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Ancora una volta non è riuscito a sentire le registrazioni su "Berlusca" e la cortesia
Poi rivela: "Durante la mia latitanza continuavo a seguire i miei affari"
di Aaron Pettinari

Niente da fare. Il "balletto" (così lo aveva definito il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo alla scorsa udienza) sul mancato ascolto dei cd audio con le conversazioni tra il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e il camorrista Umberto Adinolfi, registrate tra il 2016 ed il 2017 nel carcere di Ascoli Piceno, non è affatto finito.
Ad inizio udienza l'avvocato del capomafia siciliano, Giuseppe Aloisio, ha preso la parola per far presente che soltanto l'altro ieri sono state consegnate al suo assistito le trascrizioni della perizia compiuta a Palermo, composta da più di 2.000 pagine, mentre ancora non sono ancora stati consegnati i file audio relativi alle altre conversazioni mancanti. Graviano, dunque, ha potuto iniziare a leggere solo una parte della perizia.
E per questo motivo oggi l'audizione al processo 'Ndrangheta stragista, dove Graviano è imputato assieme a Rocco Santo Filippone, ha riguardato temi differenti rispetto a quelli delle ultime udienze.
Non solo. L'avvocato Aloisio ha anche riferito che nella perizia palermitana vi sarebbero degli errori tra la trascrizione e l'audio. "Ci sono alcune conversazioni che hanno degli errori evidenti - ha sostenuto il legale - Ci sono passaggi chiari non riportati".
Anche Graviano ha preso la parola dal carcere di Terni, sostenendo che in una conversazione in cui parla di un rifugio nelle campagne di Casteldaccia, in provincia di Palermo, nella trascrizione è scritto che fa riferimento alla Calabria. "Dunque lei ha letto le trascrizioni?" ha immediatamente chiesto la presidente della Corte d'Assise, Ornella Pastore. "Dottoressa ho solo iniziato" ha risposto Graviano, facendo intendere che comunque oggi non sarebbe stato possibile completare il suo esame.

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Il boss Giuseppe Graviano e il camorrista Umberto Adinolfi


Nelle precedenti udienze proprio Graviano aveva ribadito che avrebbe risposto a certe domande solo dopo il definitivo ascolto degli audio tra lui ed Adinolfi. E, guarda caso, tra quelle mancanti vi è proprio quella del 10 aprile 2016 in cui si fa riferimento alla "cortesia" che "Berlusca" gli avrebbe chiesto.
Così scrivevano i periti di Palermo, negli atti depositati al processo Trattativa Stato-mafia ed ora confluiti anche nel processo calabrese: "Berlusca ... mi ha chiesto questa cortesia... per questo è stata l'urgenza dì ... come mai questo qua ... ine ... poi che successe? ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni ... in Sicilia ... (...) lui voleva scendere... però in quel periodo c'erano i vecchi... (...) lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa".
Sul punto lo scorso 14 febbraio, Graviano aveva provato a dare una risposta, ma in maniera confusa: "La bella cosa è scendere in politica. Poi c'erano le persone del nord che volevano una cosa di... poi c'è il fermo di questi imprenditori che a Napoli non hanno fatto la cortesia perché erano contro queste cose. Ed i vecchi forse si riferisce a Stefano Bontade che aveva paura che gli sequestravano il figlio".
Poi, però, alle ulteriori domande di Lombardo, aveva rimandato: "Quando sento la conversazione le risponderò. In questo momento no. Questa trascrizione non la ho".
Uno stallo che, nonostante siano passate svariate settimane, non è stato superato.
L'udienza, in cui non sono mancate le complicazioni a causa dei disturbi audio che hanno costretto la Corte ad uno spostamento dall'aula bunker al tribunale, è proseguita con l'avvocato Aloisio che ha fatto alcune domande sulle dichiarazioni dei pentiti (da Ferro a Spatuzza, passando per Romeo e Carra).

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Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


Gli affari in latitanza
Ancora una volta il boss di Brancaccio, che ha anche detto di provare "fastidio perché ci sono i giornali", ha parlato della propria latitanza, vissuta "tra la Sardegna, Courmayeur a sciare, e Milano" e per breve tempo "anche a Palermo". "Dal 1984 al 1986 sono stato nel palermitano, a Bagheria, ospite in famiglia - ha raccontato alla Corte - poi sono stato due anni in Sardegna, nella tenuta di mio zio Carmelo Graviano, nei pressi di Cagliari. Nel 1989 ero a Courmayeur poi una tappa a Palermo e il veglione del 1990 l'ho trascorso all'Hotel Quark di Milano, ricordo che c'erano le ballerine sudamericane perché era uscita da poco la canzone famosa 'Lambada'. Il capodanno successivo l'ho festeggiato a Omegna, nel milanese, dove ho vissuto fino al mio arresto. L'ultima volta sono venuto a Palermo nel 1991, poi non sono più venuto". E se c'erano incontri importanti da fare si spostava "ad esempio, allo zoosafari vicino Alessandria".
Ma una latitanza così lunga, vissuta con un così alto tenore di vita, come era possibile? A questa domanda, posta dalla Presidente Ornella Pastore, Graviano dapprima ha fatto riferimento all'eredità del padre, poi ha aggiunto: "Io seguivo i miei affari, le mie attività economiche, anche da latitante. E poi vendevo delle proprietà di mio padre. Come? Avevo lasciato una procura a Palermo. L'ultima proprietà l'ho venduta nel 1997, dopo il mio arresto".
I soldi delle attività su Palermo, a suo dire, gli venivano portati a Nord dal cugino (morto), Salvatore. Ma anche a nord aveva alcune "attività lecite tramite prestanome".

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L'arresto di Rocco Santo Filippone © Strettoweb/Salvatore Dato


Chi è Cesare?
La Presidente ha poi chiesto un chiarimento su un'intercettazione dell'11 aprile, in cui si parla di un "tale Cesare" a cui Adinolfi si sarebbe dovuto rivolgere. Quando è il momento di fare un nome, però, il boss di Brancaccio torna ad essere evasivo. Pur ammettendo di conoscere un Cesare Lupo ha così risposto: "Io non ho sentito. Cesare non l'ho ascoltato. Se è Cesare, penso che è in carcere, lui è stato arrestato nel 2011". "E quindi chi è?" ha immediatamente chiesto la Presidente. "Io non lo so - ha proseguito il boss stragista - nell'intercettazione questo Cesare non l'ho ascoltato". Anche se la scorsa volta, su questa registrazione, aveva risposto alle domande.
Altro argomento ha poi riguardato quanto riferito alle scorse udienze sull'affare con Berlusconi e l'esistenza della carta scritta per formalizzare una società. "Con mio cugino ne parlavamo. C'erano quelli che avevano investito il capitale che sollecitavano - ha ribadito intervenendo in videoconferenza - Perché non fu fatto prima? Perché la persona (non fa il nome di Berlusconi stavolta, ndr) che doveva dare lo sta bene e che aveva tutto il capitale diceva: 'un attimo, sto sistemando la mia situazione e facciamo tutto'. E siamo arrivati che siamo stati arrestati. Prima io e poi mio cugino Salvo, nel giro di pochi giorni". E sul perché si fosse aspettato tanto tempo, fino ai primi mesi del 1994, per "sollecitare la formalizzazione della società" il capomafia ha brevemente spiegato che non venne fatto "perché ogni tanto consegnava qualcosina".
Il processo è stato così rinviato al prossimo 6 marzo. In quella data si procederà con l'escussione di alcuni teste di difesa. Infatti, su accordo delle parti, si è deciso di procedere con l'inversione della prova e l'esame del boss di Brancaccio, con le ultime domande sulla "cortesia" chiesta da Silvio Berlusconi e le stragi, si terrà solo quando avrà sentito tutte le intercettazioni.

Dossier Processo 'Ndrangheta stragista

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