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Il pentito calabrese sentito al processo d'appello Trattativa
di Aaron Pettinari

"L'omicidio Mormile? L'ordine venne da Domenico Papalia, consigliato dai Servizi segreti se non avesse accettato di farsi corrompere. Ci provammo, ma lui non accettò. E così partì l'ordine per ammazzarlo. Fu rivendicato come dei terroristi. A fare la telefonata fu Antonio Schettini. Come? Sempre i servizi avevano dato indicazione a Papalia di fare così, di dare questa notizia come Falange Armata". E' il collaboratore di giustizia calabrese Vittorio Foschini, sentito oggi davanti la Corte d'assise d'appello di Palermo nell'ambito del processo trattativa Stato-mafia, a riavvolgere i fili sulla morte dell'educatore carcerario Umberto Mormile (ucciso l'11 aprile 1990). Così come aveva fatto davanti ai magistrati calabresi ha ribadito in maniera chiara che, diversamente a quanto è scritto nelle sentenze e fu raccontato da Antonio Schettini (uno degli autori del delitto), non venne ucciso perché rifiutò 30 milioni di lire per redigere una relazione favorevole in vista di un permesso di libera uscita al boss ergastolano Domenico Papalia (la “versione” messa nero su bianco nelle sentenze e raccontata da Schettini, ndr), ma perché l’educatore "aveva scoperto che qualcuno dello Stato andava da Papalia e nelle relazioni scriveva che aveva contatti con la sua famiglia e con la 'Ndrangheta. Aveva capito che i servizi avevano colloqui con lui".
Ex elemento di spicco della ‘ndrangheta milanese Foschini è stato tra i primi collaboratori di giustizia della criminalità calabrese. Braccio destro di Franco Coco Trovato, alle dirette dipendenze di Antonio Papalia, "il capo di tutta la ‘Ndrangheta della Lombardia" anche se ancora più in alto vi era il fratello, Domenico, Foschini è stato per anni vicino ai vertici dei clan reggini venendo a conoscenza di diversi segreti.
"Nella 'Ndrangheta era risaputo che Domenico Rocco e Antonio Papalia avevano contatti con i Servizi segreti - ha detto rispondendo alle domande del sostituto Pg Giuseppe Fici - C'era un patto per cui loro scesero a Reggio. Non si dovevano fare più sequestri e in cambio i servizi avrebbero lasciato stare i latitanti in pace. E promisero anche sconti di pena. E Papalia aveva anche paura dei servizi. Perché loro uccisero Totò D'Agostino, che aveva violato accordi. E, mi disse Papalia, lo uccisero davanti a lui. E fu costretto a accollarsi l'omicidio. Anche se si era sempre dichiarato innocente".
A detta del pentito la famiglia Papalia, proprio in virtù di quella relazione con gli apparati di sicurezza, era particolarmente potente ed era a conoscenza di diversi segreti dello "Stato-mafia". Questi incontri con gli 007 sarebbero avvenuti nelle carceri ("Erano sempre due che incontravano solo Domenico Papalia e Rocco Papalia. A me fu detto che numerosi colloqui furono a Civitavecchia ed anche ad Opera, ma non so come entravano") e Foschini ha anche indicato che questi soggetti sarebbero stati del Sisde.
Un argomento che era stato affrontato anche nella scorsa udienza quando ad essere sentito è stato l'altro pentito calabrese Antonio Cuzzola. Anche lui aveva raccontato dei legami tra la storica famiglia di 'Ndrangheta in Lombardia e gli apparati di sicurezza, così come di quella rivendicazione Falange Armata.
Una sigla misteriosa con cui, nel corso degli anni, sono stati rivendicati una serie di attentati ed omicidi eccellenti: dal politico democristiano Salvo Lima al maresciallo Giuliano Guazzelli fino alle stragi del 1992 e del 1993.
Nel corso dell'esame il pentito calabrese ha anche ricordato quelli che furono i rapporti tra la 'Ndrangheta e Cosa nostra anche rispetto a certi delitti. Così ha ricordato l'omicidio del giudice Scopelliti ("Si parlava che fu un favore fatto ai corleonesi e ai palermitani. L'omicidio avvenne in Calabria, ma i calabresi diedero appoggio a quelli venuti a sparare"), o della strage di Capaci ("Ci fu chi brindò, la famiglia Libri e Tegano. Non lo nego. Ma per la questione Falcone c'era anche chi ha provato a fermare Palermo. I commenti erano che dopo quello saremmo stati tutti rovinati. A noi non ci conveniva toccare lo Stato. Ci importava di più corromperli, come abbiamo fatto, alle forze dell'ordine e alle istituzioni"). Ha anche ricordato che dopo le morti di Falcone e Borsellino vi fu una riunione a Botricelli ("Si parlava che soprattutto Bagarella voleva continuare a fare le stragi. Brusca un po' meno, ma faceva quello che diceva Bagarella, il sanguinario. Si parlava che Provenzano non voleva più le stragi. E infatti si dividono").
Ad inizio udienza il legale di Mario Mori, Basilio Milio, anche in vece di Francesco Romito e Cesare Placanica (difensori di del colonnello Giuseppe De Donno e del generale Antonio Subranni) hanno chiesto di acquisire agli atti del processo una lettera da loro inviata al direttore di Rai 1 e al direttore di Rete di La7. Un documento in cui protestano per alcune trasmissioni andate in onda il 20 ed il 27 maggio scorso ("Atlantide" e "Cose nostre") in cui si è parlato anche dei fatti inerenti il processo. "La presente - ha iniziato a leggere in aula Milio - per segnalare con rammarico e indignazione come il 20 e 27 maggio scorso in occasione della ricorrenza della strage di Capaci del 23 maggio 1992, durante il programma di La 7 'Atlantide', per il secondo anno di seguito, sia stato riproposto il teorema di una 'trattativa' tra Stato e mafia, oggetto di delicati processi, dei quali uno ancora pendente in grado di appello. Ciò si è fatto anche attraverso interventi ed interviste di giornalisti, presunti protagonisti dei fatti e magistrati che hanno diretto le indagini, senza alcun contraddittorio e senza neanche citare la esistenza di prove contrarie, di sentenze passate in giudicato o ancora non irrevocabili, che smentiscono tale teorema". La Corte di assise di appello, presieduta da Angelo Pellino, giudice a latere Vittorio Anania, si è riservata la decisione.
Nella prossima udienza, il 15 giugno, è in programma la deposizione in video conferenza di Maurizio Navarra e Franco Battaglini, esponenti dei servizi di sicurezza.

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