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"Simmetria tra le parole 'dobbiamo dare il colpo di grazia' e 'mi hanno chiesto che le stragi non si fermino'''
di Aaron Pettinari

"Se non ci fosse stato Gaspare Spatuzza non saremmo stati qui a celebrare questo processo" aveva detto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, concludendo la prima parte della propria requisitoria nell'udienza del 30 giugno scorso. In effetti è dal racconto dell'ex killer di Brancaccio sul famoso incontro del gennaio 1994 al bar Doney ("Graviano mi disse che avevamo il Paese nelle mani e che dovevamo dare il colpo di grazia perché i calabresi si sono già mossi") che ha avuto impulso l'intera indagine e che diviene "cuore del processo" 'Ndrangheta stragista, in cui sono imputati il boss siciliano Giuseppe Graviano e il mammasantissima di Melicucco, Rocco Santo Filippone, con l’accusa di essere i mandanti degli agguati ai carabinieri avvenuti tra il 1993 ed il 1994 e che portarono alla morte degli appuntati Fava e Garofalo.
All'interno dell'aula bunker, di fronte alla Corte d'Assise di Reggio Calabria (presieduta da Ornella Pastore), il pm ha proseguito la propria discussione evidenziando proprio il "contributo dichiarativo quasi unico nel panorama giudiziario del nostro Stato" offerto dal pentito siciliano, ritenuto attendibile in più sedi giudiziarie, sin dal 2008 e che oggi "trova riscontro, senza alcuna smentita, nelle parole di Giuseppe Graviano".
"Per più di quattro udienze abbiamo ascoltato fino in fondo cosa aveva da dire Graviano - ha ricordato Lombardo - lui ha riempito di contenuti il suo esame che oggi sono risultati di prova da porre a fondamento di una ricostruzione complicata che si avvale anche di quello che lui ci ha detto. Elementi che avevamo ricostruito solo in parte e che non potevano beneficiare della spiegazione diretta di uno dei massimi protagonisti di quella stagione. Noi abbiamo questa fortuna: Graviano ha confermato che il dicembre ’93 e il gennaio ’94 non sono due mesi qualsiasi nella storia d’Italia".
Non solo. Per meglio comprendere il rapporto che lega la famiglia Graviano con il killer di don Pino Puglisi il magistrato ha ricordato i contenuti di un confronto tra quest'ultimo e Filippo Graviano, avvenuto nel 2009. Un "confronto storico in cui Spatuzza si rivolge all'interlocutore sottolineando di voler bene ai 'fratelli Graviano', parlando del senso della famiglia. E Filippo Graviano a sua volta dice con chiarezza di 'non aver mai parlato con ostilità di Gaspare Spatuzza', aggiungendo di 'non avere nulla in contrario' rispetto alla scelta che aveva fatto e dicendo 'tu hai fatto la tua scelta e va bene anche per me'".
Parole che in qualche maniera richiamano alla memoria quel discorso che Spatuzza ebbe, sempre con Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo ("E' bene far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare qualche cosa è bene che anche noi cominciamo a parlare coi magistrati").
"I temi che Spatuzza introduce consentono l’avvio di complesse investigazioni - ha ribadito Lombardo - non sono certo temi tardivi come qualcuno in determinate occasioni ha cercato di far credere e non sono temi incompleti. E non sono temi insufficienti nel momento in cui noi innestiamo nella ricostruzione altri elementi che li confortano e li confermano, tanto da creare una sovrabbondanza di elementi accusatori. Spatuzza non ha incertezze nell’individuare subito un programma che coinvolgeva componenti mafiose che andavano oltre la Sicilia".

lombardo giuseppe aula 3luglio2020

L'asse con la 'Ndrangheta
Ancora una volta Lombardo ha sottolineato come l'intervento della 'Ndrangheta all'interno di quel disegno stragista sia giunto solo nel momento in cui fu certa di essere determinante rispetto alla realizzazione dell'intero piano. "La ‘Ndrangheta - ha proseguito - quando si muove, fra il dicembre del 1993 e il gennaio del 1994, non lo fa in un momento qualsiasi, ma quando ha la certezza che il suo operato avrà un peso decisivo nella strategia stragista che si porta avanti".
Facendo riferimento anche alla requisitoria in corso a Caltanissetta sulle stragi e che vede imputato il super latitante Matteo Messina Denaro il procuratore aggiunto reggino ha ribadito come "l’anno chiave è il 1991. È il periodo di cui noi ci occupiamo in questo processo, è un periodo che abbraccia quel dato temporale di partenza, fino a quando la ‘ndrangheta capisce che il tempo è maturo e dà il suo contributo al colpo di grazia. La ‘Ndrangheta è pragmatica, non ha necessità di grandi discorsi. Non ho partecipato agli incontri di Nicotera - ha proseguito il pm - ma è come se fossi stato lì perché facendo questo lavoro smetti, per buona parte della giornata, di vivere la tua vita e vivi la vita degli altri e riesci nel silenzio di determinati uffici a sentire le voci di chi, nell’estate del ’92, ha ascoltato, ha dato determinate risposte formali e in quel ristrettissimo circuito di grandi capi ha detto 'siamo d’accordo, ma ci muoveremo nel momento in cui il nostro intervento porterà al risultato che oggi stiamo pianificando, creiamo le premesse per arrivare ad ottenere il risultato'". Secondo il pm, dunque, quanto avvenne tra dicembre ’93 e gennaio ’94 fu decisivo "per far capire che la componente siciliana non è sola e che il sistema criminale di tipo mafioso, quando pianifica certe strategie, è in grado di attuarle".

Il senso del "colpo di grazia"
Successivamente Lombardo è tornato a parlare delle dichiarazioni "dirompenti" di Spatuzza che, inevitabilmente, si inseriscono in un momento storico specifico: quello della fase esecutiva della strage dell'Olimpico. "E' in quel momento - ha ribadito - che i tempi erano ormai maturi per il completamento di un determinato disegno". Il magistrato si è quindi interrogato sul senso da dare a quella frase riferita da Spatuzza che Graviano avrebbe detto nel famoso incontro al bar Doney di Roma: "Se hai raggiunto il risultato del programma stragista che hai portato avanti, ed hai il Paese nelle mani, che senso ha dare il colpo di grazia? Lo si ricava dal contributo dichiarativo che Giuseppe Graviano ha voluto dare". Lombardo, nel proseguire il discorso, ha rimarcato come il boss di Brancaccio poteva anche decidere di non sottoporsi ad esame, quindi ha evidenziato l'elemento chiave: "C'è un passaggio che noi, da italiani, non possiamo far finta di non aver sentito: 'mi chiesero di non far cessare le stragi'. Eccola la spiegazione che completa logicamente quello che poteva sembrare in parte illogico. Perché se la partita è vinta e mancano pochi minuti al fischio finale e ho 4 gol di vantaggio, io, il giocatore infortunato di classe non lo rischio in campo inutilmente". Un esempio con metafora calcistica attinente a quel che sarebbe dovuto avvennire il 23 gennaio 1994 con l'esplosione di un'autobomba in viale dei Gladiatori a Roma, all'uscita dello stadio Olimpico, dove si trovava un presidio dei Carabinieri.

lombardo giuseppe pp 3luglio2020

Il contesto politico
Di fronte a quel via definitivo Spatuzza non ricevette particolari spiegazioni sul perché fosse così necessario eseguire quell'attentato. "In quel momento - ha ribadito con forza Lombardo - nei dintorni di via Veneto a Roma, se Graviano inizia a entrare nel discorso di dire che ha ricevuto richieste di non finire le stragi, deve dire da chi. E quello non è più il livello di Spatuzza. E se lo fa trasforma Spatuzza in Graviano. E questo non lo può fare".
"Come possiamo non ritenere attinenti al ruolo di Graviano e Filippone quello che ruota intorno a tutto questo? Quando Graviano ci dice 'guardate che la strage dell’Olimpico deve avvenire il 23 gennaio', lui sa che quella è l’ultima domenica utile. Ma rispetto a cosa? Perché il campionato non finiva certo il 23 gennaio. Fra il 23 e il 30 gennaio 1994 in Italia doveva succedere qualcosa, Graviano lo sapeva e quel qualcosa è successo. Individuate voi quello che è successo tra il 26 ed il 27 gennaio 1994, perché è un fatto storico. Gli accadimenti sono quelli. E ovviamente rimaniamo tutti in prudente attesa che anche su questo fronte si possano dare determinate risposte". Il riferimento, neanche troppo velato, è al contesto politico, alla nascita di Forza Italia e alla discesa in campo che Silvio Berlusconi annunciò in un discorso a reti Mediaset unificate del 26 gennaio 1994 (il giorno prima dell'arresto dei fratelli Graviano, ndr).
E se può rimanere aperto il quesito da chi Graviano possa aver appreso determinate circostanze coincidenza vuole che in quello stesso periodo in cui aveva incontrato Spatuzza al bar Doney in via Veneto a poche centinaia di metri, presso l'hotel Majestic, si teneva una Convention del gruppo Fininvest.
Chiamato in causa, mentre Lombardo passava in rassegna le dichiarazioni di Spatuzza, Graviano, videocollegato dal carcere di Terni, anche oggi ha proseguito a prendere appunti. Pagine e pagine forse per arricchire quella "memoria" già annunciata alla scorsa udienza dal suo legale.
Un accenno è stato fatto anche alla sigla Falange Armata, utilizzata anche per rivendicare gli attentati ai carabinieri. "Una firma - ha detto Lombardo - per dire che anche la 'Ndrangheta aveva aderito e che doveva essere riconosciuta da ambienti a cui erano destinati i messaggi. Perché c'era un asseggo geopolitico, nazionale ed internazionale che era mutato. E, dicevano Cosa nostra e 'Ndrangheta, 'noi non abbiamo intenzione di tornare ad essere una banda di semplici criminali'. Era quella la necessità di fare pressione a un sistema politico che si stava riorganizzando. E non bisogna commettere l'errore di pensare che la politica in Italia sia tutta formata da persone legate a questi ambienti. Non è così, ma certamente ci sono stati soggetti che con questi contesti di tipo mafioso hanno agito in un rapporto di compenetrazione. Pezzi, più o meno importanti, a cui bisognava togliere qualsiasi tipo di alibi che potesse giustificare una non comprensione di quello che stava avvenendo".

Il dichiarato di Calabrò
La requisitoria di Lombardo è poi proseguita nell'analisi del dichiarato di Giuseppe Calabrò, analizzando il documento dattiloscritto rinvenuto nel marzo 2012, sul nascere delle nuove indagini che hanno poi portato a questo processo, indirizzato al Procuratore Pietro Grasso. Un documento che lo stesso Calabrò, killer assieme a Consolato Villani dei due appuntati Fava e Garofalo, aveva realizzato e che ribaltava completamente la versione che fino a quel momento era conosciuta sulla causale dei delitti compiuti contro i rappresentanti dell'Arma. Lombardo, leggendo alcuni passaggi di quel documento che fu rinvenuto in una "pen drive, ha evidenziato come negli stessi emergesse che quegli attentati non erano un fatto occasionale, ma erano stati compiuti su un ordine preciso, senza citare i mandanti, e che erano comunque riconducibili ad un'alleanza tra mafia e 'Ndrangheta”.
Un documento che in un interrogatorio del 2014 fu confermato ai magistrati di Reggio Calabria. Ai magistrati calabresi disse anche che "successivamente a una riunione nel ’93 a Melicucco, dove presero parte anche siciliani, mio cugino Totò, figlio di Rocco Santo Filippone mi disse di attentare alla vita di uomini delle forze dell’ordine”. Quelle accuse, però, non furono ribadite nel corso del processo, con tanto di ritrattazione, in quanto minacciato. Un elemento, quest'ultimo, che consente in maniera netta di ritenere veritiero ciò che ammise ai magistrati fuori udienza.
"Al tempo Calabrò non si sentiva tranquillo di fronte alle dichiarazioni che emergevano da Spatuzza e di fronte alla notizia che Consolato Villani e Nino Lo Giudice avevano iniziato una collaborazione con la giustizia - ha ribadito Lombardo - Ecco perché voleva dare quelle informazioni. Salvo poi tornare sui propri passi. Noi, dunque, possiamo fermarci a quanto contenuto nella missiva”.

Foto © ACFB

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