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di Silvia Cordella - 22 aprile 2010
È stato arrestato ieri pomeriggio Massimo Ciancimino su ordine della Procura di Palermo che più volte lo aveva considerato un teste attendibile. E così, mentre si dirigeva in Francia con la moglie per trascorrere forse le vacanze pasquali, si è visto notificare un provvedimento di fermo dall’Ufficio inquirente di Palermo con l’accusa di calunnia aggravata nei confronti dell’ex capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro.

Il motivo è spiegato a chiare lettere nell’atto di arresto: “Perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso ed al fine di avvantaggiare l’associazione mafiosa, con dichiarazioni rese al Pubblico Ministero presso il Tribunale di Palermo incolpava, sapendolo innocente, De Gennaro Giovanni, di avere, nella sua qualità di funzionario della polizia di Stato, intrattenuto costanti e numerosi rapporti illeciti con esponenti dell’associazione mafiosa Cosa nostra”. Al figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino i magistrati palermitani contestano di aver contraffatto il documento manoscritto che avrebbe dovuto costituire la prova della “doppia identità” dell’alto dirigente della Polizia di Stato. Il corpo del reato è un foglio consegnato loro da Ciancimino junior il 15 giugno 2010 nel quale l’ex collaboratore di Giovanni Falcone viene associato al fantomatico signor Franco, l’uomo dei servizi segreti a cui sarebbe stata affidata la regia occulta della trattativa fra Stato e mafia del ’92. Le motivazioni sono spiegate in otto pagine stringate ma molto esaustive firmate dagli stessi pm che hanno seguito l’iter collaborativo di Ciancimino junior, dal 2007 fino a oggi, e che lo hanno portato a deporre come testimone chiave in vari processi come quello nei confronti del generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di aver protetto la latitanza di Provenzano. Su centocinquanta documenti portati dal teste in tre anni e mezzo di interrogatori in Procura questo sarebbe il primo caso di falsificazione avvenuta accertata dalla scientifica.
Il 19 aprile scorso i periti della polizia di Stato hanno depositato una “relazione tecnica concernente l’esito degli accertamenti grafico-comparativi sulla documentazione messagli a disposizione dall’Ufficio” relativi a “due manoscritti contenenti entrambi la dicitura ‘De Gennaro’ ”. Nel primo foglio, quello del 15 giugno 2010, compare una lista di esponenti politici legati, secondo Ciancimino, all’organizzazione mafiosa e facenti parte del cosiddetto “quarto livello” in cui accanto alla dicitura cerchiata F/C Gros (sinonimo del signor Franco) partiva una freccia indicante proprio “De Gennaro”. Un’annotazione che stando sempre al racconto di Ciancimino il padre aveva vergato in sua presenza per indicargli chi fosse veramente l’ex collaboratore di Falcone.  La comparazione della scritta “De Gennaro” è stata eseguita con un altro foglio consegnato dal dichiarante il 7 febbraio 2011 in cui il genitore  faceva riferimento al magistrato Di Gennaro, chiamato erroneamente da don Vito nel documento “De Gennaro”. “A tal proposito, l’organo tecnico rilevava che ‘la dicitura in copia fotostatica ‘De Gennaro’ presente sul documento’, e cioè su quello acquisito nell’interrogatorio del 15 giugno 2010 e riportante l’elencazione dei nominativi è la medesima “‘riproduzione della dicitura ‘De Gennaro’ vergata in originale a matita sul reperto’ acquisito nell’interrogatorio del 7 febbraio 2011, la cui paternità era certamente riconducibile a Vito Ciancimino”. Una cosa è apparsa subito chiara: il nome apposto sul primo documento è stato frutto di un collage realizzato al computer per cui Massimo Ciancimino, per i pm, avrebbe mentito affermando di aver visto suo padre annotare quel nome sulla lista di politici “asseritamente” collusi con la mafia. Un reato gravissimo che costa a Ciancimino non solo il carcere ma anche quel po’ di credibilità che si era faticosamente conquistato in questi anni. Chissà se si tratta del gesto di un uomo troppo fragile per sostenere il peso delle sue stesse dichiarazioni oppure un atto di stupida follia. Quel che è certo è che ora si dovrà indagare sulle motivazioni che hanno indotto il testimone della trattativa a raccontare, ritrattare e infine mentire.
Su domande dei giornalisti il procuratore aggiunto Antonio Ingroia non ha escluso la possibilità che dietro Massimo Ciancimino vi possa essere un “puparo”, vale a dire una regia. E’ naturalmente troppo presto per addentrarsi in qualsiasi spiegazione. Al momento è in corso l’interrogatorio del testimone. “Sentiremo la sua versione – aveva detto Ingroia in mattinata – e poi valuteremo”.

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