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asta-margherita-web0di Giuseppe La Pietra - 26 marzo 2013
“Non uccidiamoli con le ricorrenze rituali, celebrative. Possiamo invece tenere in vita il loro ricordo facendo memoria delle loro storie di lotta alla mafia e facendo diventare impegno quotidiano tutti i giorni i valori da loro professati”. Sono questi alcuni frammenti del discorso con cui Luigi Ciotti ha salutato il 16 marzo scorso a Firenze i partecipanti alla diciottesima edizione della “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie” promossa da Libera e da migliaia di associazioni, che ricorda appunto le oltre 900 vittime e rinnova il suo impegno di lotta alla criminalità organizzata al fianco dei loro familiari.

Nomi scanditi lungo il corteo. Dietro ogni nome un volto, una storia, vite falciate, un lutto, il più delle volte, ancora da elaborare, la richiesta incessante di verità e giustizia perché molti familiari ancora non conoscono i nemmeno i mandanti degli omicidi dei propri cari. Da Firenze l’appuntamento è fissato il 21 marzo in tutte le città d’Italia per celebrare localmente la giornata della memoria e dell’impegno. Così anche a Parma.  Il 2 aprile del 1985 a Pizzolungo, lungo la strada che porta a Trapani, l’auto con a bordo Barbara Rizzo con i due gemellini di 6 anni, Giuseppe e Salvatore Asta, fece da scudo ad un attentato dinamitardo preparato da Cosa Nostra per il giudice Carlo Palermo, rimasto illeso.

Margherita Asta non c’era con sua mamma e i suoi fratelli. Quella mattina andò a scuola con una vicina. Da quel dolore nacque nel tempo l’impegno di Margherita. Lei oggi vive e lavora a Parma con la sua famiglia, ed è la coordinatrice per il nord Italia di Libera per i familiari delle vittime di mafia. La incontriamo in pausa pranzo.

Quanti sono i familiari delle vittime nel nord Italia?
Orientativamente una quarantina, anche se non è semplice avere un numero definito. I numeri aumentano a mano a mano che nei territori cresce l’impegno per curare la memoria e ci si affianca ai familiari per accompagnarli nel difficile percorso di rendere pubblico il proprio dolore, anche dopo molti anni di silenzio. Sono le storie di famiglie che dal sud si sono trasferite al nord per diversi ragioni, lavoro, studio, affetti, per ricominciare in un clima diverso rispetto a quello di origine.

Vittime e familiari provenienti soltanto dal sud?
Purtroppo non è così. Tra le diverse vite spezzate dalla mafia al nord c’è, ad esempio, quella di Pietro Sanua, ucciso con due colpi di lupara nel volto la mattina del 4 febbraio 1995, quando, alle 5.30, a Corsico milanese fu assassinato in un agguato mafioso da due killer. Era Dirigente dell’Anva, categoria della Confesercenti di Milano. Pietro Sanua era l’unico che prima e durante tangetopoli si opponeva ai continui favoritismi dei dirigenti della ripartizione commercio del Comune di Milano, che assegnavano posteggi, chioschi e vendite straordinarie di fiori ai soliti noti.

In Emilia Romagna e quindi nel parmense, invece, quanti sono i familiari?
Nella nostra regione sono al momento circa una decina, di cui 4 in Parma e provincia. I familiari di Susanna Cavalli e Pierfrancesco Leoni, i due ragazzi di Collecchio morti nella strage del rapido 904 il 23 dicembre del 1984, voluta da Totò Riina, altre due vittime del nord Italia. C’è poi quella del sostituto procuratore di Trapani Gian Giacomo Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia la notte fra il 24 e il 25 gennaio del 1983 in un agguato e la sottoscritta.

In cosa consiste il tuo impegno?
Barcamenandomi tra famiglia e lavoro cerco di coordinare e accompagnare i familiari delle vittime di mafia creando un coordinamento in ogni regione del nord Italia, così da riuscire ad operare meglio sui rispettivi territori, al fianco dei presidi di Libera. Non è facile. Attraverso le storie e la testimonianza del nostro vissuto è importante che la memoria diventi impegno, forza per un cambiamento culturale e di resistenza alle mafie. C’è poi un altro aspetto, probabilmente più delicato, in cui è necessario muoversi gradualmente. Insieme ai familiari cerchiamo di ricostruire le storie delle vittime, per conoscerne meglio i volti a partire dai vissuti, per rendere ancora più evidenti le loro storie, quei nomi scanditi ogni 21 marzo. Le abbiamo riportate sul sito www.liberanet.org. Non ultimo, invece, quello dell’instancabile lavoro che svolgiamo nelle scuole, dove la condivisione con le migliaia di insegnanti e studenti che incontriamo ogni anno dal nord al sud del nostro Paese fa sì che la memoria possa essere ascoltata, accolta e condivisa, essere un seme di speranza e corresponsabilità per ciascuno.

Giuseppe La Pietra per il Nuovo di Parma

Tratto da: liberainformazione.org

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