloce, anche in città, per raggiungere l’obiettivo e non far capire che strada si prendesse, anche se lui era un abitudinario”.
Dopo questo fatto Giovanni, come anche gli altri colleghi, iniziarono ad essere ancora più attenti a svolgere il servizio, ma, ancora una volta, i toni si raffreddarono. Tornò a non succedere nulla.
“Una sera di caldo afoso – continua Giovanni – chiamano la mia macchina e ci dicono di portarci in questura. Ci danno l’ordine di andare in via Cilea 97, presso l’abitazione del giudice Borsellino perché si doveva iniziare a fare la vigilanza. Ci danno l’ordine di indossare il giubbotto antiproiettile e il casco super ubott e di tenere il mitra in pugno. Mi piazzo sotto l’abitazione del giudice, un collega alle mie spalle e il capopattuglia rimane in macchina. Ad un certo punto, dall’ottavo piano, vedo un signore che si affaccia e inizia a farmi dei gesti. Riconosco la fisionomia del giudice, ma dall’ottavo piano non riesco a capire cosa mi dice. Lo vedo rientrare, dopo pochi istanti scende l’ascensore e appare il giudice Borsellino. “Comandi Signor Giudice” mi pronto a dire. Indossava un paio di pantaloni scuri, una maglietta e le ciabatte. Mi chiede “Agente, cosa fa qua?” Gli dico che ci hanno detto di fare la vigilanza. Lui ci dice che dobbiamo andare via, insiste più volte, “Non vi voglio qui. Adesso chiamo in Questura e mi informo” ci ripete, nonostante noi insistiamo che abbiamo ordine di permanere sotto casa sua. Mi saluta, mi stringe la mano ringraziandomi per quello che stavamo facendo e torna su in casa. Non avevo mai visto il Giudice. Fu l’ultima volta che lo vidi vivo”.
Poi quella domenica, iniziata come le altre, una domenica di caldo afoso, di quelle in cui si progetta un tuffo a Mondello, un po’ di svago, un po’ di refrigerio, una domenica normale nella quale Giovanni incontra i colleghi per andare a pranzare in mensa prima di uscire in servizio.
“Eravamo 12 macchine. Iniziamo il nostro giro. Ad un certo punto la Centrale ci chiama e ci dice di portarci alla Caserma Lungaro per prelevare il pranzo per un soggetto che era stato arrestato nella notte per oltraggio e resistenza ed era ancora nelle camere di sicurezza della Questura.
Mentre aspettiamo il sacchetto con il pranzo vedo arrivare una blindata. Si fermano i colleghi e scende Emanuela Loi. Un saluto veloce, uno scambio di simpatiche battute come sempre. Lei mi dice che stava andando a prendere la “Personalità”. “Manu, mi raccomando, occhio vivo” le rispondo. Lei ricambia. Nel frattempo, arrivato il sacchetto, metto in moto la 33, guardo nello specchietto e vedo Emanuela alza la mano in segno di saluto”.
Inizia così il giro di controllo, nella completa calma. Intorno alle 16,15 la volante viene chiamata dalla centrale operativa con l’ordine di recarsi presso il Foro Italico perché c’era un tentativo di suicidio. L’adrenalina sale.
Giovanni e i colleghi si preparano subito ad intervenire: “Volevamo fare qualcosa, dare il nostro contributo: eravamo ragazzi, quelli che volevamo sconfiggere la mafia”.
Si comincia dai piccoli-grandi gesti, quella domenica era stata la volta di un tentativo di suicidio, ma da qualche parte si deve pur cominciare.
“Convinciamo la suicida a desistere dall’insano gesto e, mentre stiamo per recarci verso l’Ospedale Civico, arriva una comunicazione radio che ci avvisa di un’esplosione e ci chiede se ne sapevamo qualcosa. Erano le 16,58. Da questo momento in poi comincia un susseguirsi di trasmissioni radio a distanza di tre secondi ciascuno. Una volante comunica di vedere del fumo dalla zona della Fiera del Mediterraneo. Subito dopo un’altra comunicazione: “Attenzione, c’è stata una strage in via Autonomia Siciliana. Sono tutti morti”. La sala operativa comunica a tutte le volanti di lasciare i propri territori e di convergere verso quei luoghi e vedere cosa fosse accaduto.
A quel punto non si è capito più nulla. Noi siamo partiti non tenendo conto del codice della strada, né dei semafori, di nulla: dovevamo arrivare lì il più presto possibile per capire cosa fosse successo.
Arrivati sui luoghi Palermo ci appare come Beirut: c’è fumo, ci sono persone che escono dalle case. Non riesci a capire cosa sta succedendo, non avresti neppure potuto immaginarlo.
Dopo aver soccorso il ragazzino tornai sul posto e cercai di arginare la folla che voleva entrare per vedere ciò che era accaduto.
C’erano già i colleghi della scientifica. C’erano i cadaveri. Un collega che sale al terzo piano del palazzo scivola e cadendo viene infilzato da un albero. C’erano pezzi di carne dappertutto.
C’era una donna, a terra, priva di gambe e di braccia, bruciata. Non si riusciva a capire chi fosse in volto”.
Calde lacrime invadono i grandi occhi celesti di un uomo fatto, un padre di famiglia, lasciando intravedere l’orrore di quel ragazzo che ha visto la mafia in faccia.
Ma Giovanni è una persona forte, lo è stato da ragazzo quando ha fatto il suo dovere in mezzo a quell’inferno di fuoco, di fumo, di corpi dilaniati, di colleghi la cui vita si era spenta in modo violento, inaspettato, crudo, una ricompensa amara per chi ha continuato a fare il proprio dovere, lo è ancora oggi rivivendo quelle scene che ha cercato di cancellare dalla propria mente, ma che sono lì, chiare, nitide, ancora vive.
“Cerchiamo di dare soccorso. Arrivano le prime personalità. Io, come tutti i colleghi giovani, eravamo lì a guardare, a scrutare per cercare di capire. Borsellino, la mamma di Borsellino. Così mi viene in mente che quella donna che avevo visto qualche attimo fa in terra, denudata, subito coperta con un lenzuolo bianco, era proprio Emanuela Loi”.
Una collega, a distanza di anni, gli ricorda un’immagine che Giovanni aveva cancellato dalla propria mente per attenuare tutto il dolore che ancora oggi ricordando quegli eventi si riaffaccia con forza: Giovanni era inginocchiato, a terra, vicino al corpo di Emanuela. Piangeva. Appena vide la collega del suo corso venirgli incontro cercò di spostarla, di non farle vedere quel corpo, di proteggerla da un dolore tanto grande.
“Ricordo che c’era un uomo con una lamiera conficcata nel collo che ti guardava con lo sguardo di chi chiede aiuto, di chi non vuole morire.
Nel frattempo c’è stato uno sciacallaggio incredibile: alcune persone furono trovare in case che non erano le loro”.
I ricordi sono sempre vivi e si rincorrono sul piano immaginario di un cielo azzurro, velato di nuvole.
“Andammo avanti così tutta la giornata. Dovevo smontare alle 19, andai in caserma a mezzanotte. Non c’erano più macchine. La mia era piena del sangue del ragazzino che avevo accompagnato in ospedale. Rientrato iniziai a sentire quell’odore acre che mi ritorna ancora in mente quando c’è una macchina bruciata. È un misto tra il bruciare della lamiera, del colore, della benzina e della carne umana insieme. È un tipo di odore che non dimenticherò mai. Me lo sentivo addosso, anche dopo una lunga doccia, anche nei giorni successivi. Mi misi a letto ma non riuscii a dormire. Guardavo le immagini in tv di ciò che era accaduto per cercare di capire perché era stato fatto tutto questo”.
Alle 6 del mattino del 20 luglio Giovanni e alcuni colleghi uscirono presto, alle 6 per dare il cambio agli altri. La sua macchina fu una delle prime ad uscire. Destinazione: obitorio.
“Fui mandato all’obitorio per l’assistenza ai familiari. Cosa dovevi assistere? Mi chiedo ancora oggi.
C’erano anziani, giovani, c’erano tutti. Ricordo che un signore anziano appena ci vide ci disse: “Uno di quelli che sono lì dentro è mio nipote. Aveva la divisa come la vostra e ora non c’è più!”
Ti mettevi vicino a quelle persone cercando di dare loro coraggio. Forse ci voleva chi dava coraggio a noi! A 24 anni che coraggio puoi dare!”
Sono riflessioni che si pone, mentre con lo sguardo che vaga ritrova, in quel cassetto della memoria dove sono rinchiuse anche quelle terribili giornate che hanno fatto la storia d’Italia, un particolare, un’espressione, una voce, un volto.
“Fu fatta l’ispezione cadaverica. Oltre all’assistenza ai familiari dovevamo fare assistenza ai funzionari di Polizia Giudiziaria che vi partecipavano.
Rivedevo quei corpi martoriati, lo sguardo di Borsellino, i corpi dei colleghi dilaniati: a chi mancava un braccio, a chi una gamba, chi aveva il volto bruciato…”
Il giorno seguente tornò a Modica insieme ad altri colleghi. Non parlarono, restarono in silenzio per tutto il tempo. Non c’erano parole, non c’era nulla da dire.
“Quando arrivai a casa mi aprii mio padre. Era stato sottufficiale dell’arma. Non mi disse niente. Prese il borsone e lo diede a mia mamma, in silenzio. Capiva ciò che provavo e rispettava il mio dolore. Mi misi subito a letto e lì, finalmente, il sonno mi avvolse”.

Foto originale © Ansa

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