Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

hashi-omar-hassan 1254648di Luciano Scalettari - 18 febbraio 2015
Le rivelazioni di oggi, del falso testimone raggiunto da Chi l’ha visto, hanno una lunga storia. Tutta da raccontare. E comincia nell’estate del 1997…
La data fatidica è il 12 gennaio 1998. A Roma viene arrestato Hashi Omar Hassan. L’accusa? Autore del duplice omicidio avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994, in cui vennero assassinati Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Famiglia Cristiana, proprio quel giorno, cominciò una lunga inchiesta, non solo per cercare di fare verità sulla morte dei due giornalisti Rai, ma anche per tentare di comprendere qualcosa di più del pernicioso intreccio italo-somalo che legava mala cooperazione, traffici d’armi, traffici di rifiuti. All’inizio era solo un nebuloso intreccio. Gli indizi dei traffici, sempre più forti e sempre più chiari, vennero alla luce nel corso dell’indagine giornalistica.

Per anni la vicenda di Hashi Omar Hassan accompagnò l’inchiesta del nostro giornale: ne seguimmo il processo di primo grado (in cui fu assolto), poi l’appello (condanna all’ergastolo), infine la Cassazione (24 anni di carcere per concorso in omicidio). Lo intervistammo, anche, nello studio del suo avvocato, Douglas Duale, appena dopo l’assoluzione: «Non c’entro nulla», disse. «Sono un capro espiatorio. Quel giorno non ero nemmeno a Mogadiscio».

Seguimmo anche i retroscena di quel singolare (e scandaloso) iter giudiziario: un testimone d’accusa che per primo ne fa il nome e che scompare a pochi giorni dall’inizio del processo di primo grado; un secondo testimone che dopo mille contraddizioni conferma il coinvolgimento del somalo nell’omicidio. Il primo teste, quello che scompare nel nulla, è Ahmed Ali Raghe, detto Gelle, quello rintracciato dopo oltre 16 anni dall’inviata di Chi l’ha visto. Il secondo è l’autista di Ilaria Alpi: viene messo sotto protezione, rimane in Italia 5 anni, poi viene rispedito in Somalia con 50 mila euro. Arriva a Mogadiscio e dopo una settimana viene ritrovato morto, nel settembre del 2003.

Un lunedì di gennaio del 1998
Ma i retroscena riguardano anche il “prima”, di quel lunedì 12 gennaio 1998. E non sono cosa di poco conto. Se è certamente vero che oggi la confessione di Gelle di aver mentito e accusato ingiustamente Hashi dovrà spingere le autorità e gli inquirenti a riaprire quanto prima il caso di un condannato che sta scontando il carcere da molti anni, è altrettanto vero che si dovrà andare a rivedere e a chiedere spiegazioni su come si arrivò a quell’accusa: il depistaggio – perché di questo si tratta – è iniziato diversi mesi prima delle rivelazioni dei due testimoni e dell’arresto del giovane (allora) somalo.

Tutto era iniziato nell’estate del 1997, quando stavano per arrivare in Italia quattro testimoni oculari dell’omicidio di Ilaria e Miran. Mentre i quattro somali erano in viaggio, venne tolta l’inchiesta al magistrato che la conduceva, il Pm Giuseppe Pititto, e poco dopo venne tolta la delega d’indagine alla Digos di Udine, che attraverso una fonte segreta era riuscita ad individuare i testimoni oculari.

Cambio di mano dell’inchiesta e cambio di rotta delle indagini. Il nuovo magistrato incaricato dell’inchiesta, Franco Ionta, la Digos di Roma, l’ambasciatore italiano in Somalia Cassini, tutti si mettono in moto: è stato trovato un testimone oculare che indica un nome, fa sapere Cassini.

Il “capro espiatorio” Hashi lo si farà arrivare in Italia con l’inganno, includendolo fra i testimoni delle presunte violenze subite da parte dei militari italiani durante l’operazione Ibis. Il testimone è Gelle, la Procura di Roma ne mette a verbale le dichiarazioni senza nemmeno registrarle. Poi, a poche settimane dal processo, se lo lascerà scappare, poco prima di Natale del 1997.

Per oltre 16 anni Gelle risulterà introvabile. Dove si sarà cacciato, il prezioso testimone? In un luogo remoto e inaccessibile? Ma no, è a Birmingham, nel cuore della vecchia Europa, nella popolosa cittadina britannica. Eppure la “primula rossa” non si fa acchiappare: neanche quando l’Interpol manda una meticolosa relazione (siamo nel 2006): Gelle – c’è scritto nella nota – “è arrivato a bordo di un treno "eurostar" alla stazione di Waterloo il 26 dicembre 1999 e ha presentato una richiesta di asilo concessogli il 29 marzo 2000. Il suo indirizzo, sin dal settembre 2005, risulta essere: 66 Wìllmore Road, Birmingham B20 3J1 ed è coniugato con tale Khadro Hussein Arale, nata il 10 agosto 1967 da cui ha avuto 5 figli. Riceve un sussidio governativo ogni due mercoledì al Handsworth Job Centre, Tempie Row House, 24-45 Soho Road, Birmingham, e l'ultima somma è stata incassata in contanti in data 22 febbraio scorso, al Perry Bar Post Office; è titolare di assicurazione sanitaria nazionale britannica n. PX442476A”.

Occorre aprire altri cassetti
Informazioni precise, no? Evidentemente non abbastanza, per i nostri inquirenti. Perché non accade proprio nulla. Gelle rimane irreperibile. E intanto Hashi Omar Hassan resta in carcere.

Nel marzo del 2014, chi scrive insieme al collega Andrea Palladino, si reca a Birmingham: troviamo il nuovo indirizzo di Gelle, incontriamo la moglie e i cinque figli. Lui si nega, ha paura, non vuole incontrare giornalisti. Al rientro tutte le informazioni vengono doverosamente riferite all’avvocato della famiglia Alpi, Domenico d’Amati, che avvisa la Procura di Roma. Ogni dettaglio viene raccolto a verbale dagli inquirenti. Siamo nel marzo 2014.

A febbraio 2015, una collega di Chi l’ha visto, Chiara Cazzaniga, convince Gelle a parlare. E il somalo conferma di aver mentito, accusato ingiustamente, depistato le indagini sul caso Alpi-Hrovatin perché «gli italiani volevano chiudere il caso» e gli avevano promesso l’uscita dalla Somalia e denaro, in cambio delle false accuse.

Forse qualcuno deve delle spiegazioni. E la lista non è breve. Forse occorre che le nostre istituzioni compiano finalmente un atto di trasparenza ben più profondo di quanto fatto finora con la desecretazione di una serie di atti e faldoni relativi al caso Alpi-Hrovatin. Forse è necessario che si rendano pubblici anche i documenti della Procura di Roma relativi alle accuse contro il somalo condannato, come pure gli atti interni della Commissione parlamentare e le relazioni dei suoi consulenti. Forse è il caso che si desecretino anche gli atti inerenti alle operazioni di Gladio, specie quelle svolte in Somalia.

Quanto fatto finora è davvero troppo poco. Il depistaggio istituzionale, se Gelle è davvero stato pagato per mentire, è evidente. Ma nelle carte desecretate dalla Camera dei Deputati di tutto questo non c’è traccia. Occorre evidentemente trovarle in qualche altro cassetto, che finora si è voluto tenere rigorosamente chiuso.

Nella foto in copertina: Hashi Omar Hassan, al centro, durante il processo di primo grado. A sinistra il suo avvocato Douglas Duale.

Tratto da:
famigliacristiana.it

ARTICOLI CORRELATI

Caso Alpi-Hrovatin, “in carcere c'è un innocente”

Caso Alpi, "Le istituzioni italiane mi pagarono per mentire"

Depistaggi e verità inconfessabili

Ti potrebbe interessare...

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy