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migranti barcone 2di Enza Galluccio
Per me è sempre comunque un genocidio. Sono giorni e giorni che penso di scriverne ancora, ma cadere nella scontatezza delle parole, in questi casi, è fin troppo facile e mi spaventa più che mai.
Allora parto dalla causa scatenante: le immagini che si trovano in rete (e su Il Fatto Quotidiano del 30 agosto) con i corpi dei tre bambini annegati nel naufragio a un miglio dalla costa libica, a Zuwara.
Mi cade l’occhio sul vestitino della bambina, composto e integro. Immagino le mani che lo hanno rimesso a posto, in un rituale carico di pudore che va al di là del corpicino della piccola. Penso al bisogno di coprire la nudità della vergogna provata di fronte ad un corpo senza vita troppo piccolo per  essere contenuto in qualsiasi bara.
Vedo anche le mani che coprono i volti dei presenti, lasciando però una fessura come per filtrare e diluire nello spazio e nel tempo l’impatto visivo ed emotivo.
Persino gli occhi asciutti, quasi secchi, mi sembrano normali nello scorgere gli altri due corpi poco più in là.
Sono bambini con le braccia in alto, e con gli abiti molto più scomposti dall’energia delle acque e delle onde.

Allora mi viene da pensare a quanti hanno avuto bisogno di vedere quelle tre fotografie per  avvertire un senso di disagio e per chiedersi se tutto questo sia realtà o finzione giornalistica. C’è anche chi si chiede se era proprio necessario pubblicarle, scoprendo un improvviso rispetto nei confronti della morte che invece spalanca le finestre senza ritegno e ci mostra in tutta la sua crudezza la realtà più offesa e ignorata  di questo tempo.
L’Onu quindi scalpita ed il segretario generale Ban Ki Moon annuncia riunioni speciali per affrontare la crisi dei “rifugiati”. Già perché è così che preferiscono chiamarli. Sono gli esseri umani in fuga da paesi con governi che perseguitano chi non è in linea o da paesi coinvolti in inarrestabili guerre. La data “urgente” sarà probabilmente il 30 settembre, facendo immaginare un altro mese di atrocità e indifferenza.
Invece l’Europa si mostra più solerte, infatti ha fissato per il 14 settembre la riunione ministeriale d'emergenza sull'immigrazione "per rafforzare la risposta europea".
Ma attenzione, di cosa si sta parlando? Ebbene la priorità è allestire al più presto degli hot spot in Italia e In Grecia con la funzione di verificare l’effettiva condizione di “richiedenti asilo”, categoria protetta (si fa per dire) da vari accordi internazionali. La condizione di rifugiato è definita dalla convenzione di Ginevra del 1951, il trattato delle Nazioni Unite in cui si legge che il rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”.
Poi ci sono altri accordi più specifici, come il regolamento di Dublino che è il documento principale adottato dall’Unione europeain tema di diritto d’asilo. Qui la questione si complica perché si cominciano a porre dei paletti, come il divieto di presentare domanda di asilo in un'unica nazione e la necessità di ottenere da questa una conferma in seguito a vari controlli circa l’effettivo stato di perseguitato. Tale procedura di verifica può durare anche anni e, nel frattempo, i richiedenti son costretti ad attendere in strutture di prima accoglienza, spesso totalmente inadeguate sotto ogni profilo umano.
E che succede a tutti coloro che, rischiando la vita, arrivano nelle coste europee ma non ottengono tale riconoscimento? Che succede, ad esempio, a coloro che fuggono dalla fame e dalla povertà che li porterebbe altrimenti alla morte? Per questi individui non c’è speranza ed il rimpatrio è la risposta finale.
Perché contro ogni logica umana chi abita e risiede in una nazione, cioè ne è cittadino effettivo, ha diritto di proprietà assoluta di ogni metro quadrato di quella terra, ne può controllare i confini e impedire a chiunque di varcarne la soglia se non per motivi di sindacabile condizione di “individuo perseguitato”. Questo è il criterio che, detto in misere parole, sarebbe alla base della presunzione umana di accogliere o respingere i propri simili, condannando cioè a morte senza diritto di replica.
Ecco, come prevedevo sono caduta nella retorica e nel semplicismo, saranno in molti a pensarlo leggendo queste banalissime riflessioni.
Invece mi sento appagata nel dire tanto, e aggiungo con orgoglio di essere di cultura laica e di non professare alcuna fede religiosa. Aborrisco l’idea del respingimento e la presunzione di diritto che infiamma i dibattiti di questi ultimi anni. Trovo nauseante l’arroganza che fuoriesce dalle esternazioni di figure pubbliche e politiche sempre pronte a innalzare la bandiera più comoda, quella che porta più consensi. Cavalcare la paura dell’Isis o dell’invasione di massa è la cosa più semplice che sia mai capitata, la storia insegna.
Peccato aver dimenticato che tutti i problemi di quei paesi in fiamme sono stati generati dalla sterra cultura illogica e disumana che oggi sta alla base della necessità di “regolamentare e contenere” il fenomeno dell’immigrazione. L’economia mondiale si è retta sullo sfruttamento di chi oggi bussa alle nostre porte, anche attraverso accordi economici e politici con i peggiori dittatori e tiranni.
L’occidente in cui viviamo ha succhiato per anni il sangue di quei corpi che galleggiano e di coloro che domani saranno respinti perché indesiderati, consolidando quel senso di sicurezza e protezione che danno i confini, i muri di filo spinato o di mattoni e le porte chiuse.
Dunque, poche lacrime per quelle immagini, in nome della coerenza.

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