Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

viminale c paolo bassanidi Aaron Pettinari
Al processo trattativa le testimonianze del generale Morini e del colonnello Paone. Obinu, invece, non risponde

La nomina di Francesco Di Maggio come vice-capo del Dap? “Non la appresi dai giornali ma da lui. Mi chiamò qualche giorno prima, due settimane prima, non so precisare e mi disse che sarebbe venuto a Roma. Mi disse 'il Colle ha voluto così'. E io intesi il Presidente della Repubblica, il Quirinale”. E' l'ufficiale dei carabinieri Eugenio Morini, oggi in pensione, con un passato anche presso il Sismi, ad averlo riferito questa mattina durante l'udienza del processo trattativa Stato-mafia. Una rivelazione che viene fatta all'improvviso, durante il controesame del pm Roberto Tartaglia (presente in aula assieme a Vittorio Teresi e Nino Di Matteo). In un primo momento quella frase, “l'ha voluto il Colle”, è stata detta quasi inconsciamente. E su richiesta di maggior specificazione il teste ha continuato: “Io non chiesi specificatamente cosa intendesse. Non mi colpì troppo. Lui era stato all'Alto Commissariato, poi era andato a Vienna e vedevo quella nomina come qualcosa di naturale. Se seppi che potevano esserci ostacoli burocratici per la nomina? No, ma per me era una successione naturale”. Sempre in quella conversazione Di Maggio, con cui aveva un rapporto di amicizia e frequentazione, gli avrebbe persino proposto di “andare con lui a fare il Capo di Gabinetto”. “Non la presi come una boutade - ha aggiunto - ma come una proposta formulata in maniera seria. Ma io la rifiutai”. A quel punto Tartaglia ha sottolineato come la nomina del Capo di Gabinetto fosse una prerogativa del Capo del Dap e non del Vice ma per Morini quell'azione era fatta “in assoluta buonafede. Io rifiutai perché pensavo che quell'incarico spettasse a qualche appartenente ad un'altra forza di polizia”.
Non solo. Da lì a poco, nel settembre 1993, sarebbe entrato a far parte del Sismi, dove già si trovava il generale Umberto Bonaventura. Sempre rispondendo alle domande dei pm ha dichiarato di non aver mai commentato con Di Maggio la nota della Dia dell'agosto 1993, quella in cui si mettono in relazione le stragi con i problemi del carcerario, né la riunione svoltasi al Cesis con tutti i vertici delle forze di polizia ed anche dei servizi di sicurezza a cui partecipò lo stesso vice direttore del Dap. “Al tempo non lo vedevo” si è limitato a rispondere. Anche se fino a giugno si erano incontrati così come, successivamente, nel settembre 1993 in occasione di diverse cene. Eppure in quelle occasioni non si parlò mai delle stragi.

L'intelligence nelle carceri
Durante la deposizione è persino emersa la volontà, da parte di Di Maggio, di effettuare dei servizi di intelligence all'interno delle carceri, ancor prima che il “protocollo farfalla” diventasse realtà.
“Aveva questa idea di dare un indirizzo di intelligence strutturando la polizia penitenziaria in modo da perseguire una raccolta informativa di conoscenza ed acquisire informazioni su quel periodo – ha detto Morini – Ma questo non va inteso come servizi di intelligence ma raccolta di informazioni. Ma questa idea non è mai arrivata ad essere strutturata. Definiamola concettuale ma mai espressa. Disse 'vorrei creare questo' ma poi finì lì”.

Gli interrogatori con Cattafi
Durante il controesame dei pm è anche emerso che proprio Morini accompagnò in due occasioni Di Maggio ad interrogare, nella prima metà degli anni Ottanta, l'avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi. “Di Maggio me lo descrisse come il referente del boss Santapaola per il milanese ed il Nord Italia – ha ricordato – Io non facevo indagini ma lo accompagnai come uomo di fiducia”.

Le gestione della fonte Ilardo
In merito alle modalità di gestione del confidente Luigi Ilardo a Bagheria e sul materiale tecnico utilizzato in tutta la vicenda è stato sentito il colonnello Giovanni Paone, all'epoca sottoposto del colonnello Riccio nel periodo trascorso alla Dia, successivamente transitato al Ros, al Sismi e al Sisde del colonnello Mori. Durante la deposizione ha confermato l'esistenza di una cintura con il trasmettitore Gps, fornita dalla Cia, che sarebbe potuta essere utile per l'intervento della cattura di Provenzano. “Realizzammo delle prove – ha ribadito – ma gli esiti erano un po' incerti. C'erano molti rimbalzi di segnale nei centri abitati mentre andava un po' meglio in aperta campagna. In quello che doveva essere un intervento mirato ci poteva essere uno scarto di qualche centinaio di metri”. Scarto che, secondo l'ipotesi dell'accusa, sarebbe irrilevante in una zona di aperta campagna come quella di Mezzojuso dove non c'erano agglomerati di case.
Il teste ha anche parlato di alcune divergenze con il colonnello Riccio “in quanto il nostro dispositivo a Bagheria stava diventando di tipo investigativo e non di intervento per la cattura del latitante” anche se, come confermato rispondendo alle domande del pm Vittorio Teresi “l'obiettivo finale di osservazioni e pedinamenti era sempre unico”, ovvero la cattura di Bernardo Provenzano.
Erano stati proprio gli investigatori della Dia, infatti, ad indagare per primi su Simone Castello, il soggetto che il 13 aprile del 1995 si recò a Reggio Calabria per inviare una lettera autografa a firma di Provenzano ed indirizzata all'autorità giudiziaria di Palermo. E a fornire i primi elementi investigativi fu proprio Luigi Ilardo, tanto che venne persino fotografato in un autogrill sulla Palermo-Catania mentre scambiava dei pizzini dello stesso boss corleonese. Tuttavia Paone ha detto di non aver mai saputo di queste fotografie: “Io finché sono stato del gruppo non ho visto pizzini. Una volta ricordo un pedinamento fino ad un autogrill ma poi dovemmo ripiegare”. Un'attività investigativa, quella, che veniva coordinata allora dalla Procura di Genova con tanti di decreti di intercettazione.

Il silenzio di Obinu
Prima ancora a salire sul pretorio, sempre citato dalle difese di Subranni, Mori e De Donno, è stato il colonnello Mauro Obinu. Quest'ultimo, però, si è avvalso della facoltà di non rispondere in quanto imputato di reato connesso al processo per il mancato blitz a Mezzojuso, nell'ottobre del 1995, per la cattura di Bernardo Provenzano. All'udienza odierna era prevista l'audizione del colonnello De Caprio, anche noto come “Ultimo”, ma ha fatto pervenire una lettera in cui si spiegavano i motivi di impedimento. Inoltre i legali Milio e Romito hanno dichiarato di voler rinunciare agli esami di Fabbozzi e Canale, oggi assenti. Per il secondo, però, la Corte si è riservata di decidere in un secondo momento.
Il processo è stato rinviato a domani quando si terranno gli esami di Ganzer, Damiano e Bianco.

Foto © Paolo Bassani

Dossier Processo trattativa Stato-Mafia

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy