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galatolo-padova-pm-togadi Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 15 maggio 2015
Si conclude oggi il controesame del collaboratore di giustizia Vito Galatolo al processo trattativa Stato-mafia. Tra i temi affrontati vi è quello del “Protocollo farfalla” in merito alle visite in carcere degli uomini dei servizi ai detenuti al 41 bis. L’ex boss dell’Acquasanta ha ribadito quanto saputo da Francesco Giuliano durante il periodo di detenzione a Parma: “Mi disse che Cinà si incontrava con queste persone. A lui piaceva incontrarsi con questa ‘gente perbene’, anche se le regole di Cosa nostra non lo permettevano. Ma lui ci andava e parlava sia con quelli del Ros che dei Servizi”. Diverso invece l’episodio riguardante Enzo Aiello a cui i servizi “offrirono soldi” mentre il Ros “proposero di collaborare con la giustizia per scalzare Lombardo”. 


Stato-mafia, pentito D’Amico: “Rotolo mi disse che Provenzano scrisse il papello”
di Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 15 magg
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Alleggerimento delle norme sul sequestro dei beni e revoca del regime carcerario 41 bis. Questi, secondo quanto riferito da Nino Rotolo a Carmelo D’Amico gli obiettivi di Cosa nostra che fece arrivare un documento, da Cinà a Ciancimino, per uno scambio di promesse con lo Stato. A scrivere quel foglio sarebbe stato Bernardo Provenzano: “Rotolo, mentre eravamo detenuti assieme, mi disse che fu Provenzano a scrivere nel papello le richieste di revoca del regime carcerario del 41 bis e l'alleggerimento delle norme sul sequestro dei beni. Lo scrisse mentre glielo dettava Riina. Quando queste richieste? Questi contatti sono successivi alla strage di Borsellino”. Il pentito messinese con il capomafia palermitano Rotolo ha condiviso la detenzione nel carcere milanese di Opera. Dopo queste dichiarazioni di D'Amico, l'avvocato Luca Cianferoni, legale di Totò Riina, tra gli imputati del processo, ha chiesto di fare una perizia grafologica sul papello per riscontrare se possa essere stato scritto, anche in parte, da Provenzano ma la corte ha rigettato la richiesta in quanto questo argomento non è stato ancora affrontato nel processo.
D’Amico ha anche spiegato che dal 41 bis “non vi erano problemi di comunicazione tra detenuti. Nino Rotolo era informato di ogni cosa che avveniva all’esterno, non solo per i giornali”. Rispondendo invece ad una domanda dell’avvocato Anania il teste ha ribadito che i Servizi segreti, dopo l’arresto di Riina, erano intervenuti per far sparire delle carte dal covo e recuperare un codice con cui si mantenevano i contatti con Cosa nostra.


Processo Trattativa, D'Amico: "Riina manovrato dai servizi segreti per governare l'Italia"
di Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 15 maggio 2015

"I servizi segreti hanno usato la mafia, il loro obiettivo era governare l'Italia". Continua la deposizione del pentito D'Amico presso l'aula bunker Ucciardone a Palermo al processo Trattativa stato-mafia. Nel rispondere alle domande dell'avvocato Milio (difesa De Donno e Mori, ndr) il collaboratore di giustizia è tornato a parlare del ruolo dei servizi segreti. "L'obiettivo dei servizi di governare l'Italia risale ancora ai tempi di Andreotti, poi hanno fatto scendere in politica Berlusconi. - ha spiegato il collaboratore di giustizia - Anche Riina si era illuso di poterlo fare ma è stato solo manovrato da questi soggetti".
In riferimento al progetto di attentato contro i magistrati Ingroia prima, Di Matteo poi, che nelle scorse udienze D'Amico aveva spiegato essergli stato riferito da Rotolo ha detto: "Quando Provenzano era fuori c'era un piano di morte per Ingroia". L'attentato contro Di Matteo invece lo fa risalire tra la fine del 2013 e inizio 2014: "Rotolo mi disse che Di Matteo era peggio di Falcone perchè si stava avvicinando alla verità sugli intrecci tra Cosa nostra, politica e i servizi segreti quindi i servizi segreti lo volevano morto a tutti i costi se non lo faceva cosa nostra  se ne sarebbero occupati direttamente loro".
Tornando a parlare dei servizi segreti, il pentito ha raccontato che a proteggere la latitanza di Provenzano sarebbero stati "il Ros e i servizi segreti". Inoltre "Rotolo mi disse che (i servizi segreti, ndr) si occupavano di fare cose gravissime - ha aggiunto D'Amico - nello specifico mi parlò di tantissimi omicidi, simulati in suicidi, fatti dentro e fuori il carcere".


Stato-mafia, D'Amico: "Parlando di trattativa Rotolo mi fece i nomi di Martelli e Mancino"
di Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 15 maggio 2015

"Abbiamo tante cose da dire e questi 180 giorni voluti da Berlusconi e Dell'Utri ci hanno limitato. Uno non si può ricordare 20 anni di storia solo in 180 giorni". Così, di seguito, il pentito D'Amico ha spiegato perchè non ha riferito tutto quanto di cui era a conoscenza. Poi ha precisato, rispondendo all'avvocato Piergentili (difesa Mancino) che il boss Rotolo "generalmente mi ha detto 'ministro dell'Interno all'epoca e ministro della Giustizia all'epoca 'parlando dei mandanti delle stragi, per la trattativa mi ha detto 'Mancino e ministro Martelli di Grazia e Giustizia. Non sapevo che Mancino era ministro". Mancino e Martelli, ha continuato, "sono stati portati con la mano dai servizi segreti e Dell'Utri per fargli fare questa trattativa con Cosa nostra" anche se inizialmente "quando Riina ha sentito il nome di Ciancimino non voleva trattare". Della trattativa D'Amico ha ribadito di aver appreso tutto da Rotolo: "Io sapevo il fatto dell'estorsione a Berlusconi e basta".


Processo trattativa, pentito D'Amico: "Ritardo su certe dichiarazioni perché so di cosa sono capaci i Servizi"
di Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 15 maggio 2015
“Non ho fatto subito i nomi di Mancino, Martelli, Dell’Utri ed Andreotti perché avevo paura, soprattutto dei Servizi segreti. Sono a conoscenza che cose brutte che hanno fatto e che sono in grado di fare”. E’ iniziato così il controesame del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico al processo trattativa Stato-mafia. Rispondendo alle domande dell’avvocato Di Peri (difesa Dell’Utri) il pentito ha spiegato che in un primo momento si preoccupava per la propria famiglia, ancora residente a Barcellona Pozzo di Gotto. “Quando ho iniziato a collaborare - ha aggiunto - uscivano continuamente le cose che dicevo sui giornali ed ero in carcere di Bicocca, dove ho avuto tanti problemi. Poi sono stato trasferito ed anche la mia coscienza non mi permetteva di nascondere cose del genere. Così le ho dette, con tutti i pro ed i contro, perché so cosa possono fare queste persone”. D’Amico ha anche spiegato di aver reso, dopo la scorsa udienza, testimonianza su episodi riguardanti i Servizi segreti alla Procura di Messina “ma vi sono indagini in corso e non credo di poter aggiungere altro nel merito”. L’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto ha confermato di aver appreso dal boss di Pagliarelli Nino Rotolo, in carcere, dell’appartenenza di Dell’Utri ad una loggia massonica. “Oltre a lui - ha detto - c’erano anche il senatore Nania, Saro Cattafi, ed altri uomini d’onore”.

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