"Illogicamente assolti Subranni, Mori e De Donno". "Dell'Utri uomo di confine tra Cosa nostra e alte sfere dell'imprenditoria"

"La Corte d'Assise d'Appello ha contraddittoriamente ed illogicamente assolto gli imputati Subranni, Mori e De Donno, sul presupposto erroneo che gli stessi abbiano agito con finalità 'solidaristiche' e, comunque, in assenza del dolo - anche sotto forma della volizione eventuale e pertanto accettata - ovvero di aver agito per alimentare la spaccatura asseritamente già esistente (ut infra) in Cosa Nostra tra l'ala stragista e l'ala moderata, amplificando, oltremodo, i motivi dell'agere illecito, pacificamente, irrilevanti ai fini della connotazione dell'elemento soggettivo".
E' questo uno dei passaggi principali del documento con cui la Procura generale di Palermo (nel documento firmato dalla Procuratrice generale Lia Sava in persona e dai sostituti Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, che hanno rappresentato l'accusa nel procedimento di secondo grado) hanno presentato ricorso in Cassazione alla sentenza di Appello del processo sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia".
Il 23 settembre 2021 erano stati assolti l'ex senatore Marcello Dell'Utri ("per non aver commesso il fatto", gli ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno ("perché il fatto non costituisce reato") e che ha ridotto la pena a 27 anni per il boss corleonese Leoluca Bagarella, confermando la condanna per il medico Antonino Cinà. 
Dopo due rinvii i primi di agosto sono state depositate le motivazioni della sentenza scritte a quattro mani dal Presidente Angelo Pellino e dal giudice a latere Vittorio Anania. 
In quelle tremila pagine, pur scartando l'ipotesi del mandato politico, l'iniziativa del Ros veniva definita "improvvida", con un "grave errore di calcolo" che si rivelò "sciagurato", e che fu "intrapresa in totale spregio ai doveri inerenti l'ufficio e i compiti istituzionali". 
Non solo. Nelle considerazioni veniva messo nero su bianco che da una parte quel prodigarsi per aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra, veniva fatto per creare le premesse "per avviare un possibile dialogo finalizzato alla cessazione delle stragi", dall'altra però si dava forma ad "un'ibrida alleanza" con la cosiddetta "componente moderata e sempre più insofferente della linea dura imposta da Riina".
Sempre nella sentenza viene scritto che quel "dialogo" con il sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino "ebbe sicuramente l'effetto di tramutare quella che fino a quel momento era stata una minaccia generica e indeterminata da parte di Cosa Nostra in una minaccia specifica e qualificabile ai sensi dell'articolo 338 del codice penale, perché finalizzata a condizionare le scelte del governo, soprattutto in materia di politica carceraria". E non valutarono, i carabinieri (ecco "il grave errore") l'effetto di rafforzamento della volontà di ricatto mafioso alle istituzioni della loro iniziativa (detto volgarmente: visto che con le bombe lo Stato si piegava, mettendone altre si sarebbe potuto ottenere qualsiasi cosa), tanto che poi si verificarono le stragi in Continente.
Anche alla luce di queste valutazioni (ma la sentenza di tremila pagine affronta vari argomenti) la Procura generale non ha potuto far altro che presentare ricorso: "Sulla base della suddetta ricostruzione fattuale, la Corte d'Assise d'Appello ha contraddittoriamente ed illogicamente assolto gli imputati Subranni, Mori e De Donno, sul presupposto erroneo che gli stessi abbiano agito con finalità solidaristiche".
"Una tale valutazione non può essere condivisa, posto che, innanzi tutto, contraddice quanto dalla stessa Corte affermato in modo chiaro ed esplicito alla p. 12 71 della motivazione", scrive la Procuratrice generale Lia Sava. 


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La procuratrice generale di Palermo, Lia Sava © Deb Photo


Il "ragionamento illogico" secondo l'accusa, "con cui si è cercato senza successo di accomunare il comportamento dei tre carabinieri oggi imputati con quello dell'intermediario che, per soli ed esclusivi fini solidaristici, interviene in una estorsione, consentire e agevolare il pagamento comunque estorto della minor somma rimodulata e così restituire serenità alla vittima".
"In questo caso - si legge sempre nel ricorso - non abbiamo una minaccia estorsiva in corso, nella quale si inserisce un terzo che per mera solidarietà umana si mette a disposizione per agevolare la chiusura della vertenza, restituendo alla vittima condizioni di minor pregiudizio di natura economica e psicologica, ma abbiamo degli ufficiali dell'Arma dei Carabinieri che, senza alcuna investitura, sono riusciti a raggiungere gli uomini al comando di Cosa nostra per sollecitare una risposta, su eventuali loro pretese che avrebbero potuto porre termine a una stagione sanguinaria di contrapposizione frontale e così ritornare a una pacifica convivenza fra le istituzioni della repubblica e i criminali assassini di Cosa nostra".
E poi ancora: "Di guisa che, tornando all'illogico parallelismo che ha indotto in errore la Corte d'Assise d'Appello, deve escludersi che possa essere riconosciuto un fine solidaristico a chi in origine ha contribuito alla fase genetica dell'estorsione e poi si è messo a disposizione della vittima per agevolarlo sull'ammontare della richiesta e sui tempi di adempimento". 
Pertanto "le conclusioni cui è pervenuta la Corte d'Assise d'Appello non possono, dunque - prosegue la procura generale - essere condivise, poiché adottate sulla scorta di una palese erronea applicazione della legge penale ed in conseguenza, anche, di una evidente contraddittorietà del percorso logico-argomentativo, peraltro carente e sovente irrazionale". 
Anche per quanto riguarda l'imputato Marcello Dell'Utri la Procura generale ha presentato ricorso. 
Nel documento si mette in evidenza come l'ex senatore, già condannato definitivo per concorso esterno in associazione mafiosa (pena scontata), "è navigato ed esperto uomo di confine tra l'associazione criminale, denominata Cosa nostra e le alte sfere dell'imprenditoria nazionale per anni" e poi "amico scomodo del Presidente del Consiglio (Berlusconi ndr), uomo comunque di straordinaria intelligenza e straordinaria capacità". "Non è dato comprendere perché Dell'Utri - aggiungono Sava, Fici e Barbiera - si sia tenuto per sé il messaggio ricattatorio dei vertici mafiosi non riportandolo al destinatario finale, che era colui per il quale si era interessato per la tessitura di un accordo elettorale, poi andato a buon fine". 
Anche per questo motivo "il diverso convincimento della Corte D'Assise d'Appello", rispetto ai giudici di prime cure, secondo i Pg "è estremamente lacunoso, quando non anche manifestamente illogico e contraddittorio". 

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