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capaci web5di Riccardo Castagneri
Sarebbe riduttivo definire Franco Di Carlo un collaboratore di giustizia.
L’ex boss di Altofonte è la memoria storica di una sanguinosa pagina di Cosa Nostra, per certi versi ancora indecifrabile oggi, oltre che custode di indicibili segreti e patti inconfessabili tra crimine organizzato, massoneria e istituzioni deviate.

E' prossima l'uscita del suo nuovo libro, ancora una volta scritto a quattro mani con il giornalista Enrico Bellavia, ci può fornire  qualche anticipazione?
Caro direttore,  sa che a lei rispondo volentieri, anche perché leggendo il suo giornale, vi ho sempre trovato una costante e intraprendente lotta alle mafie e a tutto quel malaffare che ruota attorno a quella che io definisco mentalità mafiosa. Cosa che altri giornali e altri giornalisti praticano a giorni alterni. Lei ha letto un’intervista di Enrico Bellavia che annuncia di aver scritto un libro assieme a me. Vero, il libro uscirà intorno al 22-23 giugno SBIRRI E PADRETERNI, edito da Laterza.

Arrossisco e ringrazio. Torniamo a lei: l’accusa che con più frequenza le si muove è quella di raccontare le sue verità a rate, di tacere o parlare secondo convenienza, cosa risponde ai suoi detrattori?
Che parlo e racconto quando è il momento giusto per farlo. O quando davanti a me ci sono gli interlocutori che vogliono ascoltare quello che ho da dire. Mi è capitato svariate volte nel corso della mia collaborazione di avere di fronte persone che non volevano ascoltare o fingevano di non capire. E qui tornerei al libro che sta per uscire, e che sono certo farà tanto discutere. Piaccia o non piaccia ai miei detrattori, io non racconto la mia verità: racconto la verità. Soprattutto la racconto al momento giusto. La materia è delicata e il nostro è un Paese difficile, ne converrà, caro direttore. In merito al libro, devo doverosamente ringraziare il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato. Mi è capitato di leggere la lettera che in occasione della strage di via D’Amelio, scrisse al suo amico Paolo Borsellino. Lì ho capito che ci sono giudici che hanno il coraggio di dire e di dire in piazza. Come faccio io nel libro, appunto.

Una domanda scomoda: lei non ha mai rinnegato il suo passato, la sua appartenenza a Cosa Nostra. Una sorta di nostalgia o ritiene di non aver nulla da rimproverarsi?
Domanda provocatoria. Io, per carattere e formazione, non ho mai rinnegato nessuno e niente della mia vita, nel bene e nel male. Non credo si possa chiamare nostalgia, la mia, parliamo di cose accadute sessant’anni fa. Certo se paragoniamo Cosa Nostra di allora alla miserabile delinquenza attuale, quella che chiamano mafia, è normale che abbia una mia opinione in proposito e dica quello che penso. Quando sono entrato in Cosa Nostra nel 1961, ci ho trovato la crema della società siciliana: ne facevano parte i migliori avvocati, primari, professori universitari, nobili di antichi casati, direttori di banca e banchieri, per non parlare dei politici, alcuni dei quali diventati ministro. Ma anche successivamente alla mia affiliazione, in tanti, diciamo dell’alta borghesia, sono entrati Cosa Nostra. Senza considerare quelli che sostavano in anticamera con la speranza di poterne far parte. Mi vanto di essere stato affiliato a Cosa Nostra per la mia moralità e onorabilità.

Vorrei sommessamente sottolineare che quella Cosa Nostra significa anche corleonesi, ma andiamo avanti. Capaci 92: da cosa derivava la convinzione che dopo l'omicidio di Ignazio Salvo e lo strano suicidio di Nino Gioè, il prossimo della lista sarebbe stato lei?
Spiegare questa mia convinzione sarebbe troppo lungo, è necessario che lei aspetti di leggere il libro.

Lei ha inventato il controspionaggio all'interno di Cosa Nostra, ci può spiegare?
Ho inventato il controspionaggio  perché Riina prendesse il potere o per organizzare un colpo di Stato all’interno di Cosa Nostra? Non è così difficile da capire, considerata la mia frequentazione con molti ufficiali dei servizi e uomini delle istituzioni. Come ho organizzato quello che lei definisce controspionaggio lo spiego nel libro. Aggiungo però che oggi provo grande rammarico per come sono andate le cose e di essere stato l’artefice della scalata al potere dei corleonesi di Riina e Provenzano.

Il suo rapporto con Giovanni Falcone.
Ho conosciuto il dottore Giovanni Falcone e posso tranquillamente affermare che il nostro è stato un rapporto basato sulla reciproca stima e simpatia. Abbiamo trascorso ore anche scherzando e sorseggiando caffè. In Inghilterra vennero a chiedermi consiglio su come fosse possibile fermarlo, se oggi avessi la possibilità di parlargli sarei io a porgli mille domande e soprattutto a metterlo in guardia. Purtroppo non è più possibile.

Franco Di Carlo significa la faccia presentabile di Totò Riina e Bino Provenzano.
Deve sapere che che prima di Riina e Provenzano ho conosciuto Liciano Leggio, inteso Liggio, una persona assai diversa dai suoi compaesani, dai viddani corleonesi. Lei mi domanda, direttore, dei miei rapporti con i corleonesi? Non basterebbero 500 pagine per raccontare questo. Forse un giorno scriverò la biografia di Totò Riina e compari e della guerra che si è scatenata alle fine degli anni 50 inizio 60 all’interno delle famiglie di Corleone.

Veniamo ai misteri. Lei, in tempi non sospetti, ha anticipato quanto poi emerso circa le stragi di Ustica e della stazione di Bologna, si è mai domandato perchè le sue dichiarazioni non hanno avuto seguito?
Le rispondo con una domanda la cui risposta è ovvia. Lei ha mai saputo, là dove ci sono stati delitti di Stato, di qualcuno che abbia voluto conoscere la verità?

E arriviamo alla controversa Trattativa, lei non vuole che la si leghi a un particolare momento storico, afferma che patti tra boss mafiosi e istituzioni ci sono sempre stati.
E’ vero: ci sono sempre stati accordi indicibili tra mafia e istituzioni. L’ho detto poc’anzi, e considerato lo spessore dei soggetti organici a Cosa Nostra, potevamo ben considerarci uno Stato dentro lo Stato. Era facile trattare. E’ successo nei primi anni 60, durante la prima guerra di mafia, tutto passato sotto silenzio, Mentre in tempi più recenti, la cosiddetta trattativa è emersa prepotentemente, in quanto era posta in essere una guerra contro lo Stato. Il 23 maggio ci sarà la ricorrenza del ventiquattresimo anno della strage di Capaci, che ha visto il martirio dei giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, oltre agli uomini della scorta. Nel libro racconto cosa è realmente accaduto, cosa e chi si nasconde dietro alle vittime.

Tratto da: articolotre.com

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