Il libro di Paola Nicita con le fotografie di Emanuele Lo Cascio
Il quartiere Zen di Palermo vive impigliato in una rete, avvolto in una dimensione che ha fatto della lontananza il suo centro. Indossa quotidianamente, come un abito stretto e soffocante, la realtà che gli è stata cucita addosso, che di volta in volta appare come armatura per attaccare o per difendersi, connettendo le parole habitus e abitare alla loro comune radice; rimandando all'idea di un guscio, che può essere comodo e protettivo, o di cui non si vede l'ora di disfarsi.
Lo Zen - acronimo di Zona Espansione Nord - è una realtà edificata attraverso stratificazioni di cemento e disgregazioni sociali, segnata da sovra-costruzioni che abitano spazi e architetture per giungere alle vite - sempre quelle degli altri - plasmate in strettoie, disagi, connessioni mancate, che fanno dell'assenza il cuore pulsante del suo stare al mondo.
Come del resto accade in tutte le periferie del mondo, l'eco sbiadita e distante di ciò che avviene ai margini, rispetto a un centro che è tale per consacrazione sociale e strutturazione economica, diviene parola chiara solo in occasione di fatti che trovano spazio e narrazioni per lo più connotati da un segno negativo, dove riecheggiano termini come colpa, condanna, delitto.
Estremamente facile, dunque, osservare per giudicare; più difficile, e dunque meno frequentato, l'interrogativo da porsi rispetto al fatto che tutto ciò accada, reiterando la tipologia delle azioni poste in essere e la ripetizione degli schemi degli avvenimenti, proprio allo Zen. O tra le strade di altre periferie analoghe, situate in latitudini lontanissime, o anche molto vicine. In ogni caso, esattamente alla stessa maniera: azioni e ripetizioni che si alternano in un tragico loop senza uscita.
Che non si tratti di un mondo da relegare tra le pagine della cronaca nera o giudiziaria, l'aveva ben capito, già alcuni decenni fa, l'antropologo e filosofo Marc Augé, che allo studio e alla riflessione sui mondi e le modalità di vita connessi alle periferie ha dedicato testi fondamentali, che costituiscono imprescindibili punti di riferimento.
Da un'intervista inedita, realizzata con Marc Augé sullo Zen di Palermo, prende dunque forma questa pubblicazione, in un momento sociale attuale in cui il confronto e la ricerca di soluzioni possibili rispetto alle urgenze di questi luoghi e di chi vi abita non sono affatto sopiti, o tantomeno risolti.
Perché, come Marc Augé ci insegna, parlare di periferia significa interrogarsi sulla città, sottolineandone soprattutto il valore simbolico.
Augé, riferendosi a Merleau-Ponty, cita la distinzione tra "spazio geometrico e spazio antropologico, inteso come spazio esistenziale, luogo di una esperienza di relazione con il mondo da parte di un essere essenzialmente situato in rapporto a un ambiente"'.
Forse - tra le tante possibilità per relazionarsi con le realtà di questi luoghi, estromessi dai percorsi socialmente validati, dunque eccentrici - si potrebbe partire proprio dal termine "situato", per comprendere dove si sta, chi vi sta, e se c'è una volontà di andare via o di rimanere.
Essere situato comprende e trasmette la definizione di un contesto di presenza, e al contempo materializza il luogo stesso di quella presenza, ponendo dunque in relazione chi sta a dove sta, restituendoci cosi, immediatamente, un'immagine di esistenza e di spazio che si definiscono nella loro reciproca relazione. Sappiamo che per osservare l'essere situato occorre porre il nostro sguardo, e dunque il nostro essere, in una posizione esterna e distante; posizionarlo su una soglia lontana, per poter giudicare, osservare, analizzare ciò che avviene in quello spazio che costruiamo attraverso la maniera in cui rendiamo visibile quel luogo. Allontanarlo da noi, come pratica ritualizzata di una agency che pone l'osservatore sempre esterno rispetto all'oggetto della sua indagine.
Il limite della distanza, il pensare al di fuori del contesto, però, può facilmente trasformarsi in un limite per la nostra visione; nel senso dell'essere parziale, o estremamente soggettivo, nella percezione di ciò che è osservato, e delle emozioni che tale azione dello sguardo può restituirci.
Così, lo stesso spazio che crea la relazione può annullarla, e il margine che assumiamo come luogo del nostro vedere può divenire marginalizzante rispetto a ciò che osserviamo.
Accade che muri, soglie e barriere modifichino completamente il loro senso, a seconda della parte in cui ci si trovi: eppure la consacrazione del privilegio - imposto, determinato ex lege o da altri molteplici fattori - ne ribalta la percezione, e molto spesso, più concretamente, può trasformarsi in negazione di una possibilità di salvezza.
Insieme all'intervista e ai testi, è presentato qui un lavoro fotografico inedito, realizzato dall'artista Emanuele Lo Cascio, dove la narrazione delle persone e delle architetture dello Zen di Palermo, analizzate nel loro complesso rapporto, assume uno sguardo naturalistico, scevro da distanze e giudizi.
Nel parlare di una periferia che Emanuele Lo Cascio definisce attraverso le sue fotografie come illimitata, si affrontano i temi del dominio dello sguardo come elemento caratterizzante il giudizio sociale, capace di creare confini e limiti attraverso il suo stesso posizionamento.
Immagini che raccontano di una rifondazione possibile degli spazi e delle architetture, che può accadere solo grazie alla necessaria re-visione dei corpi che le abitano, e che viene posta in essere solamente nel momento in cui avviene la rifunzionalizzazione del punto di vista dell'osservatore.
È proprio qui che è urgente la zona di espansione, quella della nostra significazione, della sua rielaborazione.
Un passaggio necessario, dove lo stare dentro lo spazio assume il significato di stare con i suoi abitanti, recuperando la giusta distanza, quella necessaria per essere umani.
Foto © Emanuele Lo Cascio
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