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di-matteo-c-giannini-big0di Giuseppe Pipitone - 6 dicembre 2013
Le minacce a Nino Di Matteo. L'allarme di Angelino Alfano. E quello di Vincenzo Scotti. Il processo sulla trattativa. Cosa nostra fa ancora paura.
Minacce di morte ai magistrati, firmate dal capo dei capi di Cosa nostra e lettere anonime che puzzano di apparati lontano un miglio.
In mezzo il ministro dell'Interno Angelino Alfano, che dopo aver incontrato i vertici delle forze dell'ordine nella riunione del Comitato per l'ordine e la sicurezza, lancia l'allarme su una possibile nuova stagione stragista.
L'INCUBO DEGLI ANNI 90. Non sono gli Anni 90, non è il prequel del biennio al tritolo che insanguinò il Paese. Non ci sono al momento politici come Salvo Lima da eliminare dopo che non hanno mantenuto i patti con la mafia.
C'è però una situazione istituzionale caotica come quella del 1992, una tangentopoli in sedicesimo che mina l'attuale sistema dei partiti, e un alone di inquietudine che riavvolge il nastro della storia indietro di un ventennio.

FARI SULLA TRATTATIVA. Non c'è nemmeno un maxi processo che attende il bollo della Cassazione. Ma al centro delle cronache c'è un altro processo: quello sulla trattativa Stato-mafia, che prova a riscrivere dentro le aule di un tribunale la vera storia andata in onda tra Palermo e Roma esattamente 20 anni fa. E come allora il ruolo della belva lo recita Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra, che ancora oggi non riesce a darsi pace.
«CORLEONE NON DIMENTICA». Il boss che dichiarò guerra allo Stato è ossessionato da Antonino Di Matteo, il sostituto procuratore palermitano che indaga sulla trattativa. E dopo la notizia delle sue minacce di morte al magistrato, è tornato alla carica. «Questo Di Matteo non ce lo possiamo dimenticare. Corleone non dimentica», ha detto Riina al boss della Sacra Corona Unita Alberto Lorusso il 14 novembre scorso.
LORUSSO, CONFESSORE DI RIINA. I due ex capi passano insieme l'ora d'aria, prevista anche per i detenuti in regime di 41 bis. È Lorusso il confessore di Riina, l'orecchio che raccoglie gli sfoghi del Capo dei Capi imprigionato nel carcere milanese di Opera.
Solo che ad ascoltare le minacce di Riina ci sono anche le microspie della Dia, attivate dopo che in alcune lettere anonime si faceva cenno a un nuovo progetto stragista del boss corleonese. Le cimici, piazzate nel cortile dove Riina e Lorusso si concedono confidenze di morte, hanno subito verificato l'anonima fonte: il capo dei capi vuole assassinare il pm che indaga sulla trattativa. «Questi cornuti se fossi fuori gli macinerei le ossa, sono stati capaci di portarsi pure Napolitano», dice riferendosi ai pm di Palermo.

Il capo dei capi e la paternità dell'attentatuni di Capaci e dell'omicidio Chinnici

È una belva in gabbia Riina, blatera ordini di morte per il pm che sta svelando come dopo le stragi del 1992, Cosa nostra si sedette allo stesso tavolo di esponenti delle istituzioni. E uno dei primi oggetti del patto Stato mafia sarebbe stato proprio il suo arresto.
«QUESTO DEVE FARE LA FINE DEGLI ALTRI». «Ma che vuole questo? Perché mi guarda? Questo fa parlare i pentiti, gli tira le cose di bocca, è uno troppo accanito. A questo devo fargli fare la fine degli altri», continua il padrino intercettato, rivendicando per la prima volta la paternità delle stragi del 1992.
L'attentatuni di Capaci che fece fuori Giovanni Falcone - «Quello venne per i tonni e gli ho fatto fare la fine del tonno» - ma anche l'omicidio di Rocco Chinnici: «A quello l’ho fatto volare in aria, saltò in aria e poi tornò per terra, fece un volo».
«GLI MACINEREI LE OSSA». Ora Riina ce l'ha con Di Matteo: «Se fossi fuori, non starei a perdere tempo, a questi cornuti gli macinerei le ossa». E ha continuato anche dopo che le sue minacce sono finite sui giornali e per Di Matteo si è cominciata a ventilare la possibilità di un trasferimento in località segreta.
«Come fai a farlo fuori?», gli chiede Lo Russo. Riina non ha dubbi: «Tanto sempre al processo deve venire».
Ma come fa Riina a lanciare minacce così circostanziate? E perché lo fa? Non è più il 1992, l'ala militare di Cosa Nostra è in gran parte murata viva al 41 bis. Eppure le parole del boss sono nette.
L'IPOTESI DI UN MESSAGGIO ALL'ESTERNO. Per gli inquirenti potrebbe trattarsi di un ordine preciso a chi sta ancora fuori: Di Matteo deve morire. E non è sfuggito agli investigatori come Maria Concetta Riina, primogenita del boss, si sia recentemente trasferita in Puglia, a San Pancrazio Salentino, la stessa zona un tempo governata da Lorusso, boss di Brindisi e oggi confessore di Totò 'u Curtu. Solo una coincidenza?
OCCHI SU MESSINA DENARO. Non sfugge agli investigatori nemmeno come l'ultimo grande boss di Cosa nostra ancora latitante sia Matteo Messina Denaro, indicato da diversi collaboratori di giustizia come «il gioiello» di Riina, colui che avrebbe ereditato l'archivio segreto del padrino corleonese.
A proposito delle minacce di Riina, il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo aveva parlato di una sorta di «nuova chiamata alle armi in seno a Cosa nostra». Una chiamata alle armi in cui Messina Denaro avrebbe i gradi di generale, dato che ha partecipato alle stragi del 92-93 ed ha autorevolezza all'interno dell'associazione crim

Corsi e ricorsi storici: gli allarmi di Alfano e di Scotti

Ma può oggi Cosa nostra essere ancora militarmente potente come 20 anni fa? I boss di primo piano sono tutti rinchiusi al carcere duro. E una strategia stragista avrebbe bisogno di un potenziale militare che dovrebbe arrivare dall'esterno.
A Riina, imputato nel processo sulla trattativa, qualche anno in più di pena non cambierebbe di certo la vita: da quella cella nel carcere di Opera uscirà in ogni caso da morto. E allora perché questo odio contro Di Matteo? L'ipotesi al vaglio degli inquirenti è che dal processo sul patto Stato mafia potrebbe presto uscire l'ennesimo inconfessabile segreto nei rapporti tra criminali e istituzioni.
IL GIALLO DELLE LETTERE ANONIME. È per questo che quelle lettere anonime arrivate tra la fine del 2012 e i primi mesi del 2013 destano più di una preoccupazione. In una missiva, l'anonimo estensore dice di essere un uomo d'onore di Alcamo, nel Trapanese. Lo stile della lettera però è molto diverso da quello di un boss.
Parla di attentati decisi da «amici romani di Matteo (Messina Denaro)», perché «questo Paese non può finire governato da comici e froci». Un'esposizione che sembra più tipica di certi apparati para statali, sempre saldamente anonimi, ma silenziosamente presenti in ogni strage irrisolta di questo Paese.
È in questo contesto che Angelino Alfano, a Palermo per la riunione del Comitato ordine e sicurezza, ha lanciato l'allarme qualche giorno fa, facendo cenno a una nuova stagione stragista. Decisa da chi? E perché?
QUEL PRECEDENTE CHE FA PAURA. «Perché nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione dell’istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata, la verità». Lo disse davanti alla commissione Affari istituzionali, l'allora ministro dell'Interno Vincenzo Scotti. Era il 20 marzo del 1992, appena otto giorni dopo l'omicidio di Salvo Lima. Le stragi di Capaci e quelle di via d'Amelio dovevano ancora arrivare, così come l'ennesima lettera del Corvo, anonimo ante litteram che proprio 21 anni fa faceva l'ultima comparsa sulla scena. L'allarme di Scotti? È una patacca», disse invece l'allora premier Giulio Andreotti.
La storia gli diede torto. Sarà per questo che oggi nessuno osa replicare al generico allarme lanciato da Alfano.

Tratto da: lettera43.it

Foto © Castolo Giannini

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