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Il pm Ignazzitto sui tabulati telefonici: "I cellulari degli stragisti agganciavano le celle calabresi"
di Aaron Pettinari

Dicembre 1993. In quel mese, secondo l'analisi dei tabulati telefonici, il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano transita dalla Calabria per andare in Sicilia e il cellulare che era nella sua disponibilità (e che fu sequestrato nel giorno dell'arresto) si aggancia ad una cella calabrese. Il dato è stato raccolto dagli investigatori e questa mattina il pm Walter Ignazzitto ha rappresentato alla Corte d'assise di Reggio Calabria, davanti a cui si celebra il processo 'Ndrangheta stragista, e ha riferito proprio quello che è stato il lungo lavoro di ricostruzione di queste "tessere" che si incastrano nel "puzzle" del disegno delle stragi. "Partendo dai tabulati telefonici acquisiti dai processi fiorentini abbiamo ricostruito una serie di rapporti e contatti sul fronte siciliano e calabrese. Non ci siamo fermati alla sola utenza rinvenuta nella disponibilità di Graviano il 27 gennaio 1994, ma siamo andati oltre allargando il cerchio alle utenze dei soggetti stragisti condannati a Firenze per le stragi in Continente e poi ancora a tutti quei soggetti che, a vario titolo, sono venuti in contatto con quei soggetti stragisti. Da questo monitoraggio è emerso che, tra l'ottobre 1993 ed il marzo 1994, viene agganciata una cella calabrese circa 1300 volte. Comunicazioni da cui possiamo ricavare la plausibilità di contatti anche riguardo ai fatti di cui ci occupiamo in questo processo (gli attentati ai carabinieri avvenuti tra il 1993 ed il 1994 ed in cui morirono gli appuntati Fava e Garofalo, ndr)". Elementi che vengono offerti alla Corte così come la corrispondenza di dichiarazioni tra Emanuele Di Natale, stragista e fiancheggiatore del gruppo di Giuseppe Graviano, e Pasquale Nocera. "Entrambi riferiscono un elemento coincidente che deve far riflettere - ha ricordato Ignazzitto - Il primo ha raccontato che l'esplosivo che custodiva doveva essere utilizzato in Calabria. Il secondo ha riferito di un piano di attentato, nell'estate 1993, periodo contestuale agli attentati di Milano e Roma, nei confronti di giudici calabresi". Elementi che restituiscono la dimensione del progetto unitario che vedeva unite le due organizzazioni criminali.
Un progetto che il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo sta passando in rassegna ormai da quattro udienze.
E quella presenza di Graviano in Calabria a metà dicembre "assume rilevanza - ha ricordato il magistrato - nel momento in cui è in quei giorni che si colloca l'incontro con Rocco Santo Filippone in cui a Calabrò venne detto: 'Bisogna essere più spietati bisogna fare i morti'".

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Lo Giudice-Villani e la convergenza su "Faccia da mostro"
Quando si parla di collaboratori di giustizia come Nino Lo Giudice, detto il Nano, o Consolato Villani, non si può non considerare quanto è avvenuto lungo il loro percorso testimoniale. Proprio Lombardo ha parlato di una prima fase, "che va dal settembre 2010 al dicembre 2012", ed una successiva.
Certo è che l'anno 2010 a Reggio Calabria non è un anno come altri non solo perché i due boss, a cui si aggiunge anche Roberto Moio iniziano a parlare. "In quell'anno - ha ricordato Lombardo alla Corte - vi sono accadimenti gravissimi, a partire da quel che avvenne il 3 gennaio 2010 con l'esplosione davanti al portone della Procura generale di questa città". "Nino Lo Giudice - ha aggiunto - ha raccontato di quegli accadimenti. Ed ha riferito anche dei suoi rapporti con tale Giovanni Aiello, un ex poliziotto in pensione e per anni operante in Sicilia in un gruppo di lavoro con a capo Bruno Contrada, che Lo Giudice dice di aver incontrato varie volte a Reggio Calabria nel momento in cui c'erano delle fibrillazioni tra lui e il 'Supremo' Pasquale Condello".
Sarebbe lui quel "Faccia da mostro" di cui parlano svariati collaboratori di giustizia e che avrebbe avuto un ruolo in stragi e delitti, morto nell'agosto 2017. Un decesso avvenuto "in circostanze tutte da verificare - ha detto Lombardo - Apparentemente di infarto, ma finché non ho la prova provata di quello che dico mantengo lo scetticismo tipico dell'investigatore, anche alla luce del dato che ciò avviene 15 giorni dopo l'ordinanza 'Ndrangheta stragista".
Quando fu sentito dai magistrati, ed anche nel corso del processo, Lo Giudice, che aveva la dote di Padrino all'interno della 'Ndrangheta, dichiara di aver incontrato per la prima volta Aiello in negozio e che gli fu portato dall'ex capitano Spadaro Tracuzzi. Inoltre fornisce una serie di dettagli, su relativi incontri, ed inserisce Aiello "in un contesto di cui aveva totalmente terrore". Un terrore che espliciterà con la ritrattazione scritta a seguito dei colloqui investigativi in cui si era trovato a ritrattare tutte le dichiarazioni fatte nella prima fase.
Certo è che di Aiello parleranno sia Villani, che "riconosce Aiello" che Giuseppe Calabrò, il quale, ha proseguito Lombardo, "ha fornito un elemento dirompente nel momento in cui lo vede sulle scale del negozio di termo-idraulica di un uomo dei Libri: Demetrio Lo Giudice"
Successivamente Lombardo ha ripercorso le vicende della ritrattazione di Lo Giudice, in seguito ai colloqui investigativi con la Procura nazionale antimafia e a quella "paura" scaturita anche da alcuni episodi avvenuti nella località protetta di Macerata. "Ha raccontato di essere terrorizzato in particolare dai carabinieri - ha ricordato Lombardo - e lo disse anche alla sua compagna. Aveva paura che potesse succedere qualcosa di 'molto serio' dopo la visita ricevuta da soggetti che si erano presentati come arma dei carabinieri". Ma il contributo del Nano non può essere messo in discussione, nel momento in cui racconta anche di fatti vissuti direttamente come la vicenda del ritrovamento del bazooka sotto il materasso nei pressi della galleria Spirito Santo, che sarebbe dovuto servire per colpire il Cedir, sede del Tribunale di Reggio Calabria, e riprende nel 2013 il percorso interrotto. E tra le prime cose che dice è che in quei giorni stava realizzando un "terzo memoriale" in cui si faceva riferimento a Rocco Santo Filippone come soggetto su cui indagare "se si voleva capire tutto quello che era successo negli anni delle stragi consumate in Calabria".

lombardo giuseppe requisitoria 7luglio2020 2

L'apporto di Villani
Chi può essere sicuramente indicato come un "uomo chiave" del processo è Consolato Villani, oggi collaboratore di giustizia, in passato 'ndranghetista e killer, assieme a Giuseppe Calabrò, dei carabinieri rimasti uccisi nell'attentato del 18 gennaio 1994. "Lo Giudice - ha spiegato Lombardo - vive la paura e farà cenno all'effettiva causale degli attentati avvenuti tra dicembre e gennaio 1994 solo quando percepisce che Giuseppe Calabrò ha iniziato a parlare. E' quella la molla che porterà a rivisitare gli eventi".
Certo è che da quegli attentati, compiuti da minorenne, il ruolo di Villani all'interno dell'organizzazione criminale vedrà una crescita repentina e fulminante, tanto che arriverà ad essere "santista" e "vangelista", portandosi nella copiata proprio Rocco Santo Filippone e diventando uomo di fiducia di Nino Lo Giudice e Giovanni Ghilà. Cariche che gli permetteranno di accedere prima del tempo (era comunque figlio di Caterina Lo Giudice e Giuseppe Villani) ad una serie di informazioni anche sui rapporti alti dell'organizzazione criminale.
Il contributo di Villani diviene importante non solo perché offre una nuova chiave di lettura sui delitti di cui si è macchiato, ma anche perché riferisce del ruolo di vertice di Rocco Santo Filippone all'interno del mandamento Tirrenico. Quei riferimenti che anni prima avrebbe voluto fare Pino Scriva raccontandoli al Procuratore di Palmi Giuseppe Tuccio (attualmente imputato nel processo "Ghota" insieme agli avvocati Giorgio De Stefano e Paolo Romeo, ndr) ma sarebbe stato stoppato dallo stesso magistrato che avrebbe risposto in maniera diretta che "Filippone è amico di un mio amico di Reggio Calabria”. “Capii al volo - ha detto il pentito ai pm - che Rocco Filippone poteva dormire sonni tranquilli ed il suo nome non fu neanche scritto nel verbale".
"Villani dirà che Rocco Santo Filippone era nella sua copiata, che era capo del mandamento Tirrenico, legato alle grandi famiglie di quell'area, dei Molé-Piromalli - ha aggiunto oggi Lombardo - Dirà anche che quando entrerà nella società maggiore proprio Filippone sarà la sua base. Che gli fu presentato come un soggetto potente e importante all'interno dei circuiti apicali della 'Ndrangheta, specificando che nella sua zona, il mandamento tirrenico, aveva un ruolo di mediazione e di comando. Un'ammissione di grandissimo rilievo che consente di rileggere il racconto successivo in cui Villani spiega che gli attentati ai carabinieri non erano dei fatti estemporanei. Ed anzi che fu Calabrò a specificargli che l'obiettivo dovevano proprio essere i carabinieri e che disse anche che loro 'dovevano fare come quelli della Uno bianca' e che si trattava di 'cose più grandi di loro'. Quel 'colpo di grazia', messaggio chiaro e potente che le mafie danno allo Stato italiano, che fu chiesto a Graviano da chi 'non voleva che la stagione stragista cessasse in quel momento'".

Da Villani a Calabrò
Nella sua requisitoria Lombardo ha dunque ripercorso le dichiarazioni e le ritrattazioni di Giuseppe Calabrò. Una "collaborazione pilotata" nel momento in cui "fa di tutto per proteggere lo zio, Rocco Santo Filippone. E cerca di proteggere lo zio perché era soltanto grazie a lui che la sua famiglia poteva operare nel territorio di Reggio Calabria". Quindi ha ricordato anche l'esistenza di quei colloqui tra il collaboratore di giustizia e Filippone Maria Concetta, madre di Calabrò e sorella di Filippone Rocco Santo, che in un colloquio in carcere fa dei continui rimandi alla famiglia, intesa come famiglia di ‘Ndrangheta ("fede... fedeltà... fedeltà. Bocca chiusa... e non sbagli mai"). Proseguendo nella ricostruzione di quel percorso dichiarativo Lombardo ha ricordato l'interrogatorio avvenuto il 7 maggio 2014 anche alla presenza dei magistrati Federico Cafiero de Raho, Francesco Curcio. Un dialogo dove Calabrò mente, poi piange, ed infine ammette che al vertice della famiglia vi era lo zio, Rocco Santo Filippone.

Foto © ACFB

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