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"In questo documento non vedo mie sigle o firme. Lo dico al cento per cento. Non sono sicuro che sia la mia calligrafia. Io non mi occupavo di intercettazioni". Parola del poliziotto Antonino Santoro, sentito ieri come teste della difesa, nel processo che vede imputati i tre poliziotti Fabrizio Mattei, Mario Bo, e Michele Ribaudo accusati di calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra nel processo sul depistaggio delle indagini della strage di via d'Amelio.
Il nome di Santoro, secondo quanto accertato dalla Procura nissena, compare tra gli appartenenti del gruppo Falcone-Borsellino che furono assegnati al servizio di sicurezza di Vincenzo Scarantino, il falso pentito della Guadagna, nel periodo in cui si trovava in località protetta in provincia di Imperia, a San Bartolomeo a Mare. "Noi ci occupavamo di fare la spesa, di accompagnare i figli a scuola. Stavamo a casa per poco, ma non eravamo sempre lì. Un telefono nell'abitazione? Sicuramente c'era perché ricordo che durante la giornata andavamo nella saletta di ascolto, credo ad Imperia, per ascoltare le telefonate" ha detto rispondendo alle domande degli avvocati Riccardo Lo Bue e Giuseppe Panepinto.
Una deposizione tutt'altro che semplice costellata da diversi "non ricordo" soprattutto durante il controesame del sostituto procuratore Stefano Luciani e delle parti civili.
Addirittura non ricordava a quale gruppo fosse assegnato se a quello che si occupava delle indagini di via d'Amelio o Capaci. "Non ricordo neanche che vi fosse questa divisione - ha detto il teste - Fu Genchi a chiamarmi nel gruppo. Ma io non andai via né fui allontanato quando lui se ne andò. Il mio superiore di riferimento? Ricordo che era Maniscaldi".
La serie di "non ricordo" ha riguardato anche le disposizioni date per il periodo trascorso a San Bartolomeo a Mare o le modalità con cui si dovessero controllare le telefonate di Scarantino. Ma il momento in cui la tensione si è fatta più alta è quando il teste ha affermato di non riconoscere la propria firma o sigla nel foglio, né di poter riconoscere altre firme nei brogliacci.
"Lei riconosce la calligrafia?" ha chiesto Luciani più volte in una situazione surreale. "Non so se è la mia. Io ora scrivo in stampatello ed è tanto che non scrivo in corsivo. Ci sono alcune lettere che possono essere simili alla mia scrittura, come la 'p' o la 'l', ma non sono certo che sia mia o no. La mia sigla? Non c'è".
Successivamente è stata la volta del controesame dell'avvocato Giuseppe Scozzola, difensore di Gaetano Scotto. Al teste sono state chieste una serie di precisazioni sulle intercettazioni delle conversazioni di Scarantino, sull'utilizzo del telefono da parte del falso pentito, sulla modalità in cui venivano registrate le chiamate. "I suoi non ricordo sono troppi e le ricordo che tutt'ora lei è un assistente di polizia" ha detto il legale. Ma all'ennesima risposta vaga si è rivolto al Presidente del Tribunale chiedendo che il verbale dell'audizione fosse inviato alla Procura "per palese reticenza". Successivamente è iniziata la testimonianza di Vincenzo Maniscaldi, poliziotto oggi in quiescenza il quale ha iniziato a raccontare lo sviluppo delle indagini sulla strage. Anche quest'ultimo ha riferito delle intercettazioni telefoniche a San Bartolomeo a Mare: "I brogliacci li firmava l'operatore che sentiva la telefonata, il sottoufficiale o l'agente al momento della telefonata. Non c'era un servizio fisso. Non si faceva sempre. Dipendeva dal lavoro che avevamo fuori e dalla consistenza del nastro. Si andava, si ascoltava la telefonata e si firmava". Il processo, per proseguire l'esame, è stato rinviato al 24 marzo 2021. In quella data saranno anche sentiti i collaboratori di giustizia Lo Forte e Fontana.

Foto © Shobha

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