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orioles-riccardo-web4di Valeria Gargiulo - 17 dicembre 2012
Riccardo Orioles, nato a Milazzo il 22 dicembre del 1949,  è un giornalista italiano noto per l’impegno nel contrastare la mafia e la corruzione. La sua lunga carriera ha inizio negli anni settanta, quando comincia ad affermarsi in piccoli giornali locali e nelle prime radio libere.

Nel 1982 fonda, insieme all’irriducibile Pippo Fava, il mensile “I siciliani”, edito a Catania, al quale si attribuisce il merito di aver denunciato le attività illecite di Cosa Nostra schierandosi contro i viscidi silenzi e favoritismi di un sistema corrotto. Cavalieri, massoneria, mafia e politica erano i temi principali di un rigoroso giornalismo d’inchiesta basato su indagini approfondite e meticolose, su cui avrebbero potuto lavorare soltanto persone dominate dall’amore per il mestiere e da un forte senso di giustizia. Dopo la morte di Fava, ucciso dalla mafia a un anno dalla nascita della testata, Orioles diventa il punto di riferimento della redazione, che si contraddistinguerà negli anni, per la compattezza di un gruppo molto competente. Si colloca poi, tra i fondatori del settimanale “Avvenimenti”, nel quale lavorerà come caporedattore fino al 1994. Nel 1999 diffonde l’e-zine gratuita “La Catena di San Libero, viva ancora oggi. Nel maggio 2006, ha ancora voglia di sperimentare e lancia “Casablanca”, mensile da lui fondato e diretto, con il quale continua a denunciare mafie e corruzioni; chiuso nel 2008 per mancanza di fondi, risorge più tardi in forma online con il magazine “U Cuntu“.

«Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è perdutamente innamorato di una puttana, e non puoi farci niente, sa che è puttana, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera… ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità». Partiamo dal pensiero di Giuseppe Fava, dedicato alla sua Catania, per ripercorrere a grandi linee la sua storia e la sua carriera. Cos’ha rappresentato per lei quest’uomo? E perché ha scelto di continuare l’opera che avevate cominciato insieme  nonostante la consapevolezza di mettere in serio pericolo anche la sua vita?

Giuseppe Fava non era di Catania, ma di un paesino della Sicilia civile, non mafiosa. A Catania era un estraneo, per quanto benevolmente curioso. Non è tanto importante rischiare (eventualmente) la vita quanto rinunciare (sicuramente) alle comodità “normali”. Fava, ad esempio, vendette casa per fare i Siciliani e questo è un gesto eroico. Banalità del bene.

I siciliani” era famoso per uno stile giornalistico basato sulla denuncia che si proponeva – tramite rigorose inchieste investigative che svelavano spesso fatti in cui nemmeno le forze dell’ordine volevano ficcare il naso – di far emergere ciò che la mafia per anni aveva fatto al buio. Cosa cambia nella redazione del dopo-Fava?

Lo stile di Giuseppe Fava non era basato sulla denuncia del singolo fatto (“investigativo”) ma dell’intero contesto. Dopo la sua morte la nostra diventò – dovette diventare -  una redazione di guerra, molto più dura e forte di prima (inchieste di mafia tuttora ineguagliate). Questo però era solo una parte, e non la maggiore, dell’insegnamento di Giuseppe Fava.

In molti sarebbero pronti a scommettere che, anche da morto, Fava continuerebbe ad amare quella “città puttana” che lo ha ucciso. Lei cosa ne pensa?

Più che amore si trattava di una simpatia venata di disprezzo. Catania non è migliorata da allora, nel suo complesso. Possiede però delle minoranze bellissime, colte e civili, specialmente – ma non solo fra i ragazzi.

Parliamo di “Avvenimenti”, giornale altrettanto provocatorio nei confronti di una struttura politica corrotta, la cui matrice è evidente già dal sottotitolo: Settimanale dell’Altritalia”.

Perché “provocatorio”? Noi volevamo fare semplicemente un giornale onesto, tutto qua. E’ stata una delle poche esperienze vincenti, nel campo dell’editoria, della sinistra italiana. Ed era un’esperienza profonda, dalla redazione giovane ma efficientissima alla rete di gruppi locali che sostenevano il giornale.

 Con “La Catena di San Libero”, nel 1999, lei ha intuito l’enorme importanza di internet nella diffusione dell’informazione: ben prima di Beppe Grillo ha utilizzato una e-zine che ha coinvolto migliaia di lettori, mantenendoli al corrente sulle vicende siciliane e nazionali, raccontando fatti e traendo conclusioni. Quanto ha giovato questa scoperta alla sua impresa “moralizzante”?

Io non voglio moralizzare nessuno, mi piace semplicemente ragionare insieme. La “Catena”, in questo senso, mi ha insegnato moltissimo, poiché i lettori intervenivano con molta frequenza ed estrema libertà. Nella mia formazione è stata un passaggio importante, mi ha insegnato a imparare dai lettori. Questo non poteva succedere prima di internet, perché nella carta stampata (che non è interattiva) il rapporto coi lettori è necessariamente più arretrato. Ne ho tratto anche delle conseguenze “politiche”, che ritengo valide tuttora.

 Vuole parlarci della chiusura di “Casablanca” per mancanza di fondi nel 2008? Quali sono stati i motivi che ne hanno determinato tale condizione? Potremmo definirla una sua sconfitta professionale? Ne ha avute altre nella sua carriera? E com’è avvenuto il successivo passaggio al magazine online, che dirige ancora oggi, “U cuntu”?

“Il colonnello Aureliano Buendìa promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte…” :-) . E’ un personaggio di Garcia Marquez, per il quale provo molta simpatia. La mia carriera è costellata di sconfitte, nessuna delle quali però ha mai mancato di seminare qualcosa. Casablanca ha chiuso (ma la mia amica Graziella Proto la continua online) ed è nato Ucuntu; Ucuntu da un anno è fermo perché al suo posto, ma con molta più forza, sono nati i Siciliani giovani (www.isiciliani.it) che raggruppano una decina di testate in tutta Italia e sono il punto d’arrivo del lavoro di questi ultimi anni in Sicilia.

Dal suo libro del 2011 “Allonsanfan” traspaiono orgoglio e rabbia allo stesso tempo: orgoglio per la sua terra, per certi uomini e certe donne che non hanno abbassato la testa, per i giovani coraggiosi che hanno saputo ribellarsi; rabbia nel constatare come i media continuino a vedere la mafia solo in Sicilia quando è l’intero sistema Paese ad esserne contaminato. Vuole spiegarci meglio, magari attraverso qualche esempio, questa dualità di sentimenti?

Non è più così: a Milano e Bologna ci sono dei gruppi di ragazzi che lottano contro i poteri mafiosi come noi, e non sono affatto isolati. I Siciliani giovani è la testata che riunisce anche loro, ma la parola “Siciliani” in questo contesto non è assolutamente geografica; è come la Marsigliese, che si cantava in tutta la Francia e non solamente a Marsiglia.

“Propaganda d’autore” è un libro che fa riflettere e insegna a diffidare della “grande informazione” anche quando sa essere vincente. Ebbene, in un mondo ormai caratterizzato da un’ “editoria in coma”, quali consigli si sentirebbe di dare a giovani aspiranti giornalisti tentati di seguire a ogni costo le proprie aspirazioni verso la sponda “impegnata” di questo mestiere, ma contemporaneamente soffocati e trattenuti dalla necessità di guadagnare uno stipendio dignitoso?

Sopravvivere ai prossimi tre-quattro anni di transizione associandosi con altri giovani per fare prodotti elettronici di seconda generazione.

Sul primo numero de “La Catena di San Libero” lei dichiara, tra le righe, di non aver mai rinunciato a osservare e rispettare quell’onorevole etica che la sua professione impone, nonostante i media tradizionali tentino in tutti i modi di distruggerla. Crede che utilizzare supporti alternativi per portare avanti le sue battaglie possa servire in termini di sensibilizzazione dell’opinione comune? Ovvero, secondo lei, riuscirebbe in questo modo a garantire un’ informazione basata su supremi valori di verità e giustizia, che si contrappone e continua a subire le “violenze” derivanti dalle “idiozie” della “casta mediatica”?

Io credo proprio di sì, e l’esperienza lo conferma.

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Tratto da: articolotre.com

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