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graviano mano udienza 610di Aaron Pettinari - Audio integrale
Il boss di Brancaccio si avvale della facoltà di non rispondere. È indagato per la trattativa

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. L'esame di Giuseppe Graviano, collegato in videoconferenza dal carcere di Terni, dura lo spazio di pochi minuti. Stavolta da parte del boss di Brancaccio non ci sono proclami, né messaggi sibillini o mezze aperture sulla possibilità di essere chiamato in un successivo momento. Il capomafia, indagato per il reato di attentato o minaccia a corpo politico dello Stato, non vuole spiegare il perché di quelle dichiarazioni rilasciate durante il passeggio con il detenuto Umberto Adinolfi, appena un anno fa. Il presidente Montalto, in apertura di udienza si rivolge a lui direttamente: “Lei sa che sono state fatte delle intercettazioni con i suoi colloqui in carcere con Umberto Adinoflie questo è uno dei motivi per cui è stato chiamato in questo processo. Una chiamata che lei si aspettava e, sono parole sue, lei dice si aspettava di essere chiamato per 'colpire in qualsiasi maniera, senza nessuna remissione'. Non sappiamo cosa intendesse con queste parole e oggi glielo vorremmo chiedere”. Il capomafia, però, sceglie la via del silenzio. Del resto lo aveva detto al suo stesso compagno d'ora d'aria il 23 gennaio 2016. Alla domanda di Adinolfi sulla possibilità di “testimoniare al processo della trattativa” Graviano rispondeva in modo fermo: “No. Quello ancora non c'è stato. No ma lì non rispondo perché ci sono i politici e mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Detto, fatto, senza nulla aggiungere. Da buon capomafia. Perché fino ad oggi un “pentimento in aula” non si era mai visto e qualora avesse deciso di rispondere alle domande dei pm avrebbe dovuto anche spiegare quale cortesia gli sarebbe stata chiesta da “Berlusca” o chi fosse “la montagna” a cui fa riferimento mentre parlava della stagione degli attentati (“Non volevano più le stragi... la montagna mi diceva, no… è troppo”).

graviano udienza trattativa

E avrebbe anche dovuto raccontare la verità sul concepimento del figlio. Alla sua “dama di compagnia” aveva riferito che la moglie era stata fatta entrare in carcere ed aveva dormito con lui mentre in un colloquio in carcere con la donna, in data 23 aprile 2016, “Madre Natura” (così è soprannominato il capomafia di Brancaccio) racconta alla moglie della visita in carcere della Commissione europea contro le torture che gli chiesero chiarimenti proprio sul concepimento del figlio (la donna era rimasta incinta mentre il marito era detenuto al 41 bis). E il boss disse ai familiari: “Ho detto loro che il mio rapporto sessuale risaliva a quando ero ancora latitante: di certo non potevo dirgli la verità”. Una verità che è rimasta taciuta anche oggi assieme alle altre che solo lui dice di possedere (sulla strage di via d'Amelio “La verità la so solo io”). “Graviano ha il diritto di decidere a quali domande rispondere o se non rispondere affatto” commenta il sostituto procuratore Vittorio Teresi a fine udienza. Restano quelle dichiarazioni registrate ed è ovvio che ogni sua parola va valutata con assoluta attenzione. La Corte avrà modo di valutarle visto che 21 trascrizioni sono state acquisite al processo. Intanto il dibattimento (oggi era la duecentesima udienza) riprenderà il prossimo 26 ottobre.

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