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L'investigatore della Dia Di Stefano spiega le informative depositate agli atti

E' l'attentato del 2004 Palazzo San Giorgio, sede del comune di Reggio Calabria, al tempo in cui era sindaco Giuseppe Scopelliti il primo punto toccato nella sua testimonianza dal vicequestore in servizio alla Dia, Michelangelo Di Stefano, in Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, dove si sta tenendo il secondo grado del processo 'Ndrangheta stragista. Imputati sono il boss palermitano Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, per l’accusa uomo del clan Piromalli in primo grado condannati all'ergastolo in qualità di mandanti degli attentati ai carabinieri, avvenuti tra il 1993 ed il 1994, in cui persero anche la vita gli appuntati dei carabinieri Vincenzo Fava e Antonino Garofalo, assassinati il 18 gennaio 1994. 
Quella odierna era la terza udienza in cui il vicequestore è stato chiamato a riassumere i contenuti dell'informativa, depositata agli atti, con gli approfondimenti investigativi rispetto al primo grado.  

L’attentato del 2004 al Comune di Reggio Calabria 
Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo (applicato nel processo), Di Stefano è partito da lontano, ovvero dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia per cui vi sarebbero stati dei rapporti diretti tra uomini di 'Ndrangheta ed i servizi di sicurezza. Tra questi vi è il collaboratore di giustizia "il quale parlerà dell'attentato al Comune di Reggio Calabria, facendo riferimento al fatto che dietro a questa attività vi sarebbe stato un interessamento da parte dei Servizi, nello specifico al Sismi, facendo espresso riferimento a un soggetto appartenente ai servizi, di nome Spanò, impropriamente indicandolo alla Guardia di Finanza, ma si ritiene che possa essere il maresciallo Francesco Spanò, in servizio al Sisde di Reggio Calabria". 
Agli atti depositati dal Procuratore aggiunto Lombardo nel processo d'appello vi sono anche tre informative sui servizi segreti, firmate da Marco Mancini. E' noto che il ritrovamento di tre panetti di tritolo, confezionati con un nastro adesivo, ma privi di innesco, fu fatto dalla polizia dopo una segnalazione dei servizi segreti. 
Agli atti vi è anche una lettera di Parisi in cui è scritto testualmente: "Nell'anno 2004, mese di novembre, periodo in cui l'onorevole Silvio Berlusconi doveva venire in visita a Reggio Calabria perché in tale periodo erano in procinto di cambiare i vertici, tre-quattro giorni prima che l'onorevole arrivasse a Reggio Calabria, un appartenente al Sismi decideva di simulare un attentato al sindaco di allora, Giuseppe Scopelliti". E poi ancora indicava i dettagli dell'attentato con tanto di descrizione dell'ordigno. 
"La descrizione di Parisi collima con lo stato dei luoghi oggetto di ricognizione da parte del Servizio di polizia scientifica che ha fatto i sopralluoghi" ha ricordato Di Stefano. Il teste ha quindi parlato delle informative dei servizi in cui si parla di "una notizia confidenziale, di natura ‘fiduciaria’, che avrebbe attribuito a tale Schirinzi Giuseppe, estremista di destra, la paternità dell’intimidazione, al fine di favorire il consenso politico del sindaco Scopelliti, indicando anche l’esistenza di una regata velica denominata ‘la regata di Ulisse‘, organizzata dallo stesso Schirinzi e patrocinata dall’amministrazione comunale”.


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Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, applicato al processo d'appello, Giuseppe Lombardo © Emanuele Di Stefano


Sempre nella nota depositata nel processo a Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, emerge come l’operazione del tritolo a Palazzo San Giorgio sarebbe stata portata a termine da un “gruppo di soggetti di Archi (quartiere di Reggio Calabria, ndr) collegati alla ‘ndrangheta, che ottenevano informazioni da soggetti corrotti dei servizi”. Stando a una relazione dell’artificiere Giovanni Sergi, citata nell’informativa, quel giorno a Palazzo San Giorgio “tutte le operazioni (di rimozione, ndr) erano seguite in prima persona dal questore Vincenzo Speranza”. 
“L’artificiere - è scritto nella nota - ha evidenziato che l’esplosivo, per conformazione, peso e misure, risultava identico a quello proveniente dalla nave 'Laura C' (la nave con un ingente quantitativo di esplosivo nella stiva affondata nel 1941 al largo della costa reggina e diventata, prima di essere tombata, un deposito a disposizione della 'Ndrangheta, ndr). Secondo Sergi, inoltre, l’attentato di Palazzo San Giorgio del 6 ottobre 2004 non rientrerebbe nel consueto modus operandi della criminalità organizzata locale”.
Nel corso dell'udienza si è tornati sulla nascita del progetto di fondazione del movimento Lega meridionale per l’Unità nazionale, ben visto da Cossiga, Andreotti, dalla P2 e dall’ex segretario dello Ior ai tempi di mons. Marcinkus, mons. Donato De Bonis.
Di Stefano, sollecitato dalle domande del pubblico ministero, ha ripercorso presunte attività e contatti con 'ndrangheta e Cosa nostra di noti elementi dell’estremismo di destra, come Pierluigi Concutelli e Stefano Delle Chiaie, individuati a Nizza, in Costa Azzurra, nel dicembre del 1975, pochi mesi prima dell’omicidio del magistrato romano Vittorio Occorsio, assassinato da Concutelli nel luglio del 1976.
Ed è stata evidenziata la singolarità per cui, proprio a Nizza, fu battezzato il figlio di Giuseppe Graviano, con una cerimonia celebrata all’interno dell’Hotel Meridien, sulla Promenade des Anglais. 

I colloqui in carcere di Domenico Papalia
Nella stessa città, secondo l’accusa, gravitava il pregiudicato reggino Vittorio Antonio Canale, personaggio che avrebbe incontrato più volte nel carcere di Parma il boss di Platì, Domenico Papalia, in violazione del regolamento penitenziario.
"Abbiamo effettuato un monitoraggio - ha detto Di Stefano - chiedendo alle strutture carcerarie sui colloqui avvenuti ed è stato possibile verificare numerosi colloqui, al carcere di Parma, con una persona indicata agli atti come cugino di Domenico Papalia e questa persona viene identificata come Canale Vittorio e Canale Antonio, spesso con autorizzazione del direttore. E ci siamo posti il problema di chiedere all'arma se vi fosse un rapporto di parentela. E ci è stato risposto che non era emerso alcun legame di parentela". Papalia dunque incontra più volte questo soggetto tra il dicembre 1986 ed il gennaio 1988. "E' palese la facilità con cui Papalia sia stato in grado di ricevere visite di pregiudicati come Vittorio Canale, che non avrebbero avuto alcun titolo per presenziare ad un colloquio" ha detto Di Stefano rivolgendosi alla Corte. La ricerca è stata fatta anche in altre strutture carcerarie. Da Augusta non è emerso nulla, Bergamo avrebbe riferito che non emergeva alcun risultato e la casa circondariale di Milano "Di Cataldo" ha riferito che i dati sono irreperibili mentre si è rilevata la presenza, sia a Parma che a Milano, Di Cataldo, di due suore entrambi mai identificate. Rispetto ad altre carceri, come Treviso e quello di Roma Rebibbia, ancora si attendono risposte. 
Nel corso dell’udienza è stata ribadita la figura centrale di Antonino 'Nino' Gangemi", di Gioia Tauro, detto "u signurinu" per l’eleganza nel vestire, di cui ha parlato ampiamente il collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio. Gangemi, consigliere ascoltatissimo del defunto capostipite Mommo Piromalli, era uomo di riferimento di Cosa nostra nella Piana di Gioia Tauro. Alla sua morte, la sorella di Pippo Calò si recò a Gioia Tauro per chiedere al fratello del Gangemi, Domenico, di proseguire nel ruolo già svolto dal congiunto.

Le preoccupazioni di Sorrenti
Altro tema riguarda alcune dichiarazioni di Angelo Sorrenti che, nel giugno 2020 si recò presso gli uffici di Procura, poi delegato alla Dia. "Angelo Sorrenti aveva chiesto di poter rendere delle dichiarazioni informali per avere delle rassicurazioni - ha detto il teste - ed aveva riferito di risiedere al nord Italia e di fare la spola tra Milano e Gioia Tauro dove aveva interessi il figlio. Il Sorrenti era preoccupato a seguito della scarcerazione di Giuseppe Piromalli, detto Pino Facciazza. Nello specifico aveva indicato che l'anno precedente aveva ricevuto una richiesta da Rocco Delfino, u Rizzu, ritenuto della cosca dei Piromalli, di un acquisto di un capannone del Sortenti ubicato nella zona industriale di Gioia Tauro". Poi il Delfino fu arrestato, facendo saltare l'offerta. 
Successivamente fu proposto al Sorrenti sempre di subentrare nell'affitto del capannone da un altro imprenditore. E vi furono una serie di incontri. Poi, a detta del teste, Sorrenti si incontrò nuovamente con Delfino che ripresentò l'offerta. E al contempo l'imprenditore ritirò la sua disponibilità all'affitto. "Quello che emerge dagli atti dell'operazione Malapigna è che il figlio di Sorrenti è ancora all'interno del circuito malavitoso calabrese, con rapporti con soggetti di riferimento consolidato con la famiglia Piromalli e parallelamente il padre si reca presso uffici di polizia, dopo aver compulsato la Dda, e dice di sentirsi in pericolo perché dalla scarcerazione di Giuseppe Piromalli e con la richiesta di Rocco Delfino, potrebbe essere a rischio di incolumità". 
Quando fu richiesta l'apertura dell'istruttoria il Procuratore aggiunto Lombardo aveva  sottolineato come la seconda integrazione istruttoria servirà alla Corte, “a quella parte di ricostruzione che riguarda i rapporti con Fininvest e quindi con il gruppo Berlusconi nel momento in cui ci si intrattiene lungamente nel processo di primo grado su quello che è il ruolo di Forza Italia, in un tristissimo disegno che guarda caso si conclude proprio nel momento in cui Forza Italia diventa una componente politica effettiva nel panorama italiano”.
Il processo è stato rinviato al prossimo 30 marzo quando si terrà il controesame del vicequestore. 

Foto di copertina © Imagoeconomica

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