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giordano-pippo-web2di Pippo Giordano - 13 dicembre 2013
Sono desolato, affranto e persino disgustato dal comportamento di questo Stato che si è fatto condizionare dagli sproloqui di un vecchio: “abbanniate” di un signore anziano che non rappresenta più nessuno, tranne i suoi bestiali ricordi, Totò Riina. Mi viene voglia di piangere e di urlare per dire in che mani sono finiti i miei sogni e non solo miei: erano anche di Chinnici, di Falcone, Borsellino, Cassarà, Basile, D'Aleo e tantissimi altri trucidati da Cosa nostra. Se avessi avuto la possibilità, avrei preso Nino Di Matteo e da solo, senza scrusciu e batteria, l'avrei portato a Milano, per far comprendere che il signor Riina non poteva e non doveva condizionare la Legge. Avrei dato una risposta che uno Stato serio avrebbe dovuto. Non è ammissibile ed è fuori da ogni logica democratica che un individuo possa, un giorno si e l'altro pure, lanciare messaggi di morte nei confronti di Nino Di Matteo. Quello Stato che non trova di meglio, che “obbedire” alle “abbanniate” di Totò Riina e si cala le braghe, impedendo che Di Matteo esplichi la sua funzione in nome della Legge. No! Ministro Angelino Alfano, mi spiace moltissimo ma nei fatti di specie lo Stato ha dimostrato un'inaudita debolezza. Lo Stato, ha acconsentito ad un mafioso di usare l'art. 416/bis per piegare e raggiungere i propri scopi e magari di altri, calpestando di fatto lo Stato di diritto di questo Paese. Ma come si può accettare che un pm non possa presenziare al processo da lui istruito?

Ma il capo dello Stato, lo stesso capo di governo Letta, sono sordi e ciechi? Perché il Paese Italia alla mercé di Totò Riina, che dopo aver lacerato la Nazione con omicidi e stragi, permette a costui d'impedire lo svolgimento della vita democratica? Non è negando a Nino Di Matteo di presenziare al processo sulla trattativa Stato-mafia a Milano, la giusta risposta dello Stato a Riina. E allora il mio pensiero va a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e a tutti coloro che sono stati più sfortunati di me, assassinati proprio per volere di chi oggi lancia messaggi di morte, ovvero Totò Riina. E' stato un segnale debolissimo calandosi le braghe per volere di Riina. Così facendo, abbiamo offeso i nostri morti, li abbiamo oltraggiati nel modo più vile: impedendo a un Magistrato di esercitare il libero movimento, mi spiace ribadirlo, è stato il modo per sopprimere quel “bel profumo di libertà” tanto caro a Paolo Borsellino. Ed è per tutti questi motivi che guardando indietro m'accorgo dell'inutilità del sangue versato. Sono esausto, sono avvilito: impedire a Nino Di Matteo di muoversi mi sta facendo vedere un Paese ridotto al periodo anni '80 quando l'Italia era in “mano” a Riina. Avrei voluto vedere, invece, uno Stato che nel nome del Popolo italiano, avesse dato una prova di forza democratica e non farsi calpestare da Riina. Volgendo lo sguardo al passato, mi sovvengono le tante sollecitazioni di alcuni amici non tanto disinteressati “ma cu tu fa fari”, riferendosi al mio impegno di lotta alla Cosa nostra. E, io rispondevo col silenzio, abbozzando un lieve sorriso. Oggi, rintuzzerei di nuovo quel “cu tu fa fari”, lo rifarei per i miei “MIGLIORI AMICI” ammazzati, ma lo rifarei per consentire a Nino Di Matteo di spostarsi liberamente. Comunque, non mi meraviglierei se le “abbanniate” di Riina, nascondano il peccato originale, ossia che la “trattativa tra Stato-mafia non è affatto finita. Mi spiace tantissimo dottor Di Matteo se negli anni '80/'90 non sono stato capace di consegnarle un Paese libero dalla mafia.

ANTIMAFIADuemila
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