Sono circa 50mila le persone che hanno partecipato alla manifestazione nazionale di Libera contro le mafie, svoltasi quest’anno a Torino. In corteo cittadini arrivati da tutta Italia, con in testa i familiari delle vittime innocenti. A segnare la giornata sono state soprattutto le testimonianze. Cristina Caccia, figlia del procuratore Bruno Caccia, ucciso nel 1983, ha ribadito: "La verità completa non è ancora venuta fuori. Abbiamo anche noi fame di verità e giustizia". Parole forti anche da Nino Quattrone, figlio di Demetrio Quattrone, ingegnere assassinato nel 1991 in Calabria. "Faceva le cose in un certo modo, non come voleva la mafia", ha ricordato, sottolineando come la ’ndrangheta gli abbia sottratto non solo il padre, ma anche il futuro condiviso. L’omicidio maturò in un contesto segnato da intrecci tra malaffare, politica e imprenditoria criminale, aggravati da problemi legati alla sicurezza sul lavoro e allo sviluppo urbanistico del territorio reggino. Dopo la sua morte, ha aggiunto, "ci fu un lungo silenzio: nessuno nominava neppure il suo nome». Solo dal 2011, anche grazie a Libera, è iniziato un percorso di recupero della memoria e della verità. «Il 21 marzo non ricordiamo la morte, ma la vita dei nostri cari", ha concluso. Durante la manifestazione sono stati letti i nomi delle 1.117 vittime delle mafie. A chiudere la lettura è stato l’ex magistrato Gian Carlo Caselli: "Non sono numeri, ma nomi, storie, persone che meritano verità e giustizia". Nel suo intervento, don Luigi Ciotti ha denunciato come oltre l’80% dei familiari non abbia ancora ottenuto piena verità: "È un diritto sapere e non essere manipolati. Senza verità la democrazia non può vivere, e l’omertà uccide". Il fondatore di Libera ha poi toccato diversi temi, dalla condizione delle donne - "la subcultura mafiosa è profondamente patriarcale" - al ruolo dei giovani, la cui inquietudine può diventare risorsa. Un passaggio anche sulla pace: "Dove ci sono guerre, mafie e trafficanti fanno affari, mentre gli altri si impoveriscono". E un appello alla responsabilità collettiva: "Non possiamo restare a guardare: l’indifferenza ci rende complici". Infine, il richiamo alla comunità: "La mafia vince quando le persone sono lasciate sole". E il ringraziamento a magistrati e forze dell’ordine "che ogni giorno fanno il proprio dovere senza piegarsi".
Torino è Libera, Don Ciotti: ''Dobbiamo essere spina nel fianco per istituzioni che non fanno il loro dovere''
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- Federico Zancaner
