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impastato-peppino3L'antimafia delle passerelle non serve più a nessuno
di Sonny Foschino - 5 novembre 2014
Sulla tomba di Impastato, ad imperitura memoria
Cinisi. “Rivoluzionario e militante comunista, ucciso dalla mafia democristiana”. Fu questo il sigillo eterno che i compagni di Peppino Impastato scelsero di apporre sulla sua lapide il 9 maggio del 1978. E oggi, come allora, queste parole racchiudono una valenza storica e sociale di un’importanza rilevante: già trentasei anni fa i compagni sapevano che la mafia andava oltre gli stereotipi ai quali la società odierna è stata abituata; ed è superfluo dire che nel 1978 bisognava armarsi di un coraggio degno di nota per mitizzare un epitaffio di tale portata. “Rivoluzionario e militante comunista, ucciso dalla mafia democristiana.”

Ed è proprio da questa valutazione storica che bisogna partire per creare un parallelismo che, dal 1978, ci porti ai giorni nostri. Ma andiamo per ordine. Il film “I Cento Passi” di Marco Tullio Giordana ha indubbiamente apportato un contributo incommensurabile nella divulgazione dell’opera e del messaggio di Impastato; ma ha anche omesso delle verità storiche rilevanti che i compagni di Peppino hanno sempre riportato: dietro il suo assassinio c’è stato ben altro.
Secondo la testimonianza di Salvo Vitale, amico storico del militante cinicense assassinato dalla mafia democristiana, la prima anomalia nell’omicidio Impastato la si riscontra nella dinamica scelta per consumare il macabro gesto. È risaputo che Peppino non avesse mai subito “segnali”, come vengono definiti nel gergo mafioso, né tantomeno ritorsioni anche dopo la creazione dello show ONDA PAZZA dove, oltre a Tano Badalamenti, si attaccava un’intera classe dirigente marcia e malata ai vertici dei posti chiave del potere di Cinisi. Motivo per cui i protagonisti degli show erano il sindaco democristiano, i vari assessori e leccaculo di “Tano seduto, viso pallido, uomo di panza e presenza”. Poi, tutto d’un tratto, l’omicidio, la morte, la lotta dei compagni, le indagini, il depistaggio. Perché di questo si trattò: uomini ai vertici delle forze dell’ordine che per anni tentarono invano di buttar fango sulla memoria del giovane Peppino, considerato in prima battuta un “terrorista rosso” che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, stava mettendo a punto un attentato terroristico sui binari della ferrovia Cinicense. E non a caso Peppino Impastato fu assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, collateralmente al ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Nonostante tutti i compagni Salvo, Umberto, Giovanni e gli altri, col benestare di mamma Felicia, decisero di far scrivere sulla lapide ad imperitura memoria: “ucciso dalla mafia democristiana”.
E allora, non sarebbe il caso di iniziare a dire la verità? Perché negare che Peppino fu il primo martire laico della lotta a Cosa Nostra che aveva denunciato pubblicamente il filo conduttore tra mafia, stato, istituzioni, gare d’appalto, affari, servizi segreti e forze dell’ordine deviate? Facile oggi pensare a Badalamenti come unico responsabile e mandante dell’omicidio di Peppino. Facile come tutto ciò che si vuole ignorare. Ma bisogna ricordare in ogni istante che Impastato fu assassinato due volte: prima materialmente, poi moralmente, infangandone la memoria.
Non vuole essere una prolissa premessa, ma solo il modo per introdurre dei postulati cardine da tenere in considerazione per dare una nuova chiave di lettura a ciò che ci circonda: la democristianità uccide. Passano gli anni, passano gli uomini, altri non passano, eroi che muoiono, politici radicati, un’Italia alla deriva. E il gioco è sempre lo stesso: un sistema fatto di prestanome, un sistema fatto di intrighi di palazzo; un sistema fatto di mafia autentica, quella che sa scrivere e sa leggere, quella dai colletti bianchi: ed è quella la mafia che bisogna temere.
È facile e conveniente promulgare lo stereotipo di Cosa Nostra con coppola e lupara; una mafia ove sono uomini come Riina e Provenzano ad aver tenuto sotto scacco l’intera nazione per più di un decennio, a seguito della loro ascesa a Palermo. “Minchiate”, come direbbe Vitale: questa mafia, oggi, ha solo una valenza letteraria e cinematografica creata ad hoc con lo scopo di distogliere l’attenzione da quella che è la vera parte marcia di questa Serva Italia. Oggi il binomio stato-mafia si fonde per lasciare spazio alla politica del malaffare, dei favoritismi: la politica delle mazzette.
Oggi l’antiracket, o l’antimafia prettamente detta, dovrebbe occuparsi del controllo e della semplificazione della burocrazia; della supervisione vigile delle gare d’appalto, sulle speculazioni edilizie, sui rifiuti. Puntare alla stesura di una legge anticorruzione articolata e rigida da proporre ad ogni amministrazione comunale e ad ogni governo regionale.  È all’interno degli uffici comunali, delle stanze di lusso dei palazzi del potere, degli uffici statali che girano le mazzette; all’interno degli uffici tecnici, degli alti funzionari, nelle stanze di assessori e burocrati, disonorevoli e senatori, dirigenti e lacchè. Coloro che favoriscono gli interessi della propria porzione d’elettorato, mettendo le mani in ogni giro affaristico: si chimi sanità, si chiamino rifiuti, si chiamino enti carrozzone sulla tutela dell’ambiente.
impastato-tombaOggi mafia è pagare il funzionario di turno, senza il quale si entra all’interno di una morsa che ti intrappola, e senza via d’uscita. Oggi la mafia cambia vesti. Mafia è permettere alla Procura di Viterbo di archiviare per l’ennesima volta il caso Attilio Manca, l’urologo barcellonese che curò e operò Provenzano, etichettandolo come “suicidio per overdose” quando ormai, in realtà, il gioco perverso è venuto allo scoperto. Mafia oggi è SAPERE E FAR FINTA DI NULLA. Alte cariche istituzionali dello stato che conoscono per filo e per segno il gioco assurdo dei prestanome che tutelano gli interessi dell’imprenditore che diventa politico per necessità, intascando ingenti somme di denaro “in nero”, senza la minima difficoltà e sotto gli occhi di tutti, ma col tacito assenso dei più.
Ieri come allora la democristianità nuoce gravemente alla libertà e alla giustizia sociale di un popolo ormai schiavo. Diventa necessario nella contemporaneità mettersi al servizio della verità: il compito di ogni cittadino onesto è quello di denunciare il malaffare che regna sovrano e incontrastato. Facile far leva su un popolo ignorante tenuto volontariamente nell’oblio, in una nazione ove informazioni, stampa, radio e giornali sono pilotati dalle lobby massoniche, sionistiche e affaristiche, dove le università pubbliche vengono giornalmente umiliate a favore delle strutture private, strappando via ai cittadini il diritto allo studio e alla realizzazione, nella ricerca della propria FELICITA’. Per questo motivo, nel periodo dell’inganno universale, ove l’uomo comune non è altro che uno schiavo moderno, mettersi in gioco non è una scelta, ma un obbligo, con tutti i rischi che ne conseguono; per rendere viva la memoria di Peppino Impastato e degli altri laici martiri, “contro la mafia DEMOCRISTIANA”, al servizio della Libertà e della Giustizia Sociale.

Sonny Foschino
Presidente Associazione Peppino Impastato
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