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Nei giorni scorsi ho sentito una commentatrice televisiva affermare, di fronte al risultato elettorale francese al primo turno, che “i mercati sono più preoccupati per una vittoria elettorale delle sinistre che non della destra”. E meno male! Ciò significa, infatti, che la sinistra francese, a differenza di quella italiana, non ha ancora espunto dal suo programma tutti gli elementi e le rivendicazioni che rispondono alle esigenze dei lavoratori. Vale a dire di coloro che mettono a disposizione del Capitale quella particolare merce che si chiama Lavoro. Merce preziosa che consente al Capitale di riprodursi ed espandersi, in misura maggiore quanto minore è il prezzo di quella merce e il costo della sua riproduzione (non si tratta solo di salario ma anche di condizioni di vita: alimentazione, abitazione, istruzione, salute, ecc.). L’offensiva neoliberista portata avanti dal Capitale nel nome della globalizzazione offre oggi facile gioco ad una destra nazionalista e identitaria per mostrarsi paladina dei lavoratori e dei ceti sociali sui quali vengono scaricati gli effetti negativi dei processi in corso sulla spinta della globalizzazione neoliberista.

Tuttavia si tratta di una contrapposizione al Capitale solo apparente, in quanto esprime quelle contraddizioni insite nei rapporti capitalistici che determinano il moto di quel pendolo della storia moderna che ha già portato a due devastanti conflitti bellici mondiali. Se il secondo è stato in qualche modo rivestito di nobili ideali e viene rappresentato come contrasto tra democrazia e dittatura nazi-fascista, entrambi i conflitti sono stati in realtà innescati proprio dalle tensioni generatesi all’interno del sistema capitalistico stesso e del suo Mercato (su questo terreno si spiega anche il conflitto in corso tra Russia e Ucraina). Lo smascheramento di questa destra sta proprio nella preferenza per essa che oggi manifestano i mercati, di fronte ad una sinistra francese che mantiene ancora degli elementi programmatici e delle rivendicazioni che contrastano con gli interessi del Capitale, sia esso francese o internazionale. Elementi, non certo un programma organicamente anticapitalista come sarebbe oggi realmente necessario per fronteggiare non solo la destra ma anche i venti di guerra che soffiano sempre più impetuosi e che ancora una volta segnalano come il ventre del capitale sia ancora, come ricordava Brecht, “gravido di mostri”. Elementi comunque sufficienti a stimolare un confronto anche in Italia e magari proprio a partire dalle dichiarazioni di Ilaria Salis, dopo la sua elezione al Parlamento europeo, sul diritto alla casa e sull’occupazione delle case sfitte che tante polemiche ha suscitato. Una illegalità di fatto, sia che esse siano di proprietà pubblica che privata, tuttavia una rottura della legalità che segnala una profonda ingiustizia laddove la proprietà privata (tutelata in Costituzione) non risponde certo alla funzione sociale che la stessa Costituzione prescrive. Costituzione, quella italiana, che pur essendo nata sul terreno di rapporti economici capitalistici, per quanto provati dal secondo conflitto mondiale, non chiude la porta ad un radicale cambiamento degli stessi rapporti economico-sociali. Questo perché una parte consistente dei costituenti aveva una formazione politica che si ispirava ad ideali di radicale mutamento dei rapporti economico-sociali in chiave Socialista. Costituenti che erano ben coscienti del fatto come le tragedie del Novecento fossero maturate proprio sul terreno dei rapporti economici capitalistici e per questo hanno lasciato intravvedere la possibilità (e la necessità) di una transizione verso rapporti economico-sociali diversi, di stampo Socialista.

Il tutto è condensato efficacemente nella seconda parte dell’art. 3 della Costituzione, laddove si afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Affermazione che da una parte prende atto dell’esistenza reale di quegli ostacoli e dall’altra sottolinea la necessità di uno scardinamento di quei rapporti economico sociali che ne stanno alla base. Purtroppo una parte dei costituenti aveva tutt’altre aspirazioni e di fatto gran parte del dettato costituzionale che rispondeva ad esigenze di introdurre elementi atti a forzare in qualche modo le condizioni economico-sociali date, per andare incontro alle esigenze dei lavoratori e dei ceti meno abbienti, rimase inattuato. La storia del nostro Paese è stata fin qui contrassegnata da politiche di governo e condizionamenti internazionali (con l’uso di ogni mezzo lecito e illecito: dall’influenza del Vaticano e della Chiesa al clientelismo democristiano, dallo stragismo di matrice neofascista alla capacità di condizionamento violento e non delle organizzazioni mafiose) volti ad impedire, anche di fronte alle grandi mobilitazioni di massa, che i dettati costituzionali in questa direzione venissero mai attuati. Penso però che quanto sta succedendo in Francia debba essere spunto di riflessione a sinistra anche in Italia, al fine di cogliere quegli elementi utili a rilanciare una urgente e necessaria riflessione per una piattaforma politica in grado di ridare speranza a quegli ampi settori di lavoratori e ceti meno abbienti resi oggi passivi a causa di una sinistra italiana le cui preoccupazioni in questi anni sono state volte a soddisfare i mercati.

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