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tribunale-palermo-aula-webdi Miriam Cuccu - 1° luglio 2013
La competenza a giudicare il processo sulla trattativa Stato-mafia appartiene alla Procura di Palermo. È quanto hanno oggi ribadito i pubblici ministeri Roberto Tartaglia e Antonino Di Matteo rigettando le eccezioni sollevate nella scorsa udienza dai legali di quasi tutti gli imputati al processo sulla trattativa Stato-mafia, esclusi il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, Massimo Ciancimino, l’ex ministro Calogero Mannino (per il quale si procederà con il rito abbreviato) e il capomafia detenuto Bernardo Provenzano (la cui posizione è stata stralciata per le sue precarie condizioni di salute).
Nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo, dove davanti alla Corte d’Assise ex politici ed ex uomini del Ros vengono accusati di essere scesi a patti con Cosa nostra, l’accusa ha replicato alle richieste di trasferimento del processo (a Roma o a Firenze, secondo alcuni legali) con un secco rifiuto. Il processo “deve restare a Palermo, sua sede naturale” ha affermato il pm Tartaglia nel corso della replica.
L’avvocato di Nicola Mancino (allora ministro dell’Interno e oggi accusato di falsa testimonianza) aveva precedentemente invocato per il suo assistito la competenza del Tribunale dei Ministri a Roma, sostenendo che il reato contestato sarebbe ministeriale. Mancino avrebbe infatti avuto contatti con gli ex uomini del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, accusati di essere stati i mediatori tra i vertici di Cosa nostra e quelli delle istituzioni, proprio in qualità della carica svolta. Tuttavia, “manca la coincidenza tra esercizio della funzione di ministro e il fatto contestato: quando Mancino ha fatto la falsa testimonianza - ha ribadito Tartaglia - non era ministro”.

Stesso “no” categorico anche per l’eccezione di incompetenza per materia. Nella scorsa udienza numerose difese avevano sollevato il fatto che il reato di violenza a corpo politico dello Stato sarebbe di competenza del tribunale. Il reato sul quale potrebbe esprimersi la Corte d’Assise di Palermo sarebbe l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima, importantissimo anello di congiunzione tra Cosa nostra e la corrente andreottiana della Dc, per il quale è accusato il solo Provenzano. L’ex capomafia però non potrà essere giudicato a causa delle sue condizioni di salute. Da qui la richiesta di trasferimento avanzata da quasi tutti i legali degli imputati. Nino Di Matteo, intervenuto subito dopo Tartaglia, ha però affermato che la richiesta è del tutto infondata in quanto esiste una stretta connessione tra i due reati: l’uccisione di Lima – primo atto della strategia stragista perpetrata da Totò Riina che portò alla trattativa –  e il reato di violenza a corpo politico Stato, da intendersi come “mera minaccia che ha provocato non la paralisi assoluta del corpo politico, ma il suo oggettivo condizionamento deviante rispetto alla fisiologia della piena autonomia decisionale”. Se i due reati, come in questo caso, hanno pari gravità, la priorità va attribuita a quello che è stato consumato per primo. Secondo Di Matteo, quindi, il processo deve restare a Palermo perché è proprio qui che ha avuto luogo il primo reato, l’omicidio Lima.
La Corte si pronuncerà sulle questioni sollevate nella prossima udienza che si terrà il 4 di luglio.

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