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mike-bongiorno-statua-sanremodi Salvo Vitale - 3 marzo 2014
Definizione di “eroe” riportata dal “Grande dizionario della lingua italiana” De Agostini: “Nelle antiche civiltà, individuo di natura semidivina, dotato di eccezionali virtù e autore di gesta leggendarie”: come secondo significato: “chi dimostra straordinario valore guerresco, o è pronto a sacrificarsi coraggiosamente per un ideale”. C’è quindi un passaggio, un cambio di significato, attraverso il tempo: l’eroe, in origine semidio, diventa sempre più uomo, ma con caratteristiche eccezionali, capace di gesta che altri uomini non sono in grado o non hanno il coraggio di compiere: “La luce del divino che cade sulla figura dell’Eroe è stranamente mescolata all’ombra della mortalità. Ne deriva un carattere mitologico, il carattere di un essere speciale al quale appartiene almeno una storia: il racconto che riguarda quello e nessun altro eroe”, scrive Kerenyi  nel grande libro “Gli dei e gli eroi della Grecia”.

Finita quella che Giovanbattista Vico definiva l’età degli dei e degli eroi, comincia l’età degli uomini, dove prevalgono livelli di assimilazione e di imitazione, dove i comportamenti sono uniformi e banalizzati e pertanto gli eroi sono diventati rari, si è abbassato il livello di straordinarietà all’interno del quale possiamo circoscrivere la valenza eroica. Così il significato del termine è stato inflazionato e sono nati tanti eroi, anche se non hanno mai compiuto gesti specifici di eroismo: capofila è Vittorio Mangano, buonanima, nominato suo stalliere dal signore di Arcore e capofamiglia di Porta Nuova: la motivazione del suo eroismo è data dal fatto che non fece il  nome del suo datore di lavoro nè quello del suo compare Dell’Utri ai magistrati: secondo questa interpretazione diventa eroismo l’omertà, il silenzio davanti alla giustizia che chiede di sapere.
“Un eroe italiano” è stato definito il “grande” Mike Bongiorno-Allegria, al quale, non si sa per quali occulti meriti, sono stati fatti dal governo funerali di stato, dopo che, l’eroe era stato trattato a pesci in faccia dal capo del governo cioè dal solito Berlusconi che non lo aveva voluto nelle sue reti. Eroi sono stati definiti i soldati morti in Afghanistan nei feroci attentati dei talebani. Nel primo caso abbiamo come eroe un noto mafioso, nel secondo un bravo parolaio e nel terzo alcuni ragazzi il cui eroismo è caratterizzato dalla voglia di mettere da parte qualcosa dei 6.650 euro mensili di stipendio, per i bisogni della famiglia. In quest’ultimo caso  Gino Strada, fondatore di Emergency, ha detto: ''In Afghanistan spendiamo per il contingente 3 milioni di euro al giorno. Con quello che abbiamo speso finora si sarebbero potuti costruire e gestire 600 ospedali e 10.000 scuole e nessuno ci avrebbe sparato addosso''.  
In un mondo senza eroi, finiscono col nascere tanti  eroi: diventano eroi tutte le vittime della violenza, particolarmente se si tratta di vittime di mafia o di esponenti delle forze dell’ordine, della magistratura o della politica. I sindacalisti uccisi in Sicilia tra il 1946 e il 1948, da Accursio Miraglia a Placido Rizzotto, guidano questa rassegna: nel loro caso la scelta di mettere in gioco la propria vita ha avuto forti motivazioni ideologiche che potrebbero giustificare la loro sistemazione nell’olimpo degli eroi, ma rimane il fatto che non siamo in presenza di uno specifico gesto d’eroismo, bensì di vittime cadute nell’adempimento del lavoro. Falcone, Borsellino, Chinnici, Costa, Terranova, sono stati magistrati che facevano anch’essi il loro lavoro con quella dignità che dovrebbe avere ogni lavoratore che rappresenta la giustizia, ma, nella dilagante retorica del nostro tempo, in cui fare il proprio lavoro è una scelta “eroica”, sono diventati “eroi”, così come eroi sono stati definiti Boris Giuliano, il capitano D’Aleo, Cassarà, Dalla Chiesa, Agostino, gli uomini delle scorte e tanti altri lavoratori in divisa caduti nell’adempimento del loro dovere. La definizione è stata estesa, anche se in misura minore, ad uomini politici come Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Aldo Moro, uccisi a causa della loro attività, o allargata a vittime della società civile, come Paolo Giaccone, Giuseppe La Franca, Carmelo Jannì e altri che si sono ritrovati non eroi, ma “vittime” delle prepotenze della criminalità mafiosa. Un posto a parte merita Peppino Impastato, che non è una vittima caduto nell’adempimento del proprio lavoro, se, per lavoro si intende un servizio retribuito, soprattutto nei confronti dello stato,  ma  vittima della sua scelta antimafia e della sua costante attività di denuncia dei crimini del potere, motivata da forti stimoli politici, cioè appartiene alla categoria “pronta a sacrificare se steso per un ideale”. Ma anche lì non si tratta di una morte scelta, per propria volontà, al fine di salvare qualche altro: sono stati gli altri, con il delitto, a trasformare in eroe una persona che credeva normale e naturale lottare contro le prepotenze per affermare la dignità dell’uomo.
Quindi sono lontani i tempi di Perseo, Bellerofonte, Teseo, Ercole, Ulisse, Sigfrido, Lancillotto, Artù, Orlando, Rinaldo, individui dalle gesta leggendarie  e inimitabili, ma sono anche lontani gli esempi più umani di Balilla, di Enrico Toti: qualche eccezione va fatta per Garibaldi, “l’eroe dei due mondi”, anche se sul suo eroismo sono state avanzate riserve, per Che Guevara, caduto mentre inseguiva il sogno della rivoluzione,  o per John Palach, che si uccise, a Praga, per protestare contro l’invasione sovietica. Sono tentato di mettere nell’elenco il generale Pallavicino, quello che, nel Gattopardo, è definito “l’eroe dell’Aspromonte”, per avere ordinato ai suoi soldati di far fuoco contro l’inerme Garibaldi, che invece aveva ordinato alle sue truppe di non sparare. E così l’inflazione di eroismo raggiunge livelli veramente bassi. Nel caso delle berlusconiane definizioni eroiche si tenga conto che, con questa inflazione di eroismo, il nano di Arcore finisce con lo sminuire se stesso, essendo lui e lui solo l’eroe, cioè “l’individuo di natura semidivina dotato di eccezionali virtù e autore di gesta leggendarie”, perseguitato da giudici infami e comunisti, ma sopravvissuto stoicamente a tutte le ingiustizie e sempre pronto a scendere in campo per difendere i suoi interessi.  Gli altri, al suo confronto, non sono eroi, ma comuni mortali, vittime della dilagante retorica nazionale. Ove si eccettui un’eroina,  quella che tanto piace ai mafiosi e ai tossici.

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