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aula tribunale4di Miriam Cuccu
“Ho conosciuto Giovanni Aiello nel 1975 ad agosto, io ero in vacanza in Calabria. Lui faceva il poliziotto a Palermo, era in convalescenza perché era stato ferito al volto in un conflitto a fuoco in Sardegna”. È ancora la storia dell’ex poliziotto che in Sicilia lavorò con Bruno Contrada (ex numero 3 del Sisde ed ex capo della Squadra mobile a Palermo, poi condannato per mafia) ad essere vagliata dalla Corte d’assise di Caltanissetta al processo Capaci bis. A parlare è Ivana Orlando, moglie di Aiello, l’ex poliziotto è attualmente indagato da quattro procure e considerato da alcuni pentiti personaggio centrale di tanti misteri e attentati fuori e dentro la Sicilia con il nome di “faccia da mostro”. La Orlando racconta che ad Aiello, in seguito alla ferita riportata, “nel 1977 è stato proposto il pensionamento, lui è andato a Montauro (provincia di Catanzaro, ndr) e aiutava il padre nella pesca. Da Pasqua a settembre lavorava nell’impresa di rimessaggio di barche di mio cognato, poi tornava a Milano, quando io vi abitavo con mia figlia, da novembre a marzo. Poi ha lasciato l’officina per trasferirsi nella baracca al mare e fare il pescatore professionale. Ma sono sicura che dopo l’85-86, periodo in cui siamo andati a trovare suo fratello dopo il mio trasferimento a Montauro, mio marito non è più tornato a Palermo. Dal ‘77 all’85 non posso saperlo”. Circostanza, questa, che è stata chiesta alla donna anche nel corso di un precedente interrogatorio alla Dia di Catanzaro. “Dopo un po’ di tempo – continua la teste – è apparso questo articolo su L’Espresso, volevano collegarlo alle stragi. Diceva che c’era un ex poliziotto con la faccia bruciata che girava a Palermo con una Ranger Rover e con una moto Suzuki, senza fare il nome di mio marito. Ma sembrava un collage di pezzi che tra loro non coincidevano perché la Range Rover l’ha comprata nel ’91 e quando era a Palermo aveva una moto Honda, solo in seguito ha acquistato la Suzuki. Lui è rimasto incredulo e ha chiamato un amico dicendogli di comprare il giornale, ma non mi commentò mai gli articoli che lo riguardavano”. La Orlando specifica poi di non sapere nulla di contatti tra Aiello ed i servizi segreti, o se lui ne fosse in qualche modo appartenente. Particolare confermato anche dal fratello, Antonio Aiello, ugualmente ex poliziotto: “Non avevamo un gran rapporto, quando prestavamo servizio entrambi a Palermo ogni tanto veniva a mangiare a casa. Non so neanche se si sia sposato. Ci vedevamo d’estate quando tornavo in Calabria per le ferie. Non mi ha mai parlato di servizi segreti”. Degli articoli su “faccia da mostro” il teste aggiunge che seppe qualcosa solo dai parenti: “Con mio fratello non ne parlai, non ho voluto saperne più niente perché non era una cosa piacevole e pensavo che il telefono fosse sotto controllo. A Montauro non torno da sette, otto anni”.
Sono diversi i pentiti che hanno riconosciuto in Aiello “faccia da mostro”: Vito Galatolo, colui che per primo rivelò il piano di morte ordito contro il pm Nino Di Matteo, raccontò che l’uomo dal volto sfregiato, accusato di appartenere ai servizi segreti deviati, avrebbe frequentato vicolo Pipitone, quartier generale dei Galatolo all’Acquasanta dove Cosa nostra si riuniva. La sorella di Vito, Giovanna, disse che “faccia da mostro” “veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati” mentre Vito Lo Forte raccontò di averlo visto, insieme ad un altro uomo di Stato “incontrarsi due o tre volte con Gaetano Scotto, il mio capo famiglia”. Giovanni Aiello, dopo la testimonianza della moglie e del fratello, ha scelto oggi di avvalersi della facoltà di non rispondere: "Signor presidente, le chiedo scusa, ma mi sento travolto da un mare... da un turbine di cose che non riesco a comprendere".

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