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aula tribunale toga 610di Francesca Mondin
Il collaboratore di giustizia ascoltato al processo 'Ndrangheta stragista

Una testimonianza un pò sofferta con diversi non ricordo quella di Giuseppe Scriva, storico pentito di 'Ndrangheta che ha deposto questa mattina al processo 'Ndrangheta stragista.
Il collaboratore di giustizia, nato in una famiglia di 'Ndrangheta “che era parte dell’organizzazione fin dagli anni Cinquanta” ora ha poco più di 70 anni e nel '83 ha iniziato a collaborare con la giustizia mandando in galera centinaia di appartenenti alla mafia di Gioia Tauro, Rosarno, Seminara, Palmi. Nonostante l'età e i tentennamenti della memoria Scriva ha ricordato di aver conosciuto Rocco Santo Filippone, imputato a processo assieme al boss siciliano Giuseppe Graviano. “Lui ha un appartamento sulla strada che da Rosarno va a Polistena e io ho dormito lì”. Poi ha aggiunto riferendosi ad un periodo che non è riuscito a definire: “Mentre ero latitante lui si occupava di me”.
Il nome di Filippone però è rimasto taciuto per molto tempo e Scriva oggi ha ricordato, con un pò di difficoltà, che fu l'allora procuratore di Palmi, Giuseppe Tuccio, attualmente imputato nel processo "Ghota" insieme agli avvocati Giorgio De Stefano e Paolo Romeo, a dirigli “di non fare quel nome, lasciarlo stare”. Nel 2014, quando i magistrati lo hanno sentito nell'ambito dell'inchiesta, Scriva aveva precisato che non era la prima volta che parlava di Rocco Santo Filippone: “Feci il suo nome indicandolo come ‘ndranghetista all’allora Procuratore di Palmi, dottor Giuseppe Tuccio. Quando questi sentì questo nome, mi guardò e mi disse “Rocco Filippone è amico di un mio amico di Reggio Calabria”. “Capii al volo - aveva detto il pentito ai magistrati - che Rocco Filippone poteva dormire sonni tranquilli ed il suo nome non fu neanche scritto nel verbale redatto dal dottore Tuccio a conclusione dell'interrogatorio che io resi al predetto negli anni 1983/84 presso la caserma dei carabinieri di Tropea".
In merito ai dettagli dei suoi incontri con Filippone però la memoria ha tentennato ed il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo è stato costretto, più volte, a prendere i verbali del 4 giugno 2014 per far affiorare i ricordi. Verbali che, con il consenso anche della difesa sono stati acquisiti agli atti.
“Mio cugino Rocco Scriva - aveva dichiarato nel 2014 Scriva ed oggi ha confermato - doveva appoggiarsi in un posto sicuro per trascorrere la latitanza. Per tale ragione mio padre Francesco Scriva, mi disse di portare mio cugino Rocco da Filippone. Questi aveva la disponibilità di una abitazione (non so se fosse sua o meno) nel comune di Anoia vicino a Melicucco”. “Anche Domenico Maesano e Giuseppe Rotolo di Rizziconi, compaesano del primo. Constatai la presenza di questi ultimi proprio accompagnando mio cugino in questa abitazione di Filippone”.
Prima di lui, la Corte ha provato ad interrogare un altro collaboratore di giustizia: Pasquale Tripodoro per ascoltarlo in merito alle dichiarazioni rese già all’autorità giudiziaria sulle riunioni fatte in Calabria per pianificare gli attentati ai carabinieri. Nonostante non sembrava ci fossero problemi tecnici il pentito ha dichiarato di non essere in grado di ascoltare le domande e le parole del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo: “Non sento, non capisco proprio, ma non si possono avere delle cuffie?”. Anche per lui la pubblica accusa e le difese hanno concordato con la Corte, l'acquisizione delle sue dichiarazioni rilasciate ai magistrati il 29 gennaio 2014.

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