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grasso-pietro-web1di Vivianne Pellacani - 12 ottobre 2012
Casatenovo (LC). È stato l’auditorium di Casatenovo, giovedì 11 ottobre, ad ospitare la seconda conferenza del ciclo “Progetto legalità”, dedicata questa volta al Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, testimone dei tragici eventi del 92’, in cui persero la vita i giudici del pool anti-mafia siciliano, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ad accogliere l’ospite d’onore, oltre ad una platea numerosa e calorosa, il sindaco di Casatenovo, Antonio Colombo, l’assessore alla cultura, Marta Comi e il presidente del Consorzio Brianteo Villa Greppi, Enzo Bruni, che ha collaborato alla realizzazione dell’evento.
Nel ringraziare tutti coloro che hanno prestato il proprio contributo alla serata – dai giovani volontari ai tecnici di sala, dai City Angels alle forze dell’ordine – Marta Comi ha sottolineato l’importanza del volontariato, il quale “dimostra a tutti gli effetti che ci si può adoperare per un obiettivo, un valore, un ideale senza nulla in cambio, senza un tornaconto personale: principi opposti a quelli che guidano la mentalità mafiosa”.
Successivamente, hanno preso la parola l’assessore all’urbanistica di Olgiate Molgora, Roberto Romagnano – titolare dell’iniziativa “Progetto Legalità: incontri su mafie e legalità in Brianza” – e il Giudice del Tribunale di Monza, capitano della Nazionale Italiana Magistrati, Piero Calabrò, che ha presentato al pubblico il Procuratore Nazionale Antimafia, riassumendone la vita, la carriera e la coraggiosa missione.
Pietro Grasso – racconta il Giudice Calabrò – inizia la sua carriera nel 1969, a Barrafranca, dove lavora come pretore fino agli settanta. Dopo l’assassinio dell’allora Procuratore Capo, Pietro Scaione, Grasso viene trasferito alla procura di Palermo, dove intraprende quel lavoro “pericoloso” che molti colleghi hanno preferito evitare. Inizia così ad occuparsi di reati concernenti la pubblica amministrazione e la criminalità organizzata (durante la sua direzione della procura palermitana, sono state arrestate più di 2000 persone nonchè 13 dei 30 più pericolosi latitanti dell’epoca).  
“Partecipare all’evento di oggi, anche se soltanto per curiosità, è già un atto di scelta radicale” – esordisce Pietro Grasso, dal 2005 a capo della Procura Nazionale Antimafia. Il magistrato allude al significato dell’evento, al suo pubblico, presente per conoscere la storia del proprio paese, aderire a qualcosa e soprattutto prendere posizione, schierandosi con quella parte dell’Italia che ha deciso di non chiudere gli occhi, di prendere coscienza dei fatti e di dire ‘no’ alla mafia.
Il monologo prende le mosse dal libro autobiografico “Liberi tutti. Lettera ad un ragazzo che non vuole morire di mafia”, opera che racconta la vita, la carriera e la testimonianza del magistrato,  fornendo nello stesso tempo punti di riferimento utili per la società, tra cui la storia di un fenomeno, che per il magistrato “non si può contrastare, se prima non lo si comprende bene”.
Ma l’opera è anche un’occasione per ripercorrere gli anni di una Sicilia travolta dagli orrori della mafia, anni in cui – per la prima volta – si incomincia a conoscere il significato e i meccanismi di questa organizzazione, assemblando un esercito tramite il quale combatterla. In quegli anni, Pietro Grasso ha l’onore di conoscere e di lavorare accanto ai magistrati del pool antimafia siciliano, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che definisce simpaticamente, oltre che eroi, fuoriclasse, perché nel mestiere mettevano in gioco se stessi, avendo sempre a cuore le vittime, qualunque fosse il reato.
La loro collaborazione prende vita durante il primo maxiprocesso a Cosa Nostra del 1984, di fronte a più di 475 imputati. In quell’occasione, Pietro Grasso ricopre il ruolo di giudice a latere, a fianco del Presidente della Corte d’Assise, il giudice civile Alfonso Giordano. Dopo tre anni di duro lavoro, durante i quali il magistrato rischia la sua stessa vita, la sentenza che conclude il processo condanna a 19 ergastoli e ad oltre 2600 anni di reclusione.
Ma il problema centrale rimane quello di capire la natura di questo fenomeno, all’inizio del tutto sconosciuto, racconta il magistrato. Alcuni credevano si trattasse di fatto romanzato, frutto della fantasia di uno scrittore, altri pensavano si trattasse di criminalità comune, altri ancora  che la mafia italiana altro non fosse che un fatto tipico, etnico, dei siciliani. Da qui lo studio approfondito del fenomeno, che Pietro Grasso dichiara di aver pienamente compreso solo durante il maxiprocesso, accanto a Falcone e Borsellino. Anche grazie ai primi così detti “pentiti”, i magistrati siciliani incominciano a carpirne i segreti e a comprenderne gli scopi, le relazioni interne e sopratutto la struttura organizzativa.
A tal fine, Pietro Grosso ricorda le parole di Giovanni Falcone: “la parola mafia è un’invenzione letteraria”. Si tratta di un fenomeno non solo criminale, ma anche sociale, politico ed economico. Uno stato dentro lo Stato basato sul potere di sudditanza e assoggettamento delle sue vittime, spesso in stato di bisogno, che sfrutta per dar vita ad un ricatto – considerato “scambio di favori” – il quale può costringere inermi cittadini a commettere atti criminali. Ecco perché “occorre dire no alla mafia”. Di certo, essa non è solo il frutto dello stato di bisogno di alcuni cittadini, ma tale situazione aiuta i suoi membri a mantenere il rapporto di dipendenza. Compito dello Stato è interrompere e sostituire questo legame, perché “fino a quando colui che si trova in stato di necessità si rivolge alla mafia, invece che alle istituzioni, la mafia non finirà mai”.
Anche questo incontro ha insomma aiutato a capire i problemi della nostra società. Ha contribuito a sensibilizzare, a prendere consapevolezza, a ricordare il sangue che è stato versato perché, in futuro, la storia cambi. Da qui – ricordando le parole di Pietro Grasso – “l’obbligo morale ed istituzionale di continuare a cercare la verità, anche sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, fino all’ultimo soffio di vita”.  
Dopo un lungo applauso, a colpire l’osservatore attento è però un’immagine: il Procuratore Nazionale Antimafia seduto sul palco, circondato da Carabinieri e guardie del corpo, che con la penna in mano sorride al suo pubblico, mentre stringe la mano o firma un autografo a giovani e meno giovani, nei cui sguardi riconosce i suoi stessi ideali.

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