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di Aaron Pettinari
La deposizione del teste Francesco Milazzo

Il 25 luglio 1995, il giorno prima della cosiddetta "ritrattazione televisiva" su Italia Uno, Vincenzo Scarantino, il falso pentito che si era autoaccusato di aver avuto un ruolo operativo nella strage di via d'Amelio, avvisò la polizia, durante la sua detenzione domiciliare a San Bartolomeo a Mare, di aver "preso la sua decisione", pregando di avvisare l'autorità giudiziaria. Il dato è riportato in una relazione di servizio scritta dall'allora sovrintendente Francesco Milazzo, sentito oggi al processo che vede imputati per calunnia aggravata dall’accusa di avere favorito la mafia i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Rispondendo al procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci il teste ha ricordato che quella sera, vero le 16.05, ricevette una telefonata dal capo posto della vigilanza esterna che gli comunicava la volontà di Scarantino di parlare con qualcuno dei funzionari addetti: "Quella sera tentai di parlare con i responsabili, la dottoressa Peppicelli e De Stefano, ma non li raggiunsi. Così presi l'iniziativa, dopo aver ottenuto l'autorizzazione di Coltraro (capo della Squadra monile), e andai sul posto. Bussai alla porta e Scarantino mi disse di riferire al funzionario di dir all'autorità giudiziaria che 'aveva preso la sua decisione'. E non aggiunse altro". Di quel fatto avvisò Coltraro e redasse la relazione. "Lui era nervoso, aveva uno stato di agitazione. In quel momento non chiesi nulla sul motivo di quella frase. Soltanto dopo ho saputo dell'intervista televisiva e la collegai con la mia relazione". Relazione a cui, come si è appreso anche in precedenti processi, non è stato dato un seguito. Il processo è stato rinviato al prossimo 16 maggio quando, probabilmente, sarà sentito proprio il picciotto della Guadagna, Scarantino, presso l'aula bunker nissena.

Dossier Processo Depistaggio via d'Amelio

Foto © Imagoeconomica

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