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Lo scorso 21 dicembre la libreria Utopia in via Calepina a Trento era affollata di persone per sentire le toccanti parole di Alba Nabulsi, giovane giornalista italo-palestinese che presentava il libro dal titolo “Lessico palestinese”, scritto durante questi due anni nei quali si è consumata la tragedia di Gaza. Parole precise quelle di Alba, pronunciate con fermezza ma senza lasciarsi prendere in alcun modo la mano dall’odio, proprio come sapeva essere preciso e fermo suo padre Amin che ho avuto la fortuna di conoscere alcuni anni addietro, tra il 2007 e il 2011, in occasione di alcune iniziative presso il Liceo classico “Prati” di Trento e in valle di Cembra. Ricorderò sempre l’ingegner Nabulsi per la sua gentilezza, per la la sua squisita umanità, nonostante nella sua famiglia fosse incarnato il dramma del popolo palestinese, privato dei propri luoghi e costretto per generazioni alla diaspora. Nato a Nablus (la madre, originaria di Yafa, aveva vissuto il dramma della Nakba del 1948) quando quella che oggi conosciamo come Cisgiordania o Territori occupati, era amministrata dalla Giordania (allora regno di Transgiordania) ma cresciuto in Siria, dove la famiglia si è dovuta trasferire a causa dell’attività politica del padre (che aveva abbracciato idee panarabiste) sgradite alla monarchia hascemita. A Damasco la famiglia crebbe, ai due primi figli se ne aggiunsero altri tre, e successivamente si spostò al Cairo in Egitto. Nel frattempo il re giordano amnistiò coloro che avevano militato nel movimento panarabista (la cui figura di riferimento era l’allora presidente egiziano Gamal Abdel Nasser), come appunto Feisal, il padre di Amin e nonno di Alba, così la famiglia fece ritorno in Palestina, a Nablus, ma la speranza di poter vivere in pace sulla propria terra si infranse pochi anni dopo con la guerra dei sei giorni e con l’occupazione nel 1967 della Cisgiordania da parte di Israele. Così la famiglia si rifugiò in Libano attraverso la Giordania, costretta a sottoscrivere una dichiarazione con la quale rinunciava ad ogni diritto al ritorno. Successivamente gran parte della famiglia ha seguito la madre Firkya in Libia, mentre Amin e un fratello sono giunti a studiare in Italia ed è a Padova che egli ha conosciuto Milena, la mamma di Alba, per giungere poi in Trentino a Castello Tesino (il paese nel quale è stata tessuta la bandiera palestinese più grande del mondo, a cui anche QT ha dedicato un articolo).  Il suo racconto delle vicissitudini familiari e sue (in quanto militante e membro dell’OLP) non era però così arido, egli ne offriva uno spaccato vivido intrecciando le vicissitudini con il racconto di molti episodi di vita felice; ascoltandolo si poteva facilmente immaginare ciò che le sue parole descrivevano e addirittura sentire i profumi di spezie e di dolci della cucina palestinese. E’ la stessa sensazione che ho avuto sentendo le parole di Alba quella mattina presso la libreria Utopia e che si può avere leggendo il suo libro che ci parla della Palestina, dei suoi drammi così come della sua caparbia o testarda resistenza attraverso dieci parole chiave: narrazione, mutilazione, velo, stupro, identità, pulizia etnica, urbicidio, disturbo mentale, fame e maternità. 
Portando lo sguardo dentro le ferite profonde della martoriata comunità palestinese di Gaza, ma anche della Cisgiordania occupata, Alba Nabulsi ci offre spunti fondamentali per riconoscere il progetto futuro di umanità o, meglio sarebbe dire, disumanità, che il dominio capitalistico nella sua versione ipertecnologica minaccia di riservarci. Mi limito a segnalare due spunti di riflessione fra i tanti contenuti nel libro, il primo è relativo alla citazione dell’attivista palestinese Khaled al-Khatib, laddove sostiene che “la visibilità dei diritti delle persone queer in Israele sia un espediente per mascherare il trattamento discriminatorio subito dai palestinesi e le violazioni quotidiane dei loro diritti fondamentali”. Basti l’esempio citato del soldato israeliano Yoav Atzmoni che ha postato su instagram una foto in cui reggeva una bandiera arcobaleno con la scritta “In the name of love” sulle macerie di Gaza, per rendere l’idea di come oggi sia efficace e diffuso l’uso strumentale di molte giuste rivendicazioni relative ai diritti civili. Non può essere taciuto l’uso strumentale da parte di Israele e degli Stati Uniti delle giuste proteste che, dall’uccisione di Masha Amini, si sono sviluppate in Iran (e si sono riaccese in questo momento intersecandosi con rivendicazioni socio-economiche), per non parlare del concetto di “democrazia” come prodotto da esportazione che da un quarto di secolo contraddistingue quello che si definisce “Occidente”. Anche se nel momento in cui scrivo queste righe il pretesto usato dal “gangster” della Casa Bianca per l’aggressione al Venezuela e il rapimento del suo presidente, è la lotta al narcotraffico; cosa che dovrebbe impensierire non poco un Paese come l’Italia nel quale hanno la loro “sede” alcune delle più potenti e note organizzazioni criminali che si occupano appunto di narcotraffico. Ma, come accennato sopra, mi preme evidenziare un altro punto fondamentale analizzato a fondo nel libro e in particolare nel capitolo titolato “Urbicidio”. Laddove l’autrice scrive, riferendosi a Gaza e alla Cisgiordania, che “la geografia stessa è diventata una prigione”. “Gli insediamenti, le recinzioni, i percorsi sopraelevati – scrive – tutto racconta una gerarchia spaziale che ha già deciso chi merita visibilità e chi invece deve scomparire dal paesaggio”. Come non riconoscere dentro questa “anatomia sociale” i processi in corso in Europa e Stai Uniti nei confronti dei migranti? Non solo le politiche segregazioniste in corso da anni e che si concretizzano nei CPR nei confronti dei migranti, ma anche i progetti in corso per realizzare tali strutture al di fuori o alla periferia dell’Occidente, come è il caso dei centri italiani in Albania e i progetti di deportazione più volte avanzati, e fin qui bloccati dalle corti di giustizia, da parte del governo britannico. Penso sia necessario riflettere a fondo su quanto scrive Alba relativamente al “contesto di coesistenza forzata” tra israeliani e palestinesi, dove “si vive fianco a fianco col proprio colonizzatore, ma in realtà non ci si incontra mai davvero, se non in posizione di subalternità, di vittime, di colonizzati o di forza lavoro sfruttata a poco prezzo”, all’interno di un processo di deumanizzazione dei colonizzati che menoma gravemente anche l’umanità del colonizzatore. Uno scenario che, se non efficacemente contrastato, si estenderà inevitabilmente, dividendo in due l’umanità intera e relegando nella posizione dei “colonizzati” (concetto che andrebbe esteso dal piano strettamente materiale anche alla sfera immateriale) sempre più ampie masse di “esclusi”. Per questo la perseveranza della popolazione palestinese nel ricostruire le strutture materiali e immateriali della proprie esistenza come entità, respingendo i colpi che hanno come obiettivo quello di disgregare la società palestinese, riducendola ad un ammasso di individui senza storia e futuro pronti a regredire ad uno stato di disperata lotta per la sopravvivenza di tutti contro tutti, deve essere di sprone per tutti coloro che resistono all’assalto finale del Capitale contro l’umanità intera e il suo ambiente di vita. 
Un libro che – come scrive nella prefazione Francesca Albanese (inviata speciale ONU per i Territori Occupati) – “invita a camminare insieme a chi resiste” per “un mondo che sappia rifiutare il riprodursi costante della catastrofe, affermando il diritto di tutti i palestinesi a vivere in sicurezza e libertà nella terra da cui provengono”. 
Alba Nabulsi, lessico palestinese – anatomia di un genocidio a gaza in dieci parole, con prefazione di Francesca Albanese e illustrazioni di Greta Bombardieri, le plurali editore 2025. 

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