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impastato-peppinoPeppino Impastato senza occhiali tra Etica, Estetica e Politica
di Marcello Faletra - 18 gennaio 2014
Ancora una volta Peppino Impastato non è una realtà storica ma un’invenzione dei media. E’ come se per un certo universo, universo della merce, non fosse mai vissuto, se non in una sceneggiatura. Il caso della pubblicità degli occhiali che attribuisce a Peppino un’espressione sulla bellezza estrapolato dal film “I cento passi”, segue quello di Saviano di qualche anno fa.

Cosa dice la pubblicità?: «Insegniamo la bellezza alla gente. Così non avremo più abitudine, rassegnazione, ma curiosità, stupore». Salvo Vitale - amico e compagno di Peppino - ha ben chiarito che l’espressione non è sua, ma dello sceneggiatore. Ma ciò che conta, qui, è la questione che s’irradia, a partire da Peppino, fra la politica, il bello e la pubblicità. Ed è strano constatare che, a posteriori, si attribuiscano valori estetici ufficialmente riconosciuti dall’establishment mediatico, dunque convenzionali, ad un rivoluzionario. E’ una strategia vecchia: neutralizzare un pensiero ed un’esperienza che si voleva senza mediazioni politiche. Estetiche poi…

Già qualche anno fa Saviano aveva deviato i fatti riguardanti Peppino affermando: “Questa memoria recuperata [dal film] arriva a far riaprire un processo” (La parola contro la camorra), ignorando tutto il lavoro istruttorio fatto dai familiari e dai compagni di Peppino per oltre vent’anni. In sostanza Saviano ha fatto precedere l’effetto (il film) sulla causa. E’ come dire che la realtà è creata  dal medium. La fiction precede la storia. Stessa cosa per la pubblicità degli occhiali, dove le parole vengono direttamente dal film, non da Peppino.

 Ma il “bello” pubblicitario che si vuole astorico, vale a dire universale - secondo l’ideologia della “fine delle ideologie” -  ha a sua volta il suo sfondo storico: la società dello spettacolo. Cioè la nostra: storicamente asociale, individualista, cinica, mercificata…E il bello propugnato da questa idea di società fa da cornice allo sfruttamento e all’impostura mediatica. E’ in questo scenario che la pubblicità divora la storia, separandola dai suoi orrori per farne sgocciolare solo definizioni che, opportunamente amputati dal contesto da cui sono emerse, diventano a loro volta veicoli del banale. E per raggiungere lo scopo quale espediente di massa se non una certa fascinazione astratta del bello? Chi osa dire che il “bello” (dello spettacolo o della pubblicità) non è bello? E chi osa dire che un tramonto acceso di rosso giallo e arancione non è “bello”. Il luogo comune qui trionfa e diventa la tavola delle leggi del “bello”.

Per coloro che come Peppino hanno conosciuto come unico destino la lotta alla mafia e dunque la lotta contro ogni forma di potere; per coloro che sono stati trucidati da spietati killer coperti a volte (se non spesso) dalle istituzioni; per coloro che hanno sperimentato sulla loro pelle la corruzione di apparati delle istituzioni, confabulare sul “bello” sarebbe stato come prendere un aperitivo e chiacchierare dell’ultimo film natalizio. Giusto per non annoiarsi.
Certo, chi ha frequentato Peppino può testimoniare della sua sensibilità verso la natura,  che non si esauriva in una banale espressione cinematografica. Al riguardo posso solo testimoniare una cosa: durante il tragitto che da Terrasini porta a Cinisi che feci con Peppino a piedi (1976 ) in compagnia di un reduce traumatizzato del Vietnam, originario di Cinisi (accendeva sempre fiammiferi e spesso camminava all’indietro), parlammo di musica e per l’esattezza della differenza che Adorno pone tra ascolto sentimentale  e ascolto consapevole. Ecco, Peppino era propenso per la seconda categoria. Era sensibile per un “ascolto consapevole”. Dunque non era per l’impulso emotivo che travolge il soggetto, shoccandolo. Da quella conversazione veniva fuori una concezione della musica come costruzione del tempo attraverso l’ascolto.
Si potrebbe dire - forzando naturalmente il paragone - che una certa idea di bello - il bello sentimentale, il bello che vuol piacere a tutti i costi, il bello che vuol commuovere o shoccare, il bello che è “bello” perché sensazionale, dunque il bello che ratifica la convenzionalità, come quello pubblicitario, il bello di un paesaggio adeguato a cartolina turistica, tutto questo non gli apparteneva. Tutta la retorica che porta a un certo emozionalismo del bello, che porta i sentimenti direttamente al mercato delle passioni, tutto ciò gli era estraneo. Ma Peppino ad Adorno preferiva Sartre. E di questo Salvo Vitale e altri certamente possono darne testimonianza. Perché Sartre? Perché  univa la teoria alla prassi.  Ma, anche perché solo dando vita al gruppo, all’organizzazione (circolo “Musica e Cultura - Radio Aut) Peppino contribuiva a costituire realmente una forza non soltanto politica sul piano sociale, ma anche etica sul piano umano.
Per certi aspetti queste idee non sono lontane da quelle sostenute da Brecht e Benjamin sugli avvenimenti della storia, secondo cui essa è storia dei vincitori: “Chiunque ha riportato fino ad oggi la vittoria, partecipa al corteo trionfale in cui i dominatori di oggi passano sopra quelli che oggi giacciono a terra”. Le lotte che sostenne per difendere i contadini dall’esproprio delle terre di Punta Raisi vanno lette alla luce di questa visione della storia.

Questo corteo oggi è la scenografia estetica e umana che da oltre un ventennio produce una certa concezione del bello come “bello televisivo”, o bello secondo una consuetudine turistica, e perimetra l’immaginario collettivo entro i confini della mercificazione del mondo ratificata dall’impolitica degli ultimi decenni. In altre parole è il bello della “società dello spettacolo”, con le sue orde di puttane, magnacci, faccendieri, “utilizzatori finali”, che arrivano pure a diventare esponenti di primo piano della vita politica, ma che contagiano anche zone della cosiddetta area di sinistra. In questa prospettiva, dunque, alla violenza estetica pubblicitaria bisogna contrapporre una certa riappropriazione della politica.
D’altra parte è attraverso questo filtro della prassi e dell’organizzazione di gruppo che una certa idea di “bello” come costruzione di una collettività può esistere.

Un gesto di ribellione può essere “bello”? Per Lautreamont lo era, come per Verlaine e per la generazione di surrealisti degli anni Venti del secolo scorso; e lo era anche per i movimenti artistici degli anni Sessanta e Settanta che coniugavano impegno politico e ricerca artistica. In altre parole: l’eredità della modernità risiede nella sostituzione del “bello” con l’idea di Avanguardia. E l’avanguardia, com’è noto, unisce utopie politiche e sperimentazione artistica. Negli ultimi anni circola un’ansia verso una certa idea di bello propugnata da esponenti politici, da associazioni culturali, da “uomini di cultura”, da “addetti ai lavori” del mondo dell’arte, ecc.. Come se questo “bello” fosse di per sé un toccasana che dall’estetica si propaga nella strade ed educa gli umani ridotti a bestie. Senza pensare che si chiede all’arte ciò che dovrebbe fare la politica. Cambiare lo stato di cose presenti. E’ per questo che la modernità ha fatto proprio il concetto di avanguardia. Perché esso rendeva conto di come un certo impiego della creatività possa essere complice del mutamento della società.
Ora, la parola, “bello”, che sia aggettivo o sostantivo, che sia particolare o universale, è una categoria dell’estetica classica che non è sopravvissuta ai sussulti della modernità. E si sa che un certo uso del “bello classico” è servito per apparecchiare la tavole degli orrori del nazismo: il Reichstag - sede del governo nazista - era ornato di gessi della classicità, che venivano strumentalizzati per imporre l’idea di ordine, cardine dell’estetica classica, ma che, se per i greci aveva un’altra valenza, per i nazisti, com’è noto, fu la cornice estetica dell’orrore come lo fu la musica di Wagner che accompagnava le vittime nei forni crematoi.
Oggi  questa parola (bello) è un significante vuoto come la parola “libertà” che a sua volta non è sopravvissuta al suo effetto perverso: la liberalizzazione. Qui il gergo economico s’è impossessato di quello politico, stravolgendone la fisionomia. Infatti, è la parola di cui si circondano tutte le nuove destre (i vari partiti delle libertà, a cui soccombono anche le sinistre che non reggono a questa svolta reazionaria del linguaggio). Ed è singolare constatare che la parola “libertà” è diventata una parola celibe, senza il suo altro che era l’oppressione, la schiavitù e l’esodo da ogni persecuzione, ma soprattutto era una parola che garantiva l’esistenza dell’altro. E, invece, ci troviamo di fronte ad un uso della parola liberta’ tutt’altro che “libera”: è la libertà di evadere le tasse. La liberta’ di vivere a lato delle leggi dello stato. La libertà di insultare i magistrati. La libertà di descolarizzare un paese. La libertà di saccheggiare lo stato con le maschere della “bellezza” e della “libertà”. E cosi via….In altre parole la parola libertà somiglia sempre più alla parola “liberticida”. Una mascherata, appunto! Sappiamo bene quanto oggi la figura del politico si scambia con quella di corruttore, impostore, arrogante, truffatore, mafioso. Queste parole sono sinonimi fra loro. A partire dal linguaggio vi è un mutuo soccorso fra quello che una volta era separato se non opposto. I suoi traumi semantici ratificano che la democrazia è passata ad uno stadio disfunzionale. E il linguaggio registra come un sintomo queste metamorfosi. Ce le mostra in tutta la loro paradossalità. Ma allo stesso tempo ci abitua a convivere con questi nuovi significati. Ci abitua alla loro corruzione.

Ugualmente da un po’ di tempo s’è fatta strada una certa idea di bello propagato da modelli pubblicitari  e dalle fiction televisive che estorcono la sensibilità degli individui a vantaggio della loro sottomissione ad un immaginario spurgato da ogni idea di rottura con la ferocia neoliberista. Si tratta di un’idea di bello sterilizzato che sottopone lo sguardo ad una progressiva spoliticizzazione della rappresentazione del mondo. Che senso ha dire “è un bel paesaggio”, quando non faccio nulla per difenderlo!
Tutto questo melodramma del bello conferma l’assunto, oggi in discredito di Freud, che la società fabbrica gli individui già a partire da un materiale primario: la psiche, di cui il linguaggio ne è la manifestazione esteriorizzata.
Perché non ci può essere contemplazione innocente di qualcosa che si ritiene essere “bello” in un mondo dove l’assassinio mafioso è un fatto quotidiano, lo stupro del paesaggio è la regola  e l’impostura economica un a-priori vissuto come lo spirito santo. E’ in questo contesto che questa balorda idea di bello diventa collaborazionista della profilassi del pensiero unico dominante.

Ora, nella sua breve esistenza Radio Aut disse tutto questo, trovandosi, casualmente o no non importa, a fianco di quell’avvertimento  di Benjamin e Brecht sulla necessità della politicizzazione dell’estetica che oggi è più urgente che mai!
In questo scenario l’uso del linguaggio non è neutrale. Partecipa anch’esso dell’impostura, non soltanto politico-mediatica, ma anche estetica.
Detto altrimenti: si fa delle interpretazioni o dei “giochi di linguaggio” un a-priori che giustifica il populismo per il quale tutto è “dicibile” e “interpretabile”. Mettendo sullo stesso piano le varietà dei punti di vista e il pensiero in quanto analisi delle contraddizioni di un sistema, si occulta la verità che la conoscenza virtualmente è in grado di rivelare. E’ cosi che l’uomo “comune” (il “popolo”), l’uomo empirico, colui che interpreta “liberamente”  parla solo di fatti, di ciò in cui è violentemente “situato” (come avrebbe detto Sartre, variando il “gettato” di Heidegger) e non dei “fattori” che determinano la sua esistenza. Gli effetti prevalgono sulle cause (vedi la convinzione di Saviano su Peppino di cui sopra) e viene cancellata d’un colpo  l’idea che possa esistere  una condizione altra della società.

Il presupposto che senza interpretazione (cioè senza linguaggio) non esistono fatti fa ripiombare la parola nella sfera arcaica del mito, dove il potere è dato dall’alto e la miseria terrena è tale perché cosi è stabilito ab origine. Il gergo mediatico – il culto della semplicità preso in carica dagli slogans (”Roma ladrona”, “giudici comunisti”, “sud corrotto”, ecc.) – , ma anche quello che esalta la “bellezza” spurgata del suo altro - sopravvive grazie a questo residuo violento e arcaico che si manifesta nel linguaggio da chiacchera, nella battuta ad effetto, come accade nella pubblicità, ratificando quanto sia radicata la cultura del pregiudizio. La parola mediatica e pubblicitaria diventa comunicazione prostituita e ratifica il fatto che la sua permutabilità – il cambiamento di significato imposto nella reiterazione dello slogan -  è allo stesso tempo l’origine della sua corruzione: la parola “bellezza” (o “libertà”) in bocca ai profeti del neoliberismo e ai suoi pittbull pubblicitari che li rappresentano, è l’equivalente dell’estorsione del profitto sul piano del linguaggio: cioè l’estorsione del senso.
La presunta neutralità dei media – e di conseguenza delle immagini – deve essere combattuta per questo, perché al pari degli specchi e dell’alcool impiegati dai paesi colonialistici che servirono per neutralizzare i popoli non occidentali, penetrano la dimensione cognitiva modellandola sul modello della tecnica e del linguaggio mercificato.
Stessa cosa per gli abusi di memoria. Mettendo Peppino Impastato sulla scena pubblicitaria, si neutralizza la sua portata politica rivoluzionaria.
Ora è noto quanto il problema del rapporto arte/politica - che implicitamente trascina con sé il rapporto tra il bello e la realtà - è complesso, soprattutto lungo tutta la modernità.
D’altra parte sappiamo bene che un quadro di Picasso (comunista) in una fabbrica non avrebbe salvato gli operai dallo sfruttamento. Allo stesso modo una poesia di Neruda letta in una miniera non avrebbe restituito dignità ai minatori. Per certi aspetti la modernità ha riscattato il “brutto”, di cui le avanguardie ne hanno fatto una trasposizione poetica, da un antico pregiudizio moralistico. Era “brutto ciò che non era ritenuto adeguato a certi ideali teologici e metafisici.
Eppure uno dei padri della chiesa - Giustino - insisteva nell’affermare che Gesù era brutto: “il re che veneriamo non ebbe bellezza di aspetto”. Piuttosto erano belle le sue azioni. E’ da questa convinzione che nel passato le prime immagini di Cristo più che somigliare a dei bambolotti biondini con gli occhi azzurri, come accade di vedere nell’ultimo secolo con la colonizzazione americana dell’Occidente, erano espressivi. L’intensità era ciò che dovevano comunicare.
Lessing fu il primo a mettere il brutto direttamente a confronto col bello. Il terrore, la compassione, la morte non hanno alcunché di “bello”. Provocano sgomento, angoscia. Le categorie dell’estetica classica agli albori della modernità diverranno dialetticamente anticlassiche. Si sa che kant a casa sua teneva delle croste. Pitture che oggi verrebbero giudicate kitsch. Tuttavia nella Critica del giudizio concettualizzò il sublime. “Il bello piace, il sublime commuove”. E’ questa la sua espressione più popolare trasmigrata come una cortina di tornasole lungo tutta la modernità fino al pittore Barnett Newman e al filosofo Jean-François Lyotard, per il quale il sublime sposa la causa dell’intrattabile, e per certi aspetti anche di una certa concezione utopistica della società.

 Ma ritorniamo a Peppino. Per lui la lotta politica per la verità e la giustizia sociale non contemplava l’attuale degradazione di massa di una certa e indefinibile sensibilità verso l’armonia, la natura, il colpo d’occhio paesaggistico. Era consapevole del fatto che l’armonia, la forza prorompente di una roccia o di una montagna, possano educare l’uomo. Possano dargli forza e carattere così come per i greci le città avevano la funzione di educare i futuri abitanti della polis. E non solo. Gli davano dignità e virtù. Allo stesso modo la lotta intrapresa da Peppino e da tutti i compagni che erano con lui (e al pari di lui) costituiva la via maestra per una politica dell’ascolto consapevole del mondo, secondo l’espressione di Adorno. Nessuna vaga “curiosità”. Né “stupore” metafisico. Ma concreta costruzione di un mondo diverso.

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