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di Aaron Pettinari

Alla scorsa udienza lo aveva anticipato ("Ancora ho detto poco perché Caltanissetta non è riuscita ad approfondirmi su altre cose che voi state trattando: sul telefono di Riina, sull'omicidio di Gioé e tante altre cose che ancora non ho potuto parlare"), oggi Pietro Riggio, il pentito nisseno che dal 2018 ha avviato una nuova fase della propria collaborazione con la giustizia raccontando una serie di circostanze sulla strage di Capaci, è tornato sul punto nel processo Stato-Mafia con rivelazioni roboanti.
Rispondendo alle domande dei sostituti Pg, Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, ha approfondito quel suo accenno alle morti del pentito di Altofonte, Antonino Gioé (ritrovato morto, la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993, impiccato con i lacci delle scarpe nella cella in cui trascorreva la detenzione nel carcere di Rebibbia) - e dell'infiltrato e confidente Luigi Ilardo.

La morte di Luigi Ilardo, omicidio di Stato

E' nei primi anni duemila che Pietro Riggio entrerà ufficialmente in Cosa nostra ed è in quel contesto che prende contatto con Angelo Ilardo, cugino del confidente-infiltrato morto nel maggio 1996. E' con lui che parlò della morte del capomafia nisseno. "Lui mi disse espressamente che il cugino era morto perché voleva parlare di tutti quelli che erano stati gli intrecci che si erano succeduti tra il 1992 ed il 1995. Di tutte le cose più importanti che erano accadute, tra cui la strage di Falcone, di via d'Amelio, della massoneria, della nascita di Forza Italia, di Dell'Utri, di quelle cose che erano accadute in quel frangente temporale. E soprattutto mi disse che nessuno sapeva che era andato a Roma per iniziare ufficialmente quella che era la collaborazione. E pochissime persone sapevano di quella scelta: il procuratore Tinebra, il procuratore di Palermo di allora, la dottoressa Principato, e lo sapeva anche Riccio ed il colonnello Mori che si trovava lì quel giorno. Lui (Angelo Ilardo, ndr) è stato chiarissimo, è stato freddo. Se lo sono venduti lo Stato, ma non potendolo fare loro l'omicidio lo hanno fatto fare tramite appartenenti a Cosa nostra. Nel 2001 non si sapeva chi aveva ucciso Ilardo. Questo mi disse in sintesi". Secondo Riggio, Angelo Ilardo avrebbe ospitato a Caltanissetta il cugino, raccogliendone le confidenze ("Mi raccontava che lo ospitava e che non lo vedeva sereno"). Sull'argomento è tornato con maggior precisione anche durante il controesame dell'avvocato Basilio Milio (difesa Mori) "Della morte di Luigi Ilardo parlai con il cugino, Angelo, con Carmelo Barbieri ed il boss catanese Alfio Mirabile. Seppi che l'ordine di uccidere Ilardo partì da una fonte istituzionale del tribunale di Caltanissetta che la diede ai carabinieri del Ros di Caltanissetta e che a sua volta la fecero sapere in giro. Ci fu un'azione ben precisa da parte del colonnello Mori che incaricò un suo uomo, un capitano che era in servizio in una caserma dei carabinieri di Catania e che era direttamente collegato a boss Zuccaro, della famiglia Santapaola, che da sempre era stato confidente dei carabinieri. Venne passata la notizia a lui affinché si facesse l'omicidio che non poteva essere più ritardato in nessuna maniera. Questo io lo apprendo da fonte mafiosa diretta: Alfio Mirabile. Quando venne dato l'ordine? Tra il gennaio e il maggio 1996".


ilardo luigi 820

Il confidente, Luigi Ilardo


Gioé e la lettera scomparsa

Rispondendo ad una domanda specifica del sostituto Pg Barbiera, Riggio ha poi ribadito di aver saputo che la morte di Nino Gioé non è ascrivibile alla voce "suicidi". In quel tragico anno del 1993 Riggio si sarebbe trovato molte volte a Roma in quanto membro della Commissione paritetica per i trasferimenti presso il ministero della Giustizia. Ed è in quella veste che sarebbe venuto a conoscenza di una serie di azioni effettuate all'interno delle carceri. "C'era un modus operandi a dir poco barbaro - ha detto intervenendo in video conferenza - i detenuti venivano picchiati sistematicamente con metodi quasi nazisti. Io lo so che la polizia penitenziaria aveva delle direttive ben precise e so che lo Stato copriva in quel momento la polizia penitenziaria qualsiasi cosa fosse accaduta. A Roma ho avuto modo da raccogliere le lamentele dei colleghi di Rebibbia e di quelli che avevano avuto a che fare con questo. Una sera parlando con un mio collega, Gianfranco Di Modugno, un pari corso mio, parlai anche della morte di Gioé. Tutti sapevano che non si era suicidato. Mi racconta Di Modugno che Gioé, il giorno in cui decise di voler collaborare, aveva fatto una lettera. Non la lettera che fu ritrovata, ma un'altra ben precisa in cui accusava e faceva dei nomi; dove parlava di stragi e dei contatti con servizi segreti con cui lui aveva avuto a che fare".
Alla richiesta di approfondimento da parte del Presidente Pellino sulla lettera scomparsa di Gioé ha poi aggiunto: "Da quel che mi fu riferito la seconda era falsa o comunque meno importante della prima. Era comunque scritta da Gioé".
Riggio ha spiegato che in quell'occasione sarebbe stato chiamato il colonnello Ragosa: "Lui era quello che se c'era un problema veniva investito. Lui andava e con le sue metodologie, buone o cattive, doveva risolvere un problema. E così avvenne con Gioé".
Nello specifico il pentito nisseno ha riferito l'esistenza di una vera e propria squadra di agenti "persone fidate, in mimetica, che arrivano all'interno delle sezioni, si prendono le chiavi e mandano tutti fuori. I miei ex colleghi devono avere il coraggio di dire che sono stati mandati via e sono entrate altre persone e si sono appropriate della sezione. Devono avere la dignità di parlare, perché è il momento di poter parlare. Loro sono stati esautorati e nessuno sa cosa è successo là dentro".
Rivolgendosi alla Corte ha anche raccontato l'esistenza del cosiddetto metodo 'della scala'. "In poche parole - ha spiegato - per far parlare un detenuto o minacciarlo, loro mettevano una corda al collo del detenuto e tiravano dal basso verso l'alto e non il contrario, come si può pensare quando il detenuto si impicca e va dall'alto verso il basso. E per non legargli le mani e lasciargli dei segni, usavano dare dei pugni nel costato in modo che il detenuto, o chi si trovava in quei frangenti, non poteva tenersi per divincolarsi nella corda, perché tendeva a pararsi nel costato mentre loro tiravano con la corda. Un metodo che usavano sin dal 1980, come mi fu riferito dall'ispettore Lo Brutto Antonio, nel carcere militare. Questi erano i metodi da Gestapo usati in quel periodo".

Il cellulare di Riina
Altro argomento approfondito ha riguardato anche il mancato trasferimento di Totò Riina dal carcere di Roma a quello di Firenze-Sollicciano e la presunta dotazione di un cellulare da parte del Capo dei capi. "Io mi trovavo in servizio a Firenze-Sollicciano e facevo parte dell'ufficio Comando - ha detto ancora - ed ero uomo di fiducia del direttore Paolo Quattrone che mi mandò a verificare lo stato del reparto M, per controllare se tutto era a posto, spiegandomi che avrebbero dovuto mandarci qualche detenuto importante. Qualche giorno dopo mi disse che volevano portare Totò Riina". Il teste ha dunque spiegato che Quattrone non voleva avere problemi, per cui preparò una relazione riservata in cui si diceva che sotto il profilo sanitario non era in grado di gestire il detenuto.
Anni dopo, in occasione di una cena, avrebbero ripreso il discorso e che in quella occasione "lui mi raccontò che a Rebibbia avevano scoperto che Riina aveva in uso un telefono cellulare".


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Il capo dei capi di Cosa nostra, Salvatore "Totò" Riina


Altro aspetto singolare riferito dal teste è lo scambio di parole che ebbe con Elio Ciolini (il depistatore noto per i suoi legami con l'estrema destra e servizi segreti, nonché per aver tentato di inquinare le indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 1980) che nel marzo 1992 previde l'inizio della “nuova strategia della tensione” che si sarebbe realizzata da lì a poco.
"Ebbi modo di prelevare Ciolini, che era detenuto nella ottava sezione, la sezione protetta, e accompagnarlo all'interrogatorio con la Procura di Bologna. Ed ho avuto modo di scambiare delle parole con lui. Era frastornato al ritorno e mi raccontò di aver parlato con la Procura di Bologna e che aveva detto che da lì a poco sarebbero morti due giudici. Disse 'Questi qua né mi ascoltano e né mi sentono. Vedremo come andrà a finire. Queste sono notizie devastanti, specie quando vedo quel che accadde a maggio e luglio".
Rispondendo ad una domanda del Presidente Pellino ha poi aggiunto che, pur non avendo mai sentito parlare del "Protocollo farfalla" era a conoscenza che "dentro le carceri entravano sempre persone particolari, senza avvisare l'autorità giudiziaria" e che di queste cose "non si lasciava traccia".

Di Maggio, Curioni e Fabbri davanti alla casa di Scalfaro
La scorsa volta Riggio ha raccontato dell'invito ricevuto da Francesco Di Maggio, ex vice capo del Dap, di occuparsi con il sindacato delle rimostranze degli agenti della polizia penitenziaria in servizio a Pianosa e l'Asinara per giungere ad una chiusura di quelle carceri. Oggi il collaboratore ha riferito un altro episodio: "Un giorno, davanti all'abitazione del Presidente Oscar Luigi Scalfaro, ho visto Di Maggio, monsignor Fabbri e Curioni. Di questi ultimi due ero venuto a conoscenza dei problemi che avevano avuto con il vecchio capo del Dap, in quanto furono sfrattati da dove vivevano, in via Giulia".

Il mancato blitz a Mezzojuso
Nel corso dell'esame il teste ha ribadito di aver appreso dai due marescialli Vincenzo Parrella e Pino Del Vecchio, conosciuti nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, alcuni particolari rispetto al mancato blitz per la cattura di Provenzano nelle campagne di Mezzojuso. Del Vecchio gli avrebbe riferito come loro fossero "pronti a catturarlo", ma che in quella mattina del 31 ottobre 1995, "mancavano le minime direttive". Unica cosa che fu permessa furono dei rilievi fotografici che "furono fatti, ma senza poi spingerci oltre". "Lui - ha ricordato il teste - era rammaricato perché, diceva, 'quel lavoro fatto era divenuto un boomerang' in quanto non solo non avevano catturato Provenzano, ma nel tempo, nel momento in cui fecero delle rimostranze, subirono procedimenti per calunnia presso il tribunale di Torino. Se non erro loro avevano fatto il nome dell'allora responsabile del Ros in Sicilia, il colonnello Mori, che aveva vietato in tutte le sue forme che Bernardo Provenzano venisse catturato, e autorizzato solo un rilievo fotografico (va ricordato che Mori, nel processo per il mancato blitz, è stato assolto in via definitiva perché "il fatto non costituisce reato", ndr)".
I due marescialli, che nelle loro propalazioni avevano rivolto delle critiche anche nei confronti del loro superiore diretto, Michele Riccio (certamente va ricordato come lo stesso colonnello dei carabinieri sia stato uno dei primi, con coraggio e non senza conseguenze, a denunciare proprio lo scandalo del mancato blitz) gli riferirono anche che altri colleghi si erano rifugiati in Sud America per non avere problemi.
Tra le domande dell'avvocato Milio anche una sulla nostra testata, citata da Riggio nella scorsa udienza: "Lei ha riferito che dopo il racconto di Del Vecchio ha letto ANTIMAFIADuemila ed ha visto le foto che vennero scattate in quel giorno a Mezzojuso. ANTIMAFIADuemila in questo articolo confermava il racconto che Del Vecchio aveva fatto a lei?"."Avvocato io ho detto che non ero sicuro se era ANTIMAFIADuemila o un altro giornale. Ho detto 'può essere che era ANTIMAFIADuemila'. Ho detto che in una di queste foto, se non erro, si riconosceva Ferro all'impiedi fuori dalla macchina, accostato allo sportello, lui mi indicò che conosceva bene questa foto".
Di fronte alla grande rilevanza delle dichiarazioni di Riggio, ovviamente, un peso importante lo avranno i riscontri che potranno essere, o non essere, trovati. Ed è in questa direzione che diventa di rilievo l'audizione del 23 novembre, quando sarà sentita la dirigente della Squadra mobile nissena Marzia Giustolisi, che ha compiuto gli accertamenti sulle dichiarazioni.
Prima però, il prossimo 9 novembre, saranno sentiti da remoto il prefetto Rossi e l'ex direttrice degli affari Penali, Liliana Ferraro.

Foto di copertina © ACFB/Imagoeconomica

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