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ciancimino aulabunker padi Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
Il figlio di don Vito al processo trattativa: “Mio padre incontrò Berlusconi”
“Intendo rispondere”. Così ha inizio la deposizione di Massimo Ciancimino, teste chiave ed imputato al processo trattativa Stato-mafia. Da quando per la prima volta, nel dicembre 2007, in un'intervista a Panorama, parlò del dialogo che il padre ebbe con gli ufficiali del Ros dando il “via” alla trattativa, sembra davvero essere passata una vita.
Nel mezzo, interrogatori, intimidazioni, produzioni di documenti e l'apertura di nuove vicende giudiziarie (tra gli ultimi due per calunnia e uno per reati fiscali). Oggi un nuovo capitolo.
Ancora una volta, il figlio di don Vito, ha scelto di non tacere, fornendo la ricostruzione di quanto vissuto in prima persona. Dall'evoluzione del proprio rapporto con il padre, al primo incontro con Binnu Provenzano, quindi la rete degli affari, l'incontro tra il padre e Berlusconi, l'incontro con il misterioso “signor Franco”.
Sugli spalti dell'aula bunker dell'Ucciardone ascoltano alcune scolaresche e alcuni rappresentanti delle Agende Rosse e di Scorta civica. E non mancano telecamere e fotografi per registrare quello che rappresenta un passaggio chiave della storia di questo processo. Ma a differenza di quanto molti “benpensanti” sostengono non è la ribalta dei riflettori ad essere in gioco.
Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo (affiancato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene), Ciancimino jr non ha mostrato quella frenesia che lo aveva contraddistinto in passato riconfermando la propria versione dei fatti.

Provenzano uno di casa
A cominciare dal giorno in cui realizzò per la prima volta che “l'ingenger Lo Verde” altri non era che Bernardo Provenzano: “Il capomafia Bernardo Provenzano era uno di casa, mi conosceva da bambino. Mi dava del tu. Era quasi un secondo padre per me. Aveva accesso a un certo tipo di utenze che mio padre riservava agli amici ristretti, come anche Salvo Lima. Provenzano si presentava al telefono come l’ingegner Lo Verde. Ma allora non sapevo ancora chi fosse. Solo tanti anni dopo mi resi conto chi era quell'uomo. Vidi il suo identikit su una rivista, dal barbiere. Chiesi a mio padre, che mi intimò di tacere”. Ciancimino ha raccontato di avere frequentato Provenzano fino a poco prima della morte del padre. “Andavamo anche a mangiare fuori - ha aggiunto - Poi, quando l'azione dello Stato contro la mafia si fa più serrata, negli anni '80, abbiamo cominciato ad adottare delle cautele visto che Provenzano era latitante”. Negli ultimi anni il boss e l'ex sindaco si sarebbero poi rivisti nella casa romana di Ciancimino: “Provenzano si muoveva liberamente grazie a degli accordi che erano stati stretti in anni passati, me lo disse mio padre. Mi spiegò che tanto Provenzano non lo cercava nessuno e che godeva di tutela e si muoveva tranquillamente. Lui si poteva muovere nel territorio italiano in quanto godeva di una tutela per un patto stipulato nel ’92, in base al quale Provenzano doveva prendere la guida di Cosa nostra e affievolire l’attacco stragista; alla sigla di quell’accordo, tra maggio e dicembre 1992, partecipò anche mio padre”.

Gli affari di don Vito, “Milano due”, e il rapporto con Riina
Ciancimino jr ha anche parlato del rapporto che il padre aveva con il Capo dei capi, Totò Riina, e dei ricchi affari intrattenuti nel tempo. A cominciare da quello che vedeva l'ex sindaco di Palermo, socio occulto della società 'Gas', aperta dai gruppi Lapis-Brancato per poi passare agli interessi avuti su “Milano 2”, con tanto di incontro con Silvio Berlusconi. “Mio padre si incontrò con Silvio Berlusconi – ha raccontato in aula - Me lo disse lui ed anche mia madre mi ha poi confermato che non era un incontro occasionale. Chi lo organizzò? Se ricordo bene fu organizzato per tramite di Bontade e Dell’Utri. All'epoca mio padre rappresentava un centro di potere”. E poi ancora: “Nel 1976-1977 - ha riferito - venne proposto a mio padre di investire nell'attività dell'imprenditore milanese Silvio Berlusconi che stava costruendo a Milano due. Promotore dell'iniziativa fu Stefano Bontade. Lui accettò e all'affare parteciparono anche gli imprenditori Buscemi e Bonura. Ci fu anche una partecipazione di Provenzano. A mio padre venne chiesta anche una consulenza urbanistica sul progetto Milano due, per valutare il tipo di operazione. Lui si meravigliava della velocità con cui l'imprenditore era certo di ottenere le opere di urbanizzazione”.

Il contributo del “signor Franco”
E' sul finire di udienza, però, che il pm Di Matteo ha affrontato lo spigoloso tema del misterioso “signor Franco”, il sedicente agente segreto, non ancora identificato dall'autorità giudiziaria. “Quest'uomo – ha ribadito Ciancimino in aula - faceva da postino tra quelli che rappresentavano le istituzioni e mio padre, mi pare una specie di collettore, apparteneva a Gladio, ai servizi, si collocava sempre al di sopra”. Il signor Franco era “una presenza costante quando mio padre aveva bisogno di veicolare con queste persone. I rapporti di mio padre, data la visibilità pubblica, con personaggi politici legati a istituzioni e uomini nei servizi con cariche ben conosciute, non potevano essere rappresentati così palesemente, per cui veniva usato questo soggetto che non destava sospetti e attenzioni”.
L’ultima volta che lo vide fu per “mettermi al corrente delle indagini che c'erano su di me. Mi disse di sbarazzarmi della documentazione conservata a casa mia... Poi, quando sono stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di 416 bis, mi avvisò dicendomi di non preoccuparmi perchè il tutto non era finalizzato ad inchieste veramente dirette nei miei confronti ma a una tutela. Nel caso in cui potessi essere chiamato a rispondere a vicende come quella della trattativa, avrei potuto usufruire della facoltà di non rispondere”.
Oggi però Ciancimino jr, a differenza di tanti uomini di Stato smemorati, non si è trincerato dietro al silenzio ed ai non ricordo. E domani si torna in aula.

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