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giordano morosini confdi Pippo Giordano
L'eterno conflitto tra potere politico e magistratura si è nuovamente manifestato con le presunte o vere dichiarazioni del consigliere del Csm Piergiorgio Morosini a una giornalista del Foglio, dichiarazioni che hanno scatenato una ridda di proteste da parte dell'elite istituzionale. L'annoso problema si ripropone ciclicamente ogni qual volta un esponente della magistratura si permette di esprimere il proprio pensiero al di fuori delle aule dei Tribunali. Nel caso di specie, sembra ci sia stata una “chiacchierata” informale, il cui tenore poi è stato riportato nel giornale il Foglio. Pur non entrando nel merito, c'è da porsi una domanda: un giudice può esprimere liberamente il proprio pensiero come recita il primo comma dell'art. 21 della Costituzione? O muto deve stare? Nella vicenda del Foglio, si accusa al consigliere del Csm di aver “parlato” contro la politica. Parimenti, allo stesso Morosini furono rivolte aspre critiche per essere rimasto zitto in occasione di un pubblico dibattito in quel di Urbino. Ancor prima di ricordare l'episodio, giova evidenziare che il magistrato Morosini dal 25 luglio 2012 era giudice per l'udienza preliminare nel processo trattativa Stato-mafia e nell'anno successivo, segnatamente il 7 marzo, rinviò a giudizio uomini dello Stato e capimafia.
Il 19 gennaio del 2013 lo stesso Morosini era relatore in una conferenza organizzata dal movimento “Agende rosse” di Salvatore Borsellino e dall'Università di Urbino, dal titolo “Mafia e antimafia, da Paolo Borsellino ai giorni nostri”. La scelta della data non era casuale. Infatti, quel giorno ricorreva l'anniversario della nascita del giudice Paolo Borsellino. Il gup Morosini intervenne insieme ad Alessandro Bondi (docente di diritto penale), al sottoscritto Giuseppe “Pippo” Giordano (ex ispettore della Dia) e a Pino Finocchiaro (giornalista di RAINews24). Nel corso del dibattito ognuno fece le proprie considerazioni, mentre il giudice Morosini non solo non fece cenno ma  evitò anche solo di rispondere a domande relative alla trattativa Stato-mafia. Anzi, in più occasioni il giudice esternò la volontà di abbandonare la sala qualora fossero state poste altre domande. Anche lo scrivente non parlò del processo in itinere, mentre Pino Finocchiaro affermò di voler fare un'invasione di campo sul processo, invitando il pubblico a porre domande. Il giornalista di RAINEWS24 aggiunse sue considerazioni, poi riportate in un articolo del 23 aprile 2013 su Panorama: "Chi ha deciso che Paolo Borsellino era sacrificabile e il ministro Calogero Mannino no? La cupola di Cosa nostra non l’ha mai deciso. Lo ha deciso un’altra cupola!". Nello stesso articolo, si accusava Morosini di non essersi alzato e di non aver fermato il cronista Finocchiaro. In buona sostanza Piergiorgio Morosini  era rimasto silente. E questo suo comportamento, unito ad altri episodi riportati da Panorama, fu ritenuto dal legale di Giuseppe De Donno, ex ufficiale del Ros - imputato nel processo trattativa Stato-mafia – motivo per chiedere la ricusazione di Piergiorgio Morosini. Ricusazione rigettata sia dalla Corte d'appello di Palermo che dalla Cassazione. La decisione di formulare la ricusazione nei confronti di Morosini, almeno nella parte di Urbino, era viziata da una evidente forzatura, poiché lo stesso giornalista Pino Finocchiaro in quell'occasione stava esercitando un diritto sancito dal citato art. 21 della Costituzione. Ed era evidente che lo stesso Morosini o gli astanti non avrebbero potuto “imbavagliare” il cronista.
Ora, alla luce dell'episodio del Foglio e di Urbino, viene spontaneo chiedersi: cosa deve fare un magistrato, parlare o stare zitto? L'architrave della democrazia poggia sul rispetto dei poteri costituzionali, un rispetto che negli ultimi anni ha visto la magistratura vilipesa, derisa e finanche accusata di destabilizzare il Paese. Ma in tanti dimenticano l'assordante silenzio di chi per dovere d'Ufficio aveva l'obbligo di difenderla. Invero, abbiamo assistito alla “pupiata” del secolo mandata in scena innanzi al Tribunale di Milano, da attori e comparse, che oggi siedono negli ambulacri del potere romano. E' bastato che Piercamillo Davigo urlasse il malessere diffuso sul ladrocinio posto in essere da taluni politici e amministratori pubblici, che la casta poverina si è offesa. Anche nel caso Foglio/Morosini, una levata di scudi ha oscurato il cielo di Roma, ammantandolo di ipocrisia.
Bisognerebbe far comprendere ad alcuni politici, che nel momento in cui diventano parlamentari, dovrebbero lasciare la supponenza nell'alveo domestico e che la carica istituzionale non assegna loro la patente di 'untouchables'. La Legge, così come il diritto di parola, è uguale per tutti. Che se ne facciano una ragione!
12 maggio 2016

Tratto da: 19luglio1992.com

In foto: un'immagine della conferenza di Urbino del 19 gennaio 2013

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