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di Aaron Pettinari
Salta ancora l'esame del boss per il mancato ascolto delle intercettazioni

"Questo esame - direbbero i bravi de "I Promessi Sposi" - non s'ha da fare". Per l'ennesima volta, quaranta giorni dopo l'ultima udienza, salta l'audizione di Giuseppe Graviano al processo 'Ndrangheta stragista. Il capomafia di Brancaccio, imputato assieme al boss Rocco Santo Filippone, avrebbe dovuto rispondere alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo sulle intercettazioni registrate nel carcere di Ascoli Piceno tra il 2016 ed il 2017, in particolare quelle in cui si parla dell'ex premier Silvio Berlusconi e della "cortesia" che avrebbe chiesto, ma non è stato possibile procedere. Il motivo? Il solito "balletto" sull'impossibile ascolto dei cd audio con le conversazioni tra Graviano e la sua "dama di compagnia", il camorrista Umberto Adinolfi.
A rappresentare la difficoltà ad inizio udienza è stato l'avvocato del capomafia siciliano, Giuseppe Aloisio. Se nelle altre occasioni i file non venivano consegnati al suo assistito, stavolta il problema è di natura "squisitamente tecnica", a causa del malfunzionamento del lettore cd. "Il supporto informatico in dotazione non permette di ascoltare questi file audio inviati dal Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo alla casa circondariale - ha spiegato l'avvocato Aloisio - le difficoltà sono sempre le stesse. L'apparecchio non è adeguato per potere aprire i file e procedere all'ascolto, si blocca e non funziona". Per questo motivo è stato chiesto un differimento dell'udienza odierna.
Sul punto è intervenuto duramente il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo: "E' davvero inspiegabile come un carcere in due mesi non abbia risolto una cosa banalissima come la presenza di un lettore cd. Non capisco perché in due mesi questa situazione non è stata portata alla nostra attenzione. Se loro hanno problemi ci possiamo pensare noi. Ne parliamo con il Dap. Non serve un lettore dvd ma un computer portatile. In carcere possono entrare dei pc con le periferiche chiuse".

Graviano e Berlusconi
Prima che scoppiasse l'emergenza Coronavirus il boss di Brancaccio si era reso disponibile a rispondere alle domande del pm. In particolare aveva anche raccontato di essersi incontrato per "tre volte", da latitante, con l'allora imprenditore Berlusconi (circostanza smentita con forza dai legali dell'ex premier). Su certi argomenti, di cui si parla nella conversazione in carcere del 10 aprile 2016, però, aveva glissato: "Quando sento la conversazione le risponderò. In questo momento no. Questa trascrizione non la ho".
"Ci sono delle contestazioni molto puntuali da fare che completano ricostruzioni molto rilevanti fatte dal Graviano - ha ribadito alla Corte Lombardo - Vanno affrontate in maniera specifica. Non posso sentirmi dire 'questo non lo ricordo' o 'questo non l'ho ripassato'. Perché rimangono degli argomenti a metà che, anche per la ricostruzione del pubblico ministero, indeboliscono l'ipotesi accusatoria. Ed io ho negli atti gli elementi che mi servono. E' chiaro che entreranno le perizie, già agli atti, però vorrei sentire quello che Graviano ha da dire su sue affermazioni molto chiare, per capirci, sul ruolo degli imprenditori del nord e le richieste sulla prosecuzione delle stragi".

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Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


Lamentele Graviano
A quel punto a prendere la parola è stato lo stesso boss di Brancaccio, dapprima per evidenziare alcune discrasie che, a suo dire, vi sarebbero tra i contenuti dell'audio e alcune trascrizioni; poi per esprimere i suoi disagi al tempo del Covid-19: "Ogni cosa che io chiedo dal 9-10 marzo mi viene detta che è bloccata. Neanche i capelli mi posso tagliare. E' una stupidaggine, ma è per farle vedere a che livello siamo. Me li taglia un altro detenuto. Qui è tutto bloccato. Non possiamo fare telefonate con gli avvocati, non possiamo fare colloqui con gli avvocati, non possiamo fare colloqui con i familiari. Il colloquio visivo è stato sostituto con una chiamata di dieci minuti. Io allora ho scritto all'avvocato Aloisio dicendo che non funzionavano i dischetti, con le date precise di quelli che si bloccano. Io dal primo giorno ho chiesto di avvisare chi di competenza. Ho premura e mi piace che le cose le faccio il prima possibile". Una lamentela, neanche troppo nascosta, rispetto ai provvedimenti governativi adottati per far fronte all'emergenza sanitaria. Provvedimenti che, si ricorda, portarono all'esplosione di una serie di proteste in diversi istituti di detenzione.

Nuovi elementi, Calvaruso e il quaderno di "nomi da terza guerra mondiale"
Nel corso del dibattimento è stato anche definito il prossimo calendario d'udienza (il processo è stato rinviato al 4 maggio) ed il procuratore aggiunto Lombardo ha già annunciato l'imminente deposito di un'ulteriore attività integrativa di indagine.
Tra i verbali vi è anche la trascrizione d'udienza dell'esame del collaboratore di giustizia Toni Calvaruso, ex autista di Bagarella, al processo Borsellino quater.
Sentito il 7 ottobre 2014, davanti alla Corte d'Assise nissena fece riferimento all'esistenza di un documento piuttosto scottante: "Erano i primi giorni del 1994. Bagarella mi diede un quaderno su cui c'erano appuntati nomi e cifre e mi disse di non farlo vedere a nessuno perché sarebbe successo un macello. Se quei nomi fossero venuti fuori sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale. Io non ho mai guardato cosa ci fosse scritto sul quaderno, lo conservai in un magazzino e poi lo consegnai ai Graviano su disposizione di Bagarella stesso. Ad essere precisi lo diedi a Nino Mangano.
Se Calvaruso sarà sentito o meno nel processo si deciderà solo una volta che saranno escussi tutti i testi della difesa e, soprattutto, si concluderà l'esame di Graviano, previsto per il prossimo 11 maggio.

Filippone e la detenzione domiciliare
Prima che l'udienza arrivasse alla conclusione a prendere la parola è stato il difensore di Rocco Santo Filippone. Le condizioni del boss di Melicucco, finito ai domiciliari a causa delle precarie condizioni di salute ed il rischio contagio Coronavirus, sarebbero in via di peggioramento e, allo stato, non avrebbe possibilità di essere assistito presso l'abitazione in cui si trova in Piemonte. "Forse stava meglio in carcere che a casa" si è lasciato sfuggire il suo legale di fronte alla Corte. "E' quello che ritenevo anche io, ma siete stati voi a presentare l’istanza" ha replicato la Presidente, Ornella Pastore che nel provvedimento aveva sottolineato come la misura sarebbe stata temporanea vista l'impossibilità di un ricovero presso una qualsiasi struttura specializzata.
Un corto circuito che ha dell'assurdo. Ma questa è un'altra storia.

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