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di Aaron Pettinari
Da Pietro Riggio alle intercettazioni di Pittelli. Presentate alla Corte d'appello le nuove richieste delle parti

Le dichiarazioni del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano? Per i Pg di Palermo, Giuseppe Fici e Sergio Barbiera il "canone di valutazione in ottica prudenziale è quello di non considerarle in alcun modo" e pertanto "non sarà chiesta né l'audizione dello stesso innanzi alla Corte d'assise d'appello di Palermo, né la produzione della trascrizione dei verbali, che sono comunque a disposizione della difesa, che possono avere interesse, posto che il Graviano esclude la conoscenza diretta con uno degli odierni imputati, Marcello Dell'Utri". Lo hanno comunicato ieri nel corso del processo trattativa Stato-mafia che è ripreso presso il Tribunale dopo la pausa estiva. Le parti hanno prodotto le nuove richieste di acquisizione documentale e di audizione di nuovi testi. I sostituti pg, valutando i verbali di trascrizione trasmessi dalla Procura di Reggio Calabria, si sono espressi in questi termini: "Su Giuseppe Graviano, da una attenta lettura delle trascrizioni delle sue dichiarazioni rese in parecchie udienze e della sua memoria depositata innanzi all'autorità reggina (è stato sentito nell'ambito del processo "'Ndrangheta stragista", dove era imputato, ndr), si ha la conferma di quello che potrebbe essere il canone valutativo ovvio per mafiosi che non collaborano con autorità giudiziaria.
In sostanza, le dichiarazioni di un soggetto condannato per questa tipologia di reati e che esterna in pubblico, come canone generale di valutazione, sono equivalenti a zero. Nel senso che non valgono assolutamente nulla".
Fici e Barbeira non hanno lasciato nulla di intentato. Anzi, sulla scorta delle dichiarazioni rese dal capomafia di Brancaccio hanno sentito nuovamente alcuni collaboratori di giustizia come Gaspare Spatuzza, Giovanni Drago, Emanuele e Pasquale Di Filippo. "Tutti - ha spiegato Fici - hanno dato evidenti indicazioni sull'assoluta inattendibilità e calunniosità dei fatti detti da Graviano".
Di fronte ai giudici il capomafia di Brancaccio, tra le altre cose, aveva dichiarato di aver "incontrato Berlusconi da latitante" e di aver avuto degli affari con lui, seppur frutto di investimenti leciti originari del nonno, riguardanti i settori dell'edilizia ma anche delle televisioni Mediaset. La stessa Corte d'assise di Reggio Calabria aveva inviato alla Procura reggina le carte per procedere con le opportune valutazioni.
I due pg hanno poi chiesto di acquisire il verbale d'udienza della deposizione a Reggio Calabria del boss catanese Giuseppe Di Giacomo, la sentenza di revisione con cui il 15 marzo del 2017 la Corte d'Appello di Perugia ha assolto Domenico Papalia per l'omicidio di Antonio D'Agostino. Un documento utile per ricostruire i contorni del delitto, di cui hanno parlato i collaboratori di giustizia calabresi, sentiti negli scorsi mesi, rispetto al coinvolgimento di esponenti dei servizi di sicurezza deviati.
Altra documentazione di cui è stata richiesta l'acquisizione riguarda le deposizioni al processo sulle stragi del 1992 contro Matteo Messina Denaro di Francesco Di Carlo, oggi deceduto. "Questi ha riferito della sua conoscenza con Vincenzo Milazzo e delle dichiarazioni che gli fece Antonino Gioé sull'eliminazione dello stesso boss di Alcamo e della compagna Antonella Bonomo riferendo alcuni elementi sulle ragioni dell'omicidio che, ha spiegato Fici, "sono coerenti seppur non sovrapponibili con quanto riferito da Palmeri davanti a questa Corte".

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Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


La "vicenda Bianchi"
L'accusa ha poi chiesto di acquisire, ed in alternativa di sentire in aula, alcuni funzionari della Dia rispetto ad alcune informative che riguardano delle intercettazioni effettuate nei confronti di un soggetto di Milano. Fici ha riferito alla corte che l'investigazione è stata compiuta in seguito ad una segnalazione anonima e della vicenda, tempo addietro, aveva raccontato anche il mensile FQ Millennium. Il riferimento è ad alcune intercettazioni captate dalla Guardia di finanza il 24 febbraio 2015, agli atti di un’indagine della procura di Milano che vede tra gli indagati Alberto Maria Salvatore Bianchi, accusato di appropriazione indebita, e Silvio Berlusconi, per il quale i pm Mauro Clerici e Giordano Baggio hanno chiesto al gip l’archiviazione.
In quelle conversazioni Bianchi, interloquendo con un altro soggetto, diceva: “Sai fino a quando mi pagheranno? Fin quando c’è vivo Dell’Utri. Quando muore Dell’Utri non mi pagano più. Perché la loro paura è che io vada a cantare le canzoni di Dell’Utri e di lui con la mafia". E poi ancora, parlando di sé in terza persona, aggiungeva: "Sa che Bianchi può diventare un grande problema se non lo paga. Io non ho paura, deve avere più paura lui di me che io di lui... Loro hanno paura a pagarmi, dovrebbero avere più paura a non pagarmi. La mia disgrazia è che Dell’Utri sta morendo”.
"Interpellato da questo ufficio, tramite un funzionario della Dia, Bianchi si è avvalso della facoltà di non rispondere - ha spiegato Fici ieri in aula - Dalle investigazioni è emerso l'inserimento dello stesso nel mondo imprenditoriale milanese, con stretti rapporti negli ambienti Mediaset, Fininvest, e con Berlusconi e Dell'Utri. Siamo qui a produrre le informative della Dia e in alternativa a chiedere l'escussione del funzionario della Dia".

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Bernardo Provenzano


Le dichiarazioni di Pietro Riggio
Altra richiesta di audizione riguarda il collaboratore di giustizia, ed ex agente di polizia penitenziaria, Pietro Riggio, che di recente ha rilasciato una serie di dichiarazioni alle Procure di Caltanissetta e Firenze sulle stragi e le sue conoscenze con esponenti deviati dei servizi di sicurezza.
"Riggio - ha continuato il sostituto pg - ha riferito in pubblico dibattimento davanti all'autorità della Corte d'assise di appello di Caltanissetta, nel Capaci bis. Lo stesso ha raccontato che quando era detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, assieme ad altri appartenenti di varie forze di polizia che avevano pendenze varie, venne intimato e coinvolto, in una prospettiva di successiva scarcerazione, per una attività parallela a quella delle forze di polizia ufficiali: un'attività di cattura latitanti".
"Lui - ha proseguito Fici - dice che tramite le sue conoscenze in ambito mafioso nisseno avrebbe potuto fornire informazioni per la cattura di Bernardo Provenzano. Una volta uscito avrebbe iniziato ad operare a riguardo. Questi soggetti reclutati tra appartenenti di forze di polizia iniziano a collaborare per la cattura. E Riggio dà notizie che portano effettivamente ad individuare un funzionario della cancelleria di Caltanissetta. E questa squadra diventa operativa. In questo contesto succedono, dice Riggio, circostanze diverse e più significative. Dice lui che lo avrebbero voluto coinvolgere in un progetto omicidiario nei confronti del giudice Guarnotta e sostiene di aver saputo da un appartenente di questo gruppo che questi era stato coinvolto nella Strage di Capaci. Noi chiediamo di sentire Riggio nello specifico in riferimento alla cattura di Bernardo Provenzano e su quel che gli sarebbe stato riferito da un tale Peluso, ovvero 'che i carabinieri non sono di fatto interessati alla cattura di Provenzano'. In merito alle dichiarazioni di Riggio abbiamo ricevuto solo da poche settimane l'autorizzazione dalla Procura nissena, che ha sentito una dozzina di testimoni, all'utilizzo processuale di documenti ed intercettazioni nel rispetto del segreto investigativo. Al momento chiediamo l'audizione dello stesso Riggio e del funzionario di polizia Giustolisi, che ha collaborato ai riscontri del narrato del collaborante, con la riserva di chiedere ulteriori fonti di prova a riscontro".

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Giancarlo Pittelli © Imagoeconomica


Pittelli e il processo Stato-mafia
Ugualmente, con la riserva di chiedere l'audizione di un funzionario di polizia che ha partecipato alle indagini, è stata chiesta l'acquisizione di un'intercettazione a carico dell'avvocato Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia arrestato nell'ambito dell'inchiesta Rinascita-Scott, captata tramite un trojan installato in uno degli apparati tecnologici in uso alla sua persona. Il 20 luglio del 2018 dalle 18 e 15, l'ex senatore commentava un articolo in cui si parlava della sentenza trattativa Stato-mafia: “Senti, sto leggendo questa storia che hanno riportato su Il Fatto Quotidiano della trattativa Stato-Mafia. Berlusconi è fottuto... Berlusconi è fottuto”. Nell'articolo si riportavano le motivazioni del processo sul Patto tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra. Quel procedimento individua il primo governo Berlusconi come parte lesa del ricatto allo Stato. E Pittelli aggiungeva: "Dell'Utri la prima persona che contattò per Forza Italia fu Piromalli a Gioia Tauro non se ci... se ragioniamo, tu pensa che ci sono due mafiosi in Calabria, che sono i numeri uno in assoluto, uno è del vibonese e l'altro è di Gioia Tauro, uno si chiama Giuseppe Piromalli e l'altro si chiama Luigi Mancuso, che è più giovane e forse più potente... io li difendo dal 1981, cioè sono trentasette anni che questi vivono qua dentro... pazzesco... l'altro giorno ci pensavo dico trentasette anni".
Altre richieste di acquisizione, infine, hanno riguardato le trascrizioni (tutte e non solo dei magistrati Patronaggio e Consiglio come fatto dalle difese Mori-De Donno) delle audizioni davanti al Csm dei magistrati della Procura della Repubblica di Palermo, nel luglio 1992. Sulle richieste della Procura le difese, salvo quella di Dell'Utri che si è già opposta, hanno chiesto di interloquire la prossima udienza, prevista il 28 settembre.
Nel frattempo l'avvocato Milio ha chiesto di poter sentire alcuni minuti di un intervento pubblico, registrato su Radio Radicale, dell'ex numero due del Dap Francesco Di Maggio, di risentire l'ex leader siciliano del Pci, Pietro Folena nonché di acquisire i verbali a sommare informazioni, e in alternativa l'audizione, dei magistrati Massimo De Pascalis e Piercamillo Davigo.
Infine, sempre ieri, è stato audito il funzionario di polizia Giuseppe Fera, oggi in quiescenza, che nel 1993 si occupò, dopo averlo ricevuto dal prefetto Rossi, dell'appunto del Sisde in cui si riferiva del possibile utilizzo di un cellulare da parte di Riina quando questi era detenuto a Rebibbia. Il teste ha riferito di non ricordare bene i contorni della vicenda, ma "di poter confermare quanto è scritto nella documentazione da cui si evince che ho riassegnato il fascicolo a dottor Scali, perché si provvedesse a svolgere questa informativa alla luce del fascicolo su Riina. Ma non ricordo il seguito del dottor Scali".

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