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di Norma Ferrara - 16 marzo 2013
“Venite a camminare con noi per le strade di Firenze”. E’ l’appello di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera per la diciottesima edizione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di mafia”. Attesi a Firenze oggi  oltre 100 mila partecipanti che alle 9, dalla Fortezza da Basso, raggiungeranno alle 11 lo stadio Franchi. Ieril’abbraccio della città e delle istituzioni ai 600 familiari di vittime delle mafie che si sono incontrati  a Palazzo Vecchio. “In un periodo di confusione e smarrimento nel nostro Paese – ha detto il presidente onorario di Libera, Nando dalla Chiesa, i nomi, i volti, le storie, il sacrificio e i valori dei nostri cari, sono il punto da cui ripartire. In 600 hanno raccontato a Palazzo Vecchio le loro storie, fatte di dolore, ingiustizie ma anche di una rinascita, quella che è avvenuta quando dalla morte dei loro cari per mano mafiosa e’ nato un impegno, quotidiano, che passa attraverso la testimonianza.

“Oggi in questa città persone che sono morte tornano vivere” ha detto Luigi Ciotti. In tanti hanno preso la parola per la prima volta e in quella che e’ la culla del rinascimento hanno raccontato la loro storia di rinascita dal dolore. La loro sete di giustizia. La bellezza di questo momento e’ l’abbraccio fra noi – ha dichiarato Stefania Grasso, referente di Libera per il settore Memoria. “Si tratta di un percorso e non momento unico – ha aggiunto”.  In sala nel ventennale della strage di via dei Gergofili, Eleonora Pagliai, superstite dell’attentato.  Si perché Firenze ha vissuto sul proprio territorio la violenza mafiosa e terroristi. Quella strage che colpì il cuore della città nella notte fra il 26 e il 27 maggio del 1993 e rimasta ancora senza verità e giustizia. “Sono figlio di un maresciallo dei carabinieri ucciso in Calabria il 13 gennaio 1982 quando avevo otto anni” – racconta Alfredo Borrelli- “da piccolo ho dovuto gestire il dolore che  lentamente ho trasformato in impegno e questa forza l’abbiamo trovata tutti insieme”. Una   forza che ha dovuto trovare anche Peppino Tilocca.
“La Sardegna non è’ un luogo di mafia ma un luogo in cui ci sono comportamenti mafiosi – racconta Tilocca – e spesso si scaricano su amministratori comunali. Sono stato sindaco e ho provato a far rispettare le regole. Sono cominciate intimidazioni, a me a mio padre, i miei figli. Lo Stato non c’era”. Nove anni fa una bomba uccide il padre per ritorsione contro di lui, contro quella sua scelta di fare il sindaco, onestamente. “La morte di mio padre ci ha assegnato un compito, quello di essere operatore di giustizia. Sento la responsabilità di quella morte ma quell’atto di barbarie mi ha fatto vivere diversamente. So oggi che sto dalla parte giusta”. Una consapevolezza che era anche il faro dell’azione antimafia del procuratore della Repubblica di Torino, Bruno Caccia. Per la prima volta alla Giornata della Memoria e dell’Impegno, Cristina Caccia, figlia del procuratore ucciso nel1983 dalla ‘ndrangheta. “Quella sera era una domenica, studiavo per un esame – racconta – ho sentito un colpo di pistola; mio padre non parlava mai in casa del suo lavoro. Non avevo percezione del rischio che stava correndo. Solo in quel momento ho capito quanto fosse importante  Quest’anno abbiamo scritto una lettera aperta perché venga fatta più luce sul suo omicidio. E poi numerose donne: madri, figlie, sorelle che hanno perso sotto il fuoco delle armi dei boss. Che chiedono verità e giustizia e che denunciano l’assenza dello Stato, l’indifferenza  di tanti. La lentezza della giustizia. Tutti loro, riuniti a Palazzo Vecchio ieri, hanno testimoniato 18 anni di percorsi per trasformare questo dolore in impegno. A loro e ai tanti che arriveranno questa mattina a Firenze Nando dalla Chiesa ha ricordato: “Il paese e’ in una situazione di precarietà e di incertezza morale. I nomi dei nostri cari rappresentano una certezza per il paese. E rivolgendosi ai giovani “si dice che non sapete in chi credere invece si: credete in loro”.

Tratto da: liberainformazione.org

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