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pillola rossa-blu-webdi Massimo Brugnoli - 8 agosto 2012
In un paese normale, la chiusura delle indagini e le richieste di rinvio a giudizio relative alla trattativa Stato-mafia avrebbero generato, da parte di stampa e politica, un serio dibattito e una profonda indignazione. Invece abbiamo assistito (a parte rare eccezioni) alle solite aggressioni contro i giudici e alla solita sequenza di balle mediatiche. Un breve estratto del peggio del peggio.

La supposta. E’ l’aggettivo che accompagna ogni notizia proveniente dai mass-media di regime riguardo alle indagini di Palermo. In realtà, la supposta esiste solo nella mente dei presunti giornalisti che ancora mettono in dubbio l’esistenza della trattativa Stato-mafia.
Che invece è assolutamente provata. Lo dice la sentenza (definitiva) del processo Borsellino bis. Lo dice la sentenza di primo grado del processo Tagliavia, che specifica che l’iniziativa è stata presa dagli uomini delle istituzioni e che è stata impostata, quantomeno inizialmente, sulla base di un “do ut es”, cioè di un dare e avere, tra Stato e mafia. Lo dicono le testimonianze dei protagonisti di quel periodo, fra cui quella dell’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, che ha aggiunto che lo stesso Borsellino  fu informato, tramite una funzionaria del ministero, dei contatti tra il ROS e Vito Ciancimino. Lo dicono i parenti delle vittime delle stragi, fra cui la sorella di Paolo Borsellino, Rita, che ha riferito di aver sentito il fratello parlare del “papello” pochi giorni prima di morire, e il fratello Salvatore, che da anni grida la propria convinzione che il giudice sia stato assassinato anche perchè si era opposto alla trattativa. Lo dice la storia di questo Paese, che dal 1994 ad oggi ha visto una miriade di leggi e riforme (approvate con maggioranze variabili, e a volte bulgare, di centro-destra e centro-sinistra) che sono andate nella direzione del papello di Riina e anche oltre. Alcune fallite per un soffio (abolizione dell’ergastolo, dissociazione “come Brigate Rosse”), altre pienamente riuscite (riforma della carcerazione preventiva, dei collaboratori di giustizia, scudi fiscali vari e assortiti, ecc...).

Non esiste il reato. “Ma se non esiste nemmeno il reato di trattativa, su che indagano?”, ripetono in questi giorni molti “autorevoli” commentatori. A dar retta a loro, uno si farebbe l’idea che i pm di Palermo siano completamente pazzi e che passino il loro tempo a fare indagini su reati che non esistono (magari commessi da persone che non esistono).
Ovviamente cosi non è, e i fatti contestati riguardano specifici reati espressamente previsti dal codice penale. La maggior parte degli indagati lo è in base all’articolo 338 (violenza o minaccia al corpo politico dello stato, con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra), altri, come Mancino o Conso, sono indagati per falsa testimonianza o per false comunicazioni fornite al pm. Questo dal punto di vista giudiziario, perchè il compito della magistratura è quello di accertare l’esistenza di responsabilità penali e, nel caso, punirle.
Il dibattito sulla trattativa dovrebbe però spostarsi su un altro livello: quello storico, politico e morale. E dovrebbe coinvolgere in primo luogo la classe politica di questo Paese. La quale invece, con rarissime eccezioni, non ha saputo fare di meglio che dividersi fra la totale indifferenza e l’aggressione gratuita ai pm di Palermo. Forse perchè consapevole di avere ancora parecchi scheletri nell’armadio.

A fin di bene. “Se qualcuno ha trattato con la mafia per salvare delle vite, ha fatto un’opera meritoria”, è la tesi sostenuta da Marcello Dell’Utri e compagnia. E’ la cosiddetta trattativa a fin di bene, versione riveduta e corretta della “tangente a fin di bene” dei bei tempi di Tangentopoli, quella che sarebbe servita “a far girare l’economia” (ce ne stiamo  accorgendo ora che stiamo pagando trent’anni di debito pubblico accumulato in buona parte a suon di ruberie).
In realtà,  la storia dice che ogni volta che lo Stato è sceso a patti con la mafia non ha fatto che rafforzarla. E poi basta guardare la cronologia dei fatti. Dopo i primi contatti del ROS con Riina abbiamo la strage di Via D’Amelio, la tentata strage di via Fauro, la strage di via dei Georgofili a Firenze, quella di via Palestro a Milano e le bombe alle basiliche di Roma. Quali sarebbero le vite salvate? Forse quelle dei politici finiti nella “black list” di Riina per non aver rispettato i patti con la mafia?

L’arresto di Riina. “La tesi della procura è folle, come può lo Stato aver trattato con Riina se poi lo ha arrestato?”: è quello che ripetono Giuliano Ferrara e i suoi pari nelle loro numerose performance televisive, ovviamente senza che nessuno abbia mai nulla da ridire su una simile stupidaggine. E’ la solita tecnica di banalizzare per ridicolizzare le indagini.
Chiunque abbia una minima conoscenza dei fatti sa bene che l’arresto di Riina è un tassello che rientra perfettamente nel mosaico della trattativa. A un certo punto, infatti, il boss di Corleone diventa merce di scambio in questa vicenda. Massimo Ciancimino ha parlato apertamente del “tradimento” da parte di Provenzano, che avrebbe addirittura consegnato, tramite don Vito, le mappe della zona di Palermo in cui si nascondeva zu Totò.
Ovviamente Cosa Nostra avrà il suo tornaconto in questa operazione. Tanto che il covo di Riina, dopo il suo arresto, non verrà nè perquisito nè sorvegliato. Tanto che lo stesso Provenzano avrà ampia facoltà di muoversi per oltre tredici anni all’interno (e anche fuori) del territorio nazionale, addirittura incontrandosi più volte, e in tutta tranquillità, con Ciancimino quando questi era agli arresti domiciliari. Tanto che lo stesso Provenzano non verrà arrestato nemmeno quando, il 31 ottobre del ’95, i carabinieri del ROS arriveranno a pochi metri da lui, in un casale di Mezzojuso. E tanto che la pressione dello Stato, in materia carceraria e legislativa, inizierà progressivamente ad allentarsi proprio dai primi mesi del 1993.

Non toccate il Quirinale. “Per favore, lasciamo stare il Quirinale, che è rimasto uno dei pochi baluardi della nostra democrazia...” E’ la posizione pilatesca assunta da Pierluigi Bersani e da gran parte dei politici (almeno quelli che non si sono distinti per gli insulti gratuiti e volgari a Ingroia) nella vicenda delle intercettazioni Mancino-D’Ambrosio-Napolitano. A parte il fatto che, come noto, si tratta di intercettazioni indirette e che nemmeno una sillaba di ciò che ha detto il Presidente è uscita dagli uffici giudiziari, e non si capisce quindi quale sarebbe il torto fatto al Quirinale, la questione è un’altra. Alessandro De Lisi, direttore del progetto San Francesco, mi ha parlato di uno dei più grandi insegnamenti di Antonino Caponnetto: non fare mai l’errore di confondere le istituzioni con le persone che, più o meno degnamente, temporaneamente le rappresentano.
Ecco, evidentemente Bersani e gli altri confondono il Quirinale con la persona di Giorgio Napolitano. Che, come tutti, non è al di sopra della legge.

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