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giordano-pippo-web4di Pippo Giordano - 22 novembre 2013
Non mi piace tutto questo silenzio, sia dalle Istituzioni sia dai mass media nazionali in ordine alle minacce pervenute a Nino Di Matteo e Nico Gozzo. Come ho già scritto di recente “l'abbanniata” di Totò Riina dal 41bis si inserisce in un clima che sta diventando di giorno in giorno più pesante. Giova, anche evidenziare che secondo la mia personale opinione, queste minacce non sembrano essere il compendio del modus operandi di Cosa nostra. Ma il fattore rischio non cambia. Anzi, risulta ancor di più grave perché potremmo trovarci innanzi ad una strategia nuova delle consorterie mafiose, ovvero la rinnovata saldatura di quel coacervo d'interessi che da illo tempore lega mafia e una parte dello Stato. E non è da escludere che, visto le “batoste” subite dalla 'Ndrangheta, con sequestri patrimoniali ingentissimi, anche 'ndranghetisti possano aver interesse ad entrare nel gioco destabilizzante, condotto con le minacce ai PM di Palermo e Caltanissetta. Chi scrive, ha convissuto col giurassico mondo mafioso rappresentato dai Greco, Riina, Madonia, Lo Piccolo e via di seguito. Ordunque, anche se non mi convince la paternità delle minacce fatte ai PM, vorrei, tuttavia rimarcare che sto rivedendo gli anni bui 80/90, quando il medesimo roboante silenzio ammantava le minacce di morte verso i magistrati palermitani.

Il silenzio sulle minacce a Di Matteo e Nico Gozzo, operato dagli alti vertici di questo Paese, potrebbe essere la dimostrazione di “sottovalutazione” o peggio ancora di “un silenzio di Stato, imposto”. In buona sostanza, un po' come avvenne in passato, “minimizzare tutto e tutti”. E' anche vero che Cosa nostra ha da sempre agito senza “scrusciu e batteria”, il rumore, purtroppo, l'abbiamo udito a posteriore con l'esplosione delle autobombe. Ed è proprio quest'anomalia che mi lascia perplesso sulla genesi delle minacce, così plateali ad uso e consumo mediatico. Non vi è dubbio alcuno che il fine ultimo delle minacce è quello di rallentare, se non condizionare l'esito del processo sulla trattativa Stato/mafia. La posta in gioco nel processo è altissima: lo Stato e la mafia, seduti l'uno accanto all'altro, con le medesime accuse. E, in questo contesto appare opinabile la scelta del Capo dello Stato che mette “ i paletti” sulla sua testimonianza al processo. Infatti, il presidente Napolitano, attraverso una lettera indirizzata alla Corte, manifesta l'intenzione di testimoniare, ma in ragione dell'articolo 495 comma 4 del codice di procedura penale, il suo contributo potrebbe essere, in sintesi, di scarso valore tenuto conto delle limitate conoscenze sui fatti di cui è chiamato a testimoniare. Mi spiace non sono d'accordo. Il presidente del CSM, nonché presidente della Repubblica, avrebbe dovuto senza tentennamento alcuno, riferire di essere a “disposizione della Giustizia” e non già fissare a priori le domande che dovranno essere fatte. E' come se, quando io interrogavo una persona informata sui fatti, il teste avesse detto: “ non rispondo a domande se non quelle pertinenti alla convocazione”. No! Nel processo penale, c'è il dibattimento dove si esaminano i testi e non si può imbavagliare un PM o un difensore, così facendo si penalizza la formazione della prova. Ma ritornando sulle minacce ai PM palermitani e nisseni, cui prodest? Qualcuno pensa che le minacce siano solo farina della mafia? E, quindi chi ha paura di Di Matteo e Nico Gozzo? A loro va tutta la mia vicinanza: non eravate, non lo siete e non sarete mai soli!

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