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ciancimino vito c shobhaOggi in aula la deposizione di Lanzilao e Rossetti
di Aaron Pettinari
Tutto ha inizio il 17 febbraio 2005. Massimo Ciancimino si trovava in Francia quando i carabinieri del Nucleo operativo, guidati dal capitano Angeli, si recarono presso la sua abitazione per compiere una perquisizione. E' in quell'occasione che vennero sequestrate una serie di carte importanti nell'ambito di un'inchiesta sul tesoro di Ciancimino padre e gli affari del figlio di don Vito con altri soggetti come il commercialista Gianni Lapis. Tra questi documenti, vi erano anche diversi appunti dell'ex sindaco mafioso di Palermo e l'autobiografia “Le mafie”. Inoltre erano presenti alcune carte con riferimento esplicito a Silvio Berlusconi. Anni dopo, Massimo Ciancimino ha raccontato ai magistrati che tra le carte che teneva conservate in una cassaforte della sua abitazione (di cui non si parla nei verbali della perquisizione) vi era anche il papello. Dopo aver sentito sulle modalità della perquisizione le testimonianze del capitano Angeli, dell'appuntato scelto Samuele Lecca e di Saverio Masi (che da Angeli avrebbe ricevuto alcune confidenze), oggi all'aula bunker dell'Ucciardone sono saliti sul pretorio il brigadiere Cosimo Rossetti e il maresciallo della Guardia di Finanza Tommaso Lanzilao, in servizio presso il Nucleo Speciale Polizia Valutaria.
Due testimonianze frammentate dove le incertezze ed i “non ricordo” infittiscono ulteriormente il mistero su quanto avvenuto in quel giorno. Certi racconti, infatti, non coincidono con quanto raccontato da altri testimoni. Certo, è vero che ad oltre dieci anni di distanza i ricordi possono essere poco nitidi, ma è altrettanto vero che una qualsiasi attività di indagine che coinvolge una figura come quella di Massimo Ciancimino non è certamente “ordinaria”.
Rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, Lanzilao ha raccontato di non aver mai preso parte alle indagini su Massimo Ciancimino e che, tuttavia quella mattina era stato inviato dai suoi superiori ad affiancare i militari in quella perquisizione: “L'indagine era dei carabinieri e i magistrati che coordinavano erano, se ricordo bene, Pignatone, Sava e Buzzolani. L'affiancamento era dovuto al fatto che i reati ipotizzati erano di tipo finanziario e si necessitava di una valutazione delle carte di natura finanziaria e bancaria. Noi eravamo sicuramente più competenti nel valutare la documentazione. Durante la perquisizione mi portavano le carte e io non sapendo nulla dell'indagine acquisii quasi tutto”. Lanzilao ha poi riferito che all'interno del suo Gruppo furono altri ad occuparsi delle indagini su Ciancimino. Perché dunque alla perquisizione andò lui? La domanda resta aperta così come resta un mistero il motivo per cui, a detta dello stesso maresciallo, nessuno gli riferì che quella perquisizione era finalizzata per trovare degli assegni riferibili alla persona dell'onorevole Berlusconi. Lanzilao ha poi parlato delle operazioni di perquisizione: “La casa era a due piani. C'era una persona ad aprirci se non sbaglio il signor Angotti. Fu lui a mettersi in contatto con qualcuno per portarci le chiavi di un altro locale in via Brindisi, un magazzino. Io ed un altro carabiniere, su ordine di Angeli, ci appostammo là per verificare che nessuno andasse al magazzino a trafugare qualcosa. Poi arrivarono gli altri ma non so se hanno sequestrato altro materiale. Prima partecipo alla perquisizione a casa e a me portavano la documentazione. La cassaforte? Se vi fosse stata l'avrei scritta nel verbale a mia firma. Se non sbaglio mi trovavo al piano inferiore ma sono anche salito di sopra”. Alle scorse udienze, però, sia Angeli che Lecca hanno raccontato che l'ufficiale della Guardia di Finanza esaminava i documenti in un tavolo esclusivamente al piano inferiore.
Ma è al momento della perquisizione del magazzino che il mistero si infittisce: “C'era molta carta, scatole... Si capì subito che la documentazione bancaria era poca ed ero io che mostravo loro la documentazione. Ricordo la lettera a Berlusconi e ricordo che parlava di una rete televisiva. Era tra altre carte. Se non sbaglio la presi in mano e la passai al collega. I colleghi erano contenti. Ricordo anche che ve ne era un altro su Dell'Utri. Angeli era sempre al telefono e si metteva fuori dal magazzino”. Il maresciallo ha quindi confermato che uno dei carabinieri, ad un certo punto, si era allontanato per fare delle fotocopie: “Non so il motivo. Ricordo che fu fatta. Altre fotocopie vennero fatte in ufficio. Quante? Sicuro non tutte perché ci sarebbero voluti due giorni per fotocopiare tutto”. Quindi ha anche ribadito che nel corso della sua esperienza non gli è mai capitato di effettuare fotocpie di documenti sequestrati: “A me non è mai capitato e non l'ho mai visto fare. La documentazione importante io la mostro sempre al mio comandante in caserma”.

Il conto delle macchine non torna
Tra le cose più confuse nell'intera vicenda della perquisizione vi è la modalità con cui i militari rientrarono in caserma. Lecca in una delle precedenti udienze ha raccontato che, anche se vi era un problema di macchine, una volta terminato di fotocopiare i documenti, senza tornare all'Addaura, si è recato in caserma. Sia Angeli che il brigadiere Rossetti, che nello specifico si era anche occupato di ascoltare le intercettazioni in fase di indagine, hanno invece riferito che lo stesso Lecca è tornato a prenderli. “Quando terminò la perquisizione ci accorgemmo che le macchine non bastavano - ha riferito oggi il brigadiere - E' in quella occasione che fu fatta la domanda su dove fosse andato e ci fu detto che era andato a fare delle fotocopie. Poi ricordo che venne con la stessa macchina”. A questo punto il presidente Montalto ha chiesto alcune precisazioni su quante fossero le auto e quante le persone presenti. “Eravamo andati con due macchine. Io ricordo che eravamo io, Angeli, Migliore e il maresciallo della Finanza. Poi non so se c'erano altri” ha riferito il teste. Ma quando Montalto ha fatto notare che essendo in quattro sarebbero potuti entrare nell'altra macchina rimasta il brigadiere ha aggiunto: “Io ricordo questo. Che lui è tornato e che noi lo stavamo aspettando. Cosa facevamo? Non lo rammento. Abbiamo messo i documenti nell'altra macchina? Non mi ricordo”. Una memoria annebbiata anche sulle modalità della perquisizione: “Con precisione non ricordo dove eravamo e chi eravamo. Si partiva con una stanza e quando si stava per finire uno restava lì e gli altri andavano sulla successiva. Lanzilao? A mia memoria era giù... Quante stanze al piano superiore? Io ricordo che c'era la stanza da letto. Il magazzino? Non ricordo se prima sapevamo che vi fosse questo locale a disposizione”. E in memoria non vi sono neanche i manoscritti di don Vito (a cui si fa riferimento anche nei verbali di perquisizione) né, tantomeno, eventuali commenti da parte dei colleghi. E come hanno commentato il presidente Montalto prima, e il pm Di Matteo poi, “non possiamo che prendere atto”.

Foto originale © Shobha

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