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Editoriale: la nostra distrazione contro l’orrore del SUDAN


Il perché è secondario all’orrore

di Graziella Proto

I nomi? Non li conosciamo.
I loro volti? I loro corpi? Sono i nostri.
E mentre noi ce ne stiamo a casa nostra, comodamente seduti sui nostri divani, un caffè in mano, una distratta vita sicura, sotto i nostri occhi dal televisore viene fuori l’ennesima immagine di un ospedale bombardato a Omdurman.
In quel momento non ci si sofferma nemmeno sulla curiosità. Un ospedale? Le vite dei ricoverati e delle persone che dentro ci lavorano?
Omdurman? Una città? Dove si trova? Ah, sul lungo Nilo. Già, il Nilo... la culla dell’antica civiltà egizia...
Scopriamo così, distrattamente, che un’altra parte del mondo soffre. Per un attimo, l’occhio e il pensiero si spostano – ma l’orrore resta lo stesso – e mettiamo da parte la striscia di Gaza, la flottiglia, i prigionieri... solo per renderci conto che, anche lontano dai riflettori che illuminano il Mediterraneo, un’altra parte del mondo soffre in modo identico.
Immagini dal Sudan o notizie sul Sudan in tv non ne passeranno più. Solo quella volta. L’informazione nazionale preferisce dare notizie diverse. Quella del Sudan non è solo una notizia nel telegiornale, è una guerra! Un’altra ennesima guerra nel mondo. È una tragedia. Madri, padri e bambini perdono tutto in un attimo. A Khartum la polvere mescolata al fumo e alle grida soffocate, si solleva ancora. Rabbiosa. Stizzosa, tra corpi stesi a terra o che si trascinano verso una fuga di salvezza. Solo l’odore acre del piombo e della paura è più forte del vento.
Non è solo una guerra, è carne viva martirizzata. È l’ennesimo capitolo di una immensa follia. Un’altra sconfitta della politica e della diplomazia.
‘La guerra per arrivare alla pace’, dice ancora cinicamente qualcuno.
NO! Ogni guerra è un fallimento di civiltà. Ogni guerra è una disfatta. Sempre. Dovunque. Darfur, Etiopia, Ucraina, Yemen, Gaza... Sudan. Geografie diverse sul mappamondo. Differenti bandiere dai colori sgargianti, allegri o meno. Colori che cambiano ma non cambia la sinfonia. Le note del cannone sono sempre le stese. Non è un accordo, è un disaccordo ossessivo e disumano. Una musica che accompagna la fissazione per il potere e le risorse. Un'ossessione che vuole a tutti i costi prevalere sul diritto all'esistenza.
«Quanto vale la vita di un uomo in questo paese?».
Una domanda che è una celebre citazione tratta dall’opera teatrale ‘La violenza’ di Giuseppe Fava. Una profonda interrogazione etica sulla dignità umana. Dignità, coraggio, etica, valori oggi senza senso, perché ciò che sta accadendo nel Corno d’Africa sappiamo che non è un evento isolato; è la dimostrazione di una malattia globale: l’accettazione passiva della guerra come strumento politico. Mentre i due ‘generali’ (Abdel Fattah Al-Burhan comandante delle armate sudanesi e Mohammed Hamdan Dagalo detto Hemedti, a capo delle milizie paramilitari delle forze di supporto rapido) si scontrano a Khartum, distruggendo la speranza di una fragile transizione democratica, siamo costretti a porci l’unica domanda che conta: cosa significa essere ‘civili’ in un mondo che, in Sudan come in troppi altri luoghi, continua a risolvere le proprie controversie con il massacro?
Nomadi arabi contro africani sedentari (le diverse etnie) oppure cinica sete di potere di capi spietati, il risultato non cambia. L’orrore è palpabile: omicidi, torture, sfollamenti forzati, schiavitù e inaudite violenze sessuali.
Le donne stuprate di fronte ai propri familiari, è un’atrocità che lacera l’anima.
La fame brandita come un’arma per decimare intere popolazioni è Genocidio per carestia. Questo è un inferno reale e inaccettabile.
Questo orrore è reale.
Cosa ancora deve accadere nel mondo affinché la nostra sedicente civiltà sia veramente civile?



 

  SOMMARIO  

3 – Editoriale A ciascuno il suo Giuseppe Fava  n°6, giugno 1983 

4 – Redazionale “Quello che gli altri non vogliono sapere”

5 – Editoriale Il perché è secondario all’orrore Graziella Proto

7 –Il Sudan sanguina Cornelia Toelgeys

9 – Il sorteggio della democrazia Dora Bonifacio

12 – Il Chiapas ritorna di scena Giovanna Minardi

16 – Salir de casa por Gaza Silvia Benaccio

19– L’equilibrio e la lungimiranza del Ministro Stefano Gresta

22– No alle sirene di una falsa narrazione Franco Plataroti

25 Il rischio di un ritorno al passato Laura Cima

27 – Per Paolo Umberto Santino 

29 – “A che serve vivere, se non si ha il coraggio di lottare?” Federica Puglisi

31– L’arte della parola e dell’ascolto Clara Artale intervista Sebastiano Burgaretta

33 – “Non qualcosa ma qualcuno” Sabiana Leonardi

Visita: lesiciliane.org
   

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