Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

borsellino-laffi-web0"Questo è uno dei più bei ricordi di mio fratello che io abbia mai letto. E' di Umberto Laffi un collega di Paolo negli anni del liceo, uno di quegli amici che non si dicono in giro di esserlo, perché non ne hanno bisogno, a cui Paolo era legato da un vero e profondo affetto."
Salvatore Borsellino

di Umberto Laffi - 21 gennaio 2013
Ricordo benissimo quell’afoso pomeriggio del 19 luglio 1992. Stavo lavorando a un mio articolo quando venni informato che la televisione aveva dato notizia di un attentato dinamitardo compiuto contro un magistrato a Palermo. Nonostante che le notizie fossero all’inizio vaghe e frammentarie, pensai subito a Paolo e mi preparai a partire per Palermo. Purtroppo i miei timori furono confermati da un successivo comunicato televisivo.
Ero legato a Paolo da una profonda e lunga amicizia, che si era formata sui banchi del Liceo Meli di Palermo, dove, come studenti della III C, conseguimmo il diploma di maturità classica nel luglio del 1958. Era una classe che aveva un corpo docente preparatissimo e rispettato e dove le idee circolavano ampiamente e liberamente.

Senza false modestie, Paolo e io eravamo i più bravi della classe ed eravamo riconosciuti come tali anche dai nostri compagni, che, frequentando le nostre case, spesso trovavano le versioni già tradotte e i problemi di matematica già risolti. Superammo l’esame di maturità con una media altissima, che fecero la gioia anche dei nostri professori. Allora la maggior parte dei licei classici erano veramente formativi, e conducevano a una «maturità» che non era soltanto una parola. Anche Paolo riandava a quegli anni con nostalgia: «noi quarantenni, quando ricordiamo quei tempi, ci commuoviamo ignobilmente», mi scriveva in una lettera, negli anni ’80, dandomi notizia di un incontro che aveva avuto che aveva avuto con alcuni nostri ex-compagni e al quale si rammaricava che non avessi potuto partecipare. Mi fece vedere una volta a casa sua, in via Cilea, gli album dove conservava con ordine fotografie, ritagli di giornali, attestati che documentavano le tappe della sua vita. Non era riuscito a trovare, mi disse, alcun esemplare del giornale studentesco «Agorà» che aveva fondato al tempo del liceo e dove sono comparsi i nostri «primi scritti»: mi fu grato quando gliene inviai una copia presa dall’originale che tuttora conservo, miracolosamente salvatosi attraverso mille traslochi.
Paolo proveniva da una famiglia con simpatie di destra; lui stesso si definiva monarchico, suscitando la perplessità e quasi la commiserazione del professore di filosofia, marxista, che si chiedeva «come è possibile che un ragazzo così intelligente etc. etc.». Qualcuno non credeva che questa sua affermazione fosse da prendere proprio alla lettera e lui stesso sembrava dar adito a qualche dubbio. Si racconta che egli si sia fatto scudo di questa sua professata militanza per sottrarsi a possibili richieste di voto quando Ayala si presentò candidato alle elezioni politiche per il PRI: «come farei a votare un repubblicano se sono monarchico ?». Che egli si collocasse politicamente a destra è comunque fuori di dubbio, una destra che egli identificava in certi valori, come patria, stato, istituzioni, valori di fondo che ispiravano la sua cultura. Quello che è altrettanto certo, e che non si può non riconoscere, è che egli lasciò la politica sempre lontano dalla toga, collaborando con la massima apertura sul piano professionale e senza condizionamenti con colleghi che si sapeva che erano di tutt’altro orientamento politico, aprendosi indifferentemente a giornalisti di destra e di sinistra. Paolo non avrebbe mai potuto essere un uomo chiuso e di parte: glielo impediva la sua indole. Espansivo e cordiale, amava parlare con tutti, anche con la gente più umile. Ironico, autoironico e qualche volta anche dissacrante, sapeva cogliere nei comportamenti umani quelle debolezze, quelle bizzarrie, quei paradossi che lo divertivano molto e che commentava con battute salaci, ma sempre bonarie, intercalando termini ed espressioni di un palermitano strettissimo. Chi non lo ha conosciuto non può immaginare quale fosse la sua carica di simpatia e non potrebbe credere che nel carattere di un uomo che ha sacrificato la sua vita ed è ricordato ovunque come un eroe civile fossero presenti tanti tratti antiretorici e antieroici.

Benché geograficamente lontani, abbiamo sempre mantenuto un filo rosso ed abbiamo trovato, e anche cercato, le occasioni di incontrarci con una certa assiduità. L’amicizia era per Paolo un valore fondamentale. Il più delle volte ci si vedeva a Palermo, dapprima in via Roma 83, finché continuò ad abitare con la madre e i fratelli (ricordo Rita, una ragazzina devotissima al fratello maggiore) e dopo il suo matrimonio con Agnese (del quale, fra parentesi, fui informato con lettera in anteprima, perché fosse attutita «la inevitabile sorpresa») in via Cilea 97, dove ho conosciuto anche i figli, allora adolescenti. Ogni volta che ci si rivedeva era come se ci si fosse lasciati il giorno prima: avevamo tante affinità di carattere che ci permettevano di capirci al volo. Mi piaceva ritornare al Ballarò con Paolo, a mangiare pane e panelle per strada (come è cambiato il Ballarò ora! dove si trovano le panelle con le mafalde fresche di forno? o dove ti avvolge il fumo delle stigghiole?) . Quando viveva ormai sotto scorta, una volta gli chiesi: «Paolo, ma non è pericoloso per te uscire così?». Lui mi rispose:«No. La mafia non improvvisa niente, studia gli spostamenti, cura tutti i dettagli prima di agire. Più sicuro di così non potrei essere perché nessuno può immaginare che ora mi trovo con te al mercato». Dopo la conclusione del maxiprocesso (o poco prima, non ricordo bene) venne a trovarmi a Pisa: voleva conoscere anche mia figlia, alla quale portò un orsacchiotto che conservo come ricordo di un amico caro e gentile. Era accompagnato da Vincenzo Geraci, con il quale era ancora in rapporto di amicizia, ma intuii che tra i due qualcosa si stava incrinando. Gli avvenimenti successivi sono ben noti.
Negli anni ’60 e ’70 non lo sentii quasi mai parlare di criminalità mafiosa. I suoi interessi andavano prevalentemente al diritto civile. Il suo lavoro nella magistratura subì un deciso cambiamento di rotta quando venne assegnato all’Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, di cui era a capo Rocco Chinici, e ancor più quando, dopo l’uccisione di questo coraggioso magistrato con un’autobomba il 29 luglio 1983, il nuovo capo dell’Ufficio Antonino Caponnetto ridiede vigore a un pool antimafia, funzionalmente coordinato, che ebbe come leader naturali Giovanni Falcone e lo stesso Paolo. Ebbe inizio il maxiprocesso. Paolo mi parlava con ammirazione e sincero affetto di Chinnici e di Caponnetto, che considerava come dei padri. Mi confessò che l’uccisione di Rocco Chinnici lo aveva profondamente scosso. Andava spesso a trovare Caponnetto a Firenze dopo che questi ebbe lasciato il pool per ragioni di salute. Mi parlò della sua esperienza all’Asinara e delle preoccupazioni che aveva avuto per come Lucia aveva reagito. Era un padre affettuosissimo. Mi ha veramente rattristato a posteriori quello che ho letto a proposito di una confidenza che avrebbe fatto a un sacerdote: che nei suoi ultimi giorni aveva di proposito cominciato a trattare i suoi figli con maggior distacco quasi per prepararli, perché non soffrissero troppo il giorno, che considerava imminente (sapeva che era arrivato il tritolo per lui), della sua uccisione.
Lo sentii per l’ultima volta, per telefono, qualche mese prima della strage di Capaci. Gli ultimi giorni della sua vita devono essere stati terribili. Lo vedevo alla televisione, ma quasi non lo riconoscevo, turbato e cupo. Avevo sentore di una tragedia che stava compiendosi. Quando lo ricordo voglio pensare piuttosto a quell’espressione in lui così frequente di un’ironica e complice intesa, quella che mostra nella famosa fotografia con Falcone che tutti conosciamo e che è diventata un manifesto.
Il giorno del suo funerale, che si svolse in forma privata nella chiesa della sua parrocchia ma con la partecipazione di migliaia di persone, ritrovai tanti amici comuni, quelli del liceo in primo luogo, che non lo avevano mai dimenticato. Con i famigliari e con alcuni di questi vecchi e fedeli amici fece il suo ultimo viaggio verso il camposanto.

Fonte: comune.pisa.it

Tratto da: 19luglio1992.com

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy