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fava-momenti-difficilidi Antonio Roccuzzo
Ci sono momenti nella vita in cui av­vengono cose importanti, eventi che ti cambiano e tracciano il tuo cammino fu­turo. Questo coincide spesso con i propri venti anni.

È successo anche a noi, a quel gruppo di ragazzi che all’ini­zio de­gli anni 80 dello scorso secolo incontraro­no un bravo maestro, Giuseppe Fava, e impara­rono da lui – senza retorica – il me­stiere di cronista e anche un modo one­sto di stare nel mondo. Cioè di far va­lere le proprie ragioni, di affermare se stessi, di capire le cose che accadono. E per un gior­nalista autentico questo vuol dire raccon­tare la realtà che ti sta attorno.

La cosa rara di quella esperienza, sfociat­a in un giornale chiamato I Sicilia­ni, fu che attraverso quelle cronache noi sco­primmo le cose non dette che ci circon­davano, la nostra città Catania, la no­stra ter­ra la Sicilia e il nostro Paese l’Ita­lia, e fa­cemmo scoprire ai nostri letto­ri le tra­sformazioni profonde e cupe di quei luo­ghi. Noi scrivevamo cose che gli altri omette­vano, rompevamo un silenzio assor­dante a Catania, Sicilia, Italia.

Erano anni di stragi di stato, di grandi omicidi di mafia, anni di P2, anni in cui – nella nostra città – prefetti inauguravano i negozi del boss e capi della squadra mobi­le andavano a caccia col boss e da lui compravano auto, anni in cui le im­prese colluse con la mafia venivano sal­vate da pm che manomettevano i casella­ri giudi­ziari per permettere a quella im­prese di partecipare agli appalti, anni di giunte co­munali e governi regionali col­lusi che ne­gavano l’esistenza della mafia che li perva­deva e gestiva gli appalti. Anni di go­verni nazionali che si faceva­no forti dei voti scambiati con la mafia. Anni senza cultu­ra: nell’università c’era gente che fa­ceva eco a politici e pm, “la mafia non esi­ste”, e scriveva saggi per dare nobiltà teo­rica a quella tesi negazio­nista.

Talvolta, non sempre, accade che il me­stiere di cronista sia utile. E non solo a chi lo fa: ecco, I Siciliani fu un giorna­le utile perché raccontava la realtà che tutti vede­vano e nessuno ammetteva. I Sicilia­ni scri­veva che “il re è nudo”. Se tutti taccio­no e nessuno racconta, la cro­naca non esi­ste. Non esiste come la ma­fia, ap­punto. Noi, cronisti ventenni, non voltava­mo le spalle e il taccuino (oggi avremmo in mano l’ipad) dall’altra parte.

Il paradosso professionale di quel gior­nale, trenta anni fa fondato da Giuseppe Fava, fu che riuscimmo a fare notizie uscendo una volta al mese. Fare i cronisti era facile, perché eravamo i soli a farlo, avevamo un’autostrada vuota davanti a noi, eravamo gli unici che ci correvano dentro e si guardavano intorno.

Ma la storia del giornale I Siciliani è an­che un modello che continua a parlare ai ragazzi di oggi, per un’altra e più uma­na ragione. Nella Sicilia dei primi anni Ottan­ta, quel gruppo di ventenni vissero il loro attimo fuggente grazie a un bravo maestro e impararono liberamente, fuori da ogni regola di raccomandazioni, favo­ri, scambi. Ora io ho 55 anni e sono pa­dre di tre figli nell’era della recessione e della cupa man­canza di futuro per i ra­gazzi. E guardando all’oggi, ripenso a quel giorna­le come un miracolo civile per noi: aveva­mo una chance, potevamo esprimerci, la­vorare, raccontare, fare, giocarci un’occa­sione. La nostra occasio­ne civile. In fon­do, cosa può volere di più e cosa può chiedere di diver­so – an­che alla fine del 2013 – un ragazzo poco più che ventenne?

dicembre 2013

Tratto da: isiciliani.it

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